Accuse di mobbing al dirigente, di complotto ai colleghi, conflitti con i genitori: il caso di Serenella

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Le pubblicazioni scientifiche sulle malattie professionali degli insegnanti riportano che la percentuale dei provvedimenti di inidoneità all’insegnamento per motivi di salute assunti dai Collegi Medici di Verifica è nell’80% dei casi di tipo psichiatrico.

Le diagnosi più gravi, cioè quelle di tipo psicotico, rappresentano circa il 10% e spesso rappresentano un ostacolo difficilmente superabile per tutti gli attori dell’ambiente scolastico: il docente, il dirigente, l’USR. Vediamo il perché attraverso lo studio di un caso da manuale.

Storia di Serenella

Serenella ha 62 anni ed è una maestra della scuola dell’infanzia alla quale manca un anno per andare in pensione. Si presenta controvoglia nel mio studio ed è accompagnata dal marito. Afferma che le è stato richiesto l’accertamento medico d’ufficio dal dirigente scolastico per tutta una serie di motivi che sono riportati nella lunga ed esaustiva relazione del preside (ex art. 15 DPR 461/2001). L’insegnante ritiene di essere oggetto di mobbing da parte del suo capo d’istituto, ma la descrizione del suo comportamento professionale riportata sulla relazione (inadeguata vigilanza dei bimbi con conseguenti rischi, strattonamenti, urla, imprecazioni), i conflitti personali con colleghi, dirigente medesimo, collaboratori e genitori, non lasciano molti dubbi. La maestra sostiene di essere attaccata da tutti nel suo ambiente di lavoro e impone bruscamente al marito di tacere quando mi rivolgo a lui chiedendogli cosa pensi dell’intera faccenda. Chiedo a Serenella come si senta e lei sostiene di essere depressa, esibendo un certificato psichiatrico proveniente da uno studio privato. Il documento segnala una condizione di gravità con un franco delirio persecutorio e prescrive un cocktail farmacoterapico a base di antipsicotico e antidepressivo. Chiedo all’insegnante se la terapia prescrittale ha avuto buoni risultati, ma la risposta non lascia spazio a speranze di sorta: “Mi rifiuto di prendere quella roba lì: mica sono matta, io!”. Spiego a Serenella che la CMV chiederà un nuovo accertamento psichiatrico per almeno tre motivi: 1) il certificato psichiatrico da lei prodotto è vecchio di quattro mesi; 2) il certificato non proviene da struttura pubblica; 3) lei non ha seguito la terapia farmacologica prescritta. Serenella fa capire subito quali sono le sue intenzioni sostenendo che il problema è facilmente risolvibile omettendo di presentare il fatidico certificato. Decido allora di scandagliare l’anamnesi familiare e quella patologica, sia remota che prossima, alla ricerca di un qualche riscontro psichiatrico, ma è tutto inutile per la chiusura a riccio della paziente.

La visita in CMV
Il giorno della visita medica collegiale Serenella è nervosa e desiderosa che la pratica si chiuda al più presto. Ribadisco che assai probabilmente le sarà richiesto un nuovo accertamento psichiatrico, ma lei ripete che non acconsentirà mai perché non è matta. Mentre la maestra sbriga da sola le pratiche di accettazione per la visita medica, approfitto del momento per chiedere al marito cosa volesse dirmi prima di essere zittito dalla moglie nel mio studio. I particolari raccolti sono tanto scontati quanto importanti: il coniuge mi voleva informare che anni addietro Serenella era stata sottoposta a terapie antipsicotiche ed era stata seguita da un luminare del settore. Inoltre Serenella riteneva il marito a capo di tutti i complotti contro di lei e nelle crisi psicotiche più gravi era arrivata a minacciarlo di morte. Durante la visita in CMV, i medici chiedono come previsto un nuovo accertamento psichiatrico, ma Serenella dapprima scoppia a piangere e poi denuncia complotti a proprio danno accusando di mobbing il dirigente scolastico. Seguono infine deliri e minacce di ricorrere all’autolicenziamento per fare finire il suo calvario. Chiedo invano alla CMV di porre subito la diagnosi e assumere il giudizio medico-legale in base ai documenti prodotti (relazione del dirigente e certificato psichiatrico) e all’eloquente obiettività raccolta durante la visita e il colloquio. Il giudizio medico-legale della CMV viene sospeso finché Serenella non produrrà il nuovo certificato psichiatrico proveniente da una struttura pubblica. Se ciò non avverrà entro 40 giorni, la pratica verrà archiviata dal Collegio Medico e restituita all’amministrazione di appartenenza. Quest’ultima potrà istituire nuovamente la richiesta di accertamento medico d’ufficio e, qualora la maestra ostacolasse ancora la conclusione del procedimento, si prospetterebbe il licenziamento.
Non resta che sperare nella lucidità di Serenella affinché si rassegni ad effettuare la nuova visita psichiatrica per concludere l’iter dell’accertamento medico e non rischiare il licenziamento. Le speranze tuttavia sono poche, come dimostra la compliance della maestra verso le terapie prescritte.

Riflessioni
Quello sopra descritto per fortuna non è un caso estremamente frequente, tuttavia resta assai difficile da gestire proprio per gli aspetti peculiari della patologia psicotica coi suoi deliri e in particolare quelli persecutori. Tocca al dirigente scolastico richiedere un accertamento medico d’ufficio senza esitazione alcuna, anche se il rischio di una denuncia per mobbing è dietro l’angolo. A questo proposito è fondamentale la stesura della relazione che il dirigente invia alla CMV: questa dovrà essere sintetica, significativa, essenziale, organizzata per punti, comprovata in ogni sua parte da allegati e testimonianze scritte ma soprattutto priva di commenti, giudizi, ipotesi diagnostiche o altre cose che non competono al datore di lavoro. Simili sviste possono esporre il dirigente ad azioni legali e a denunce. E’ sicuramente conveniente spiegare a tutto il personale, in tempi non sospetti, che l’accertamento medico è uno strumento a tutela della salute del lavoratore e non un atto a suo danno. A chi tocca fornire questa informazione? Al dirigente naturalmente, stando al DL 81/08. Un ultimo importante avviso per tutti i capi d’istituto: nessuno pensi di fare il furbo ricorrendo alla formula oscena del “trasferimento per incompatibilità ambientale”. Otterrebbe un triplo danno: a carico del collega cui regala la patata bollente, a danno del docente in crisi che vedrà peggiorare le proprie condizioni psichiche e per finire a scapito della nuova utenza. Chi si sottrae ai propri compiti, dichiara esplicitamente di non esserne all’altezza.

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