Abbigliamento adeguato e disciplina a scuola. Il caso di Trieste

di Lalla
ipsef

di A. Lalomia – In un testo apparso il 13-04-11 su questo portale, osservavo che, per contrastare la cattiva abitudine di molti allievi di entrare in classe in tenuta incompatibile con l’ambiente scolastico, “Il Ministero dovrebbe impartire ordini severissimi a tutti gli istituti per impedire l’accesso a quegli studenti che non sanno che cosa siano la cura della propria immagine, la pulizia, la decenza, la pudicizia, la verecondia, il rispetto  per sé e per gli altri -un rispetto che si esprime anche nel modo in cui ci si presenta in pubblico e nel non sottoporre il proprio corpo ad autentiche sevizie, come ad esempio il piercing o i tatuaggi”.

di A. Lalomia – In un testo apparso il 13-04-11 su questo portale, osservavo che, per contrastare la cattiva abitudine di molti allievi di entrare in classe in tenuta incompatibile con l’ambiente scolastico, “Il Ministero dovrebbe impartire ordini severissimi a tutti gli istituti per impedire l’accesso a quegli studenti che non sanno che cosa siano la cura della propria immagine, la pulizia, la decenza, la pudicizia, la verecondia, il rispetto  per sé e per gli altri -un rispetto che si esprime anche nel modo in cui ci si presenta in pubblico e nel non sottoporre il proprio corpo ad autentiche sevizie, come ad esempio il piercing o i tatuaggi”.

L’ultimo episodio che conferma la gravità del fenomeno, giunge da Trieste, dove una trentina di studenti del locale ISIS Nautico “Tomaso di Savoia duca di Genova” pretendeva, il 25-05-11, di varcare la soglia dell’ istituto con un abbigliamento che il Preside, nella circolare n. 280 del 16-05-11 (“Abbigliamento adeguato”), letta nelle classi e poi pubblicata sul sito della scuola il 19 dello stesso mese, aveva già dichiarato non consono. D’altronde, circolari del genere non rappresentano certo una novità: basti pensare a quella, dai toni particolarmente garbati (1), firmata il 25-05-10 (n. 422) , dal DS dell’ITIS “Alessandro Rossi” di Vicenza, “Il decoro nell’abbigliamento a scuola”.

Inoltre, in molti regolamenti scolastici di disciplina si trovano indicazioni riguardanti proprio l’abbigliamento e più in generale il look con cui l’utenza deve presentarsi in classe.

Il comportamento dei ragazzi del Nautico può definirsi quindi un’aperta provocazione nei confronti del DS, con l’aggravante che gli allievi, respinti dal portiere della scuola in base appunto alla circolare del Capo d’Istituto, hanno chiamato la Polizia per poter entrare. Alla fine ci sono riusciti, grazie all’opera di mediazione svolta dalle forze dell’ordine.

L’opera encomiabile degli agenti, nulla toglie, però, alla gravità del gesto che hanno commesso gli studenti, vale a dire un’autentica sfida lanciata al DS e all’istituzione scolastica nel suo complesso.

Anche perché poi, in realtà, quel giorno solo una parte degli allievi ha accettato il compromesso che era stato raggiunto grazie alla Polizia. Parecchi hanno preferito rimanere fuori dall’istituto e alcuni addirittura si sono esibiti in una specie di show proprio davanti al portone della loro scuola, a conferma inequivocabile della loro precisa volontà di provocazione.

Come se non bastasse, il giorno dopo centinaia di studenti del Nautico sono entrati a scuola in calzoni corti, in segno ‘di solidarietà’ con i compagni che avevano dato il via alla bravata.

Personalmente ritengo la prova di forza di questi ragazzi molto grave e mi verrebbe quasi da auspicare l’attivazione di procedure disciplinari durissime (2) , tali da penalizzarli pesantemente sul loro futuro scolastico.

Per non parlare del fatto che la mancata esecuzione (per cause riconducibili alle loro intemperanze) dell’accordo raggiunto dalla forza pubblica potrebbe configurarsi addirittura come fattispecie legalmente perseguibile.

Il rispetto delle regole è condizione preliminare e irrinunciabile per far parte a pieno titolo di una comunità e l’inosservanza di questo principio, soprattutto se espresso in modo così vistoso e provocatorio, non deve rimanere impunito.
L’arroganza di soggetti che evidentemente non hanno ben chiara la distinzione dei ruoli, non può mai essere tollerata. Ne va della credibilità dell’istituzione scolastica.

Il buonismo pestifero che ha ammorbato il nostro Paese per decenni ha prodotto -e continua a provocare- danni irreparabili sotto il profilo disciplinare e lo constatiamo per l’ennesima volta con questo episodio (3) .

