ADHD: cos’è, impariamo a conoscerlo

di Myriam Caratù

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L’ADHD(dall’inglese Attention Deficit Hyperactivity Disorder) è quel che comunemente viene conosciuto in italiano con l’acronimo DDAI: il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività. È uno dei più frequenti disturbi neuropsichiatrici ad esordio in età evolutiva che coinvolge i basilari meccanismi dell’autoregolazione.

Si tratta di una problematica di matrice neurologica, poiché nasce da una compromissione della corteccia prefrontale del cervello, ovvero quella parte che regola la nostra capacità di lavorare ad un progetto a lungo termine, di organizzarci e di darci autocontrollo. Tale conformazione cerebrale crea un divario comportamentale nei soggetti affetti da DDAI di circa 4 anni rispetto alla norma: dunque la situazione di uno studente delle scuole superiori potrebbe, putacaso, essere accostata a quella di uno delle medie. Per fare un esempio esplicativo, basti pensare ad alcune persone che in incidenti stradali hanno riportato danni alla corteccia prefrontale: in seguito al trauma, essi sono risultati del tutto disinibiti ed estranei alle regole sociali. Questo è ciò che succede anche agli studenti affetti dall’ADHD, sindrome che colpisce tra il 3% e il 4% dei soggetti in età scolare (con un’incidenza di 6-8 volte maggiore nei maschi).

Purtroppo l’ADHD, sia tra i bambini che tra gli adolescenti, provoca nei soggetti affetti da questa sindrome una naturale tendenza ai cosiddetti DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) poiché – pur non avendo un deficit cognitivo – i ragazzi in questione dimostrano un’eccessiva mancanza di concentrazione che ha inevitabili risvolti sul profitto scolastico. Dunque, gli alunni affetti da ADHD rappresentano una prova impegnativa sia per docenti di sostegno che per educatori.

Da un lato, infatti, essi necessitano di un aiuto con strumenti compensativi e dispensativi a seconda della situazione: essendo disprassici (incapaci di fare qualcosa con una finalità ben precisa senza distrarsi continuamente) una possibilità di aiuto da parte del docente potrebbe essere, ad esempio, quella di “spezzettare” le verifiche in diverse ore o diversi giorni. D’altro canto, sono difficili da gestire anche in relazione alla classe, che spesso non riesce a seguire la spiegazione del docente per via del continuo parlare/muoversi dello studente con ADHD. È per tali motivi che si assegna un docente di sostegno in questi casi, così come previsto dalla legge 104/92: qui una lista completa della normativa di riferimento, che raccoglie diversi provvedimenti. Tra questi, rientra anche la Direttiva del 27 dicembre 2012: essa stabilisce il diritto agli studenti affetti da ADHD ad un PDP (Piano Didattico Personalizzato), anche nei casi di assenza di certificazione di disabilità (che, spesso, avviene in condizioni di co-morbilità con altre sindromi).

Il DDAI/ADHD ha un’eziologia ancora controversa e in fase di studio, ma il fatto che abbia avuto un exploit non indifferente negli ultimi anni ha portato i medici a focalizzare i propri studi su alcuni pericolosi eventi della società post-industriale che potrebbero avere una connessione con la comparsa di tale malattia: l’inquinamento atmosferico e l’uso immoderato di stimoli a schermo (come smartphone, pc e tablet)in primis. In effetti, se da uno studio di ricercatori americani è emerso che l’esposizione ad agenti inquinanti ha una correlazione con l’insorgenza dell’ADHD nel feto di un campione di donne incinte monitorate prima e dopo il parto, è vero anche che le nuove tecnologie succitate possono provocare un calo dell’attenzione cosiddetta “sostenuta” nel tempo (ovvero la concentrazione), poiché alle nuove generazioni non è richiesto di memorizzare stimoli come a quelle precedenti, avendo le prime tutto a portata di un click.

Tuttavia, il DDAI esiste già da tempo, e una delle cause più comuni è proprio la trasmissione genetica – in particolare dal ramo paterno: si tratta dunque di una concomitanza di fattori che portano alla nascita di questa patologia a condizione cronica. La sua cronicità implica che essa possa migliorare, ma solo relativamente, nel tempo, e grazie all’azione congiunta di terapie farmacologiche (sebbene poco utilizzate per via della presenza di forti effetti collaterali) e di supporto psicologico nonché educativo. Nonostante ciò, ci sono degli accorgimenti che gli insegnanti di sostegno, di ogni ordine e grado scolastico, possono adottare per far convivere la classe – in un’ottica d’inclusione – con gli alunni che presentano tale disturbo, e viceversa.

Innanzitutto, è bene conoscere quali siano i 3 i sintomi principali con cui si manifesta: Disattenzione, Impulsività e Iperattività. Mentre l’ultimo, inteso in senso motorio, è più tipico dei bambini in età prescolare, i primi due sono rispettivamente problematici per l’alunno e per i suoi compagni. La disattenzione, infatti, si manifesta come scarsa cura per i dettagli e incapacità a portare a termine le azioni intraprese: muri insormontabili per i ragazzi affetti da ADHDH che cerchino di terminare persino un banale esercizio. L’impulsività, che permane invadentemente anche in età adulta, si manifesta invece come difficoltà sociale della persona, la quale non ha filtri inibitori dal punto di vista comportamentale o verbale. Essa è strettamente legata all’iperattività: i ragazzi affetti da ADHD hanno difficoltà a rispettare le regole, i tempi e gli spazi dei coetanei (a volte persino a rimanere seduti). Tuttavia, esiste anche un altro lato della medaglia, ovvero una sorta di paradossale apatia che si riscontra maggiormente negli adolescenti: se nei bambini l’iperattività è principalmente motoria, nei ragazzi più grandi può essere anche una tendenza a non volersi alzare dal divano per guardare morbosamente serie TV in binge-watching.

È chiaro, dunque, che per contenere tali sintomi ci sia bisogno di una strettissima collaborazione tra scuola, famiglia e associazioni, come ad esempio l’AIFA (http://www.aifaonlus.it), per mantenere una linea comune su azioni condivise.

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