Addio smartphone in classe, “abbiamo tolto agli studenti una droga. Famiglie entusiaste”. INTERVISTA al Dirigente del Liceo Malpighi di Bologna, Marco Ferrari: “Diventi un modello”

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“Il problema vero è: li vogliamo educare o li vogliamo evitare, i nostri studenti? Perché quando tu li educhi sei pronto ad affrontare tutti i problemi che insorgono. Quando li eviti scegli ciò che è più comodo”. Il preside del Liceo Malpighi di Bologna, Marco Ferrari, commenta in questo modo, con noi, l’iniziativa della sua scuola di non consentire l’uso in classe del telefono cellulare agli alunni, in questo modo rilanciando al contempo un tema educativo molto delicato e appassionante, che sarà affrontato da lui stesso nei prossimi giorni in un convegno. Ci vogliamo dunque prendere cura dei nostri ragazzi? “Il modello Malpighi diventi un esempio nazionale”, auspica intanto lo psichiatra Paolo Crepet. “È giusto arrivare ad una soluzione un po’ più drastica. Lo scorso anno – prosegue Crepet – ci sono state sperimentazioni simili in altri istituti in Italia e la cosa più interessante è stata la reazione dei ragazzi. Vietare i telefonini comporta un netto calo dell’aggressività, un aumento netto di capacità cognitive, memoria e attenzione e, soprattutto, un aumento netto delle relazioni sociali ed emotive

La modifica del regolamento degli studenti è arrivata dopo mesi di riflessione e di confronto, anche con neuropsichiatri, racconta il preside Ferrari che la definisce un “tentativo coraggioso”. “I richiami, spiega, sono inutili: “E’ difficile, se non quasi impossibile – prosegue – chiedere loro il distacco dall’uso pervasivo e distrattivo dello smartphone. Li vedo durante l’intervallo, nemmeno parlano più tra loro e in classe sono continuamente distratti dal telefonino. Allora abbiamo deciso che occorreva un intervento educativo forte, mi rendo conto che lo è, ovvio che ci esponiamo anche alle reazioni critiche. Ma quella dal cellulare è una dipendenza che non puoi vincere con la buona volontà. Verificheremo come è andata a fine anno, ma penso che sia un tentativo che dovrebbero provare tutte le scuole. Crediamo che così i ragazzi possano dedicare tutte le loro energie al lavoro che si fa in classe e sperimentare la sfida dell’altro e dell’essere comunità durante l’intervallo”.

Dirigente Marco Ferrari, come nasce quest’iniziativa?

“Nasce dalla volontà di fare un tentativo per il loro bene. L’idea era nata dal fatto che lo scorso anno in una classe si erano verificati dei casi di cyberbullismo. In quell’occasione avevamo deciso di impedire l’uso degli smartphone e abbiamo visto che anche senza il cellulare i ragazzi resistevano e anzi stavano più attenti durante le lezioni e i rapporti erano migliori. All’inizio dicevano: rivogliamo il nostro telefono cellulare. In realtà si è rivelata un’esperienza di scuola felice. Ci siamo prima confrontati con altri dirigenti scolastici e infine in collegio docenti a giugno scorso abbiamo approvato la proposta di inserire nel regolamento una norma secondo cui i ragazzi ogni mattina, a partire da questo mese, avrebbero depositato il telefono in un cassetto e lo avrebbero ripreso alla fine della mattinata”.

E’ la strada giusta?

“E’ la strada giusta. Che non è quella di togliere: è una strada che va nella direzione di regalare agli studenti una qualità scolastica inedita e piena di relazioni”.

Come hanno reagito i diretti interessati?

“In questi primi due giorni già vediamo che i ragazzi sono sereni. Non abbiamo del resto tolto loro il pane di bocca, abbiamo semmai eliminato un grande distrattore, abbiamo tolto una droga e non siamo andati contro la loro libertà. E’ stata una scelta coraggiosa dettata dalla volontà di dar loro la possibilità, come detto, di avere una scuola inedita piena di relazioni. Non siamo ingenui e dunque sappiamo bene che, come tutti, anche loro si distrarranno lo stesso, come del resto succedeva un tempo a noi. Ma siano convinti che togliendo il telefono dalle mani diamo loro un’occasione in più per fare un’esperienza di vita piena alzando lo sguardo verso il compagno o facendo una domanda in più all’insegnante”.

