Addio a Francesco Alberoni. Quando disse: “Università è una fabbrica di titoli, si offre una formazione non profonda”

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Francesco Alberoni, rinomato sociologo, giornalista e scrittore, si è spento a 93 anni, lasciandoci un’eredità di riflessioni profonde sul cambiamento in atto nella società contemporanea. Con la sua visione critica, ha anche esaminato le dinamiche che stanno erodendo le fondamenta della nostra cultura e dell’istruzione.

Negli ultimi decenni, le istituzioni educative cardine, come la famiglia e la scuola, hanno subito un declino nel loro valore e rilevanza. Per Alberoni, i giovani di oggi, in molte occasioni, si trovano impreparati, incapaci di raccontare in modo coeso la propria storia o di argomentare in maniera efficace.

L’era digitale ha sicuramente influito. L’uso costante di dispositivi mobili e la dipendenza dai social media hanno ridotto la capacità di attenzione dei giovani. La frammentazione dell’informazione, sia online che in televisione, ha dato vita a generazioni abituate a contenuti brevi e superficiali.

E nonostante l’università dovrebbe rappresentare un baluardo della conoscenza, anche qui la visione di Alberoni è critica. Le università, secondo lui, sono diventate “fabbriche di titoli”, offrendo una formazione spezzettata e non profonda. Il vero “sapere”, che dovrebbe nascere da un rapporto continuo e diretto tra studente e docente, viene spesso messo in ombra da un approccio più meccanico e superficiale.

Questa frammentazione si riflette anche nel mondo del lavoro, dove i giovani sono preparati per ruoli altrettanto segmentati. Tuttavia, non tutto è perduto. Il “sapere sapere”, come lo definisce Alberoni, ovvero la capacità di apprendere e di donare, è ancora ciò che conta veramente.

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