Anche l’insegnante dovrà rinunciare al suo caro smartphone…

“Lo lascerà in sala docenti, o nella borsa, così i ragazzi vedranno che siamo i primi ad accompagnarli in questa sfida. Noi non dobbiamo lasciarli in balìa dei social media, che hanno un potere di attrattiva enorme e che hanno dietro di loro interessi miliardari. Dobbiamo difenderli da questi distrattori e regalar loro sei ore quotidiane di vita dove c’è solo il lavoro da svolgere insieme e la relazione con l’altro da sperimentare. A noi sembra una proposta semplice e banale e siamo molto stupiti del clamore suscitato dalla nostra iniziativa, anche perché molte scuole lo facevano già prima di noi”.

La vostra scelta collide in qualche modo con la Costituzione e con le leggi, che garantiscono vari diritti importanti come la proprietà privata e il diritto di comunicazione?

“Noi non vogliamo intaccare il diritto alla proprietà privata. Abbiamo inserito questa regola perché la scuola vive il problema. E’ folle lasciare in mano qualcosa che affatica, che impedisce, che distrae dallo scopo per cui si è tutti lì, in classe, che è quello di studiare. Noi non glieli chiediamo con la forza, gli smartphone, ma la regola prevede che come in gita non ci si può ubriacare, allo stesso modo a lezione non si può usare il cellulare”.

Quindi un alunno potrebbe legittimamente opporsi.

“Se un ragazzo dice no, noi non lo obbligheremo. Vogliamo solo proporre una scuola non come un incontro casuale di soggetti ma come una comunità che mira allo scopo, che è quello di crescere insieme. Ma se il cellulare ci impedisce allora lo togliamo. Siamo riusciti ad affaticare qualcosa che potrebbe essere più semplice: stare insieme, studiare e crescere in una comunità. Poi, certo, è una sperimentazione, quindi monitoreremo mese per mese come vanno le cose e a fine anno tireremo le somme per vedere com’è andata. Ho parlato in diverse classi, i ragazzi sono disponibilissimi perché hanno visto che è un’ipotesi condivisa tra adulti per il loro bene e non per il comodo di noi insegnanti”.

Tutto questo non toglie che lo smartphone possa essere visto, in certe circostanze, come un utile strumento di lavoro in classe

“Il cellulare resta in classe e se il docente decide di usarlo, per qualsiasi motivo, allora si lavorerà con il cellulare. Semplice: usiamo la tecnologia per quello che serve. Il cellulare si può usare se fa parte di un progetto didattico, altrimenti preferiamo che il ragazzo si confronti con gli altri. Da noi la tecnologia c’è, gli studenti usano i tablet quotidianamente. Al pomeriggio lo usiamo per lo STEAM. Abbiamo solo messo fuori gioco un distrattore che disturbava”.

Serve quando serve.

“Proprio così. Il ragazzo stesso si accorge che senza cellulare vive meglio e segue e studia di più magari anche nel tempo libero. Se tutto questo non lo impara a scuola, dove lo impara? Noi vogliamo il bene dei ragazzi. Scopriranno un’esperienza altra della vita. Il cellulare ti porta invece da un’altra parte, ti porta cioè dove vogliono i potentati economici. Perché Steve Jobs e Bill Gates hanno vietato le tecnologie ai loro bambini? Evidentemente conoscevano bene la potenza distrattrice di questi strumenti. La nostra non è una battaglia contro la Apple, ma noi vogliamo fare il nostro mestiere e con il cellulare sul banco, mi creda, è impossibile”.

Molti dicono che occorrerebbe invece educare all’uso consapevole del cellulare.

“Io rispondo che questo non è praticabile, poiché il cellulare è un mezzo pervasivo. Non si riesce a educare i ragazzi all’uso consapevole di quel mezzo. Chi vuol bene ai ragazzi è pronto a ogni tentativo ed è pure pronto a tornare indietro, se il tentativo risulta inutile. Noi non facciamo una battaglia contro nessuno”.

Quali sono state le reazioni delle famiglie?

“Le famiglie per ora sono entusiaste, ci sono state solo due lamentele, peraltro legittime, perché non avremmo seguito, secondo queste famiglie, un percorso di confronto democratico con gli studenti”.

Che cos’ha risposto?

“Abbiamo risposto che in generale è vero: gli adulti devono discutere con l’educando. Ma in altri casi gli adulti devono fare gli adulti. Devono cioè avere il coraggio di sfidare la libertà dei ragazzi con una proposta chiara e con uno scopo condiviso. Loro ci stanno, quanto meno ci provano. Sono peraltro intelligenti e, non imponendo ma proponendo in modo chiaro lo scopo, ti vengono dietro con libertà. Il problema vero, semmai, è: li vogliamo educare, i nostri studenti, o li vogliamo evitare? Perché quando tu li educhi sei pronto ad affrontare tutti i problemi che insorgono. Quando li eviti scegli invece ciò che è più comodo

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