In molti casi, è stato ampiamente superato il limite della decenza, grazie anche ai nefasti modelli di comportamento proposti da certi media e alla delegittimazione della scuola pubblica che si sta portando avanti da mesi, con discorsi che inevitabilmente vengono interpretati da soggetti già predisposti all’inosservanza delle norme come un diritto a contrapporsi pregiudizialmente a tutto ciò che la scuola cerca -spesso con molta fatica, visti i pochi mezzi di cui dispone- di trasmettere.

Tornando ai ragazzi del Nautico, vorrei aggiungere che la loro sfida dovrebbe sollecitare ancora una volta il Ministero ad emanare precise e vincolanti direttive su come gli studenti possono e devono presentarsi a scuola.

Non è possibile lasciare sulle spalle di singoli, coraggiosi presidi iniziative che, proprio per il clamore mediatico che sollevano, richiedono la voce autorevole del Ministero.

È vero che il DS del Nautico ha ricevuto subito il sostegno della Direttrice dell’USR regionale, la quale ha ricordato che “[…] il Nautico è un istituto che ha una tradizione di disciplina e che molti dei suoi studenti poi si iscrivono all’accademia militare o mercantile dove le regole, anche quelle sull’abbigliamento, sono fondamentali”, aggiungendo che certi comportamenti contrastati dal Preside, come quello di portare ‘gavettoni’ a scuola, costituiscono un pericolo per la sicurezza (4) .

Parole quanto mai opportune, ma che temo non siano sufficienti per produrre un’inversione di tendenza da parte di molti allievi nel loro modo di concepire la scuola.

Credo che sia necessario rendersi conto che in questo, come in altri casi, è stata oltraggiata in modo palese l’istituzione scolastica. Le aggravanti non mancano: oltre a quelle già ricordate sopra, vorrei aggiungere gli ‘sgambettamenti’ proprio davanti al portone della scuola, una provocazione che potrebbe anche dar luogo ad un’azione legale per vilipendio (a parte i provvedimenti disciplinari).

Se avessero voluto, gli allievi avrebbero potuto protestare in modi più civili; per esempio, chiedendo un’Assemblea d’istituto o di classe, con tanto di verbali finali da consegnare al Preside. Perché non hanno agito secondo le procedure previste dalla Legge ? Perché hanno deciso di respingere a priori la strada del dialogo, del compromesso, puntando subito su quella della contestazione sfacciata ?

Gli studenti forse non hanno capito che con la loro scelta hanno offuscato le proteste dei loro colleghi che si sono svolte a Trieste nel novembre 2010, proteste che sono nate da motivi in buona parte concreti (soprattutto il degrado dell’edilizia scolastica e la riduzione di fondi, che di fatto mortifica l’offerta formativa), anche se poi sono sfociate in una scelta illegale, vale a dire l’occupazione, che è un reato e che infatti si è conclusa con lo sgombero da parte dei tutori dell’ordine. (5)

Come accade quasi sempre in questi casi, gli studenti del Nautico, dopo aver scagliato il sasso, si sono atteggiati a vittime, affermando di temere sanzioni disciplinari da parte del Preside. Queste sanzioni, in realtà, sarebbero, più che legittime, addirittura doverose, visto il danno all’immagine dell’istituto e all’istituzione scolastica nel suo complesso che è stato fatto. Anche perché la suddetta circolare si concludeva con una nota molto conciliante: “Si confida nella responsabilità e nel buon senso di ciascuno.”, una nota a cui i ragazzi hanno risposto invece con provocazioni reiterate (6) .

Tutto questo è intollerabile, anche se ritengo che non si debba fare di ogni erba un fascio e che non pochi studenti (soprattutto i più piccoli) si siano avventurati nel sentiero della ‘rivolta’ per semplice spirito di emulazione o per il timore di essere etichettati come fifoni dai compagni.

Nei primi mesi di questo esecutivo si è discusso tanto della divisa scolastica, scelta che io ho condiviso e continuo a condividere, anche perché la divisa annulla le differenze sociali e rappresenta un prezioso elemento di uguaglianza.
È uno strumento altamente democratico, perché consente all’allievo povero di non sentirsi inferiore rispetto al compagno di classe ricco, il quale può permettersi vestiti griffati e look costosissimi. Con la divisa, poi, sparirebbero tutte la problematiche legate al look inadeguato e talvolta indecente degli allievi.
Niente scene squallide in classe e niente contrapposizioni tra studenti e Presidi.

Questa proposta è stata gettata nel magazzino delle nobili intenzioni, assieme ad altre promesse elettorali ?

Non sarebbe il caso di riprenderla e di lavorarci con impegno (magari in una prospettiva bipartisan), anziché dedicare tempo e denaro a discettare di libri, docenti (per non parlare di giornalisti e magistrati) comunisti?

Note

(1) “Anche il modo di vestire può facilitare infatti l’apprendimento e la collaborazione fra studenti e studenti, e fra studenti e docenti. […] Una circolare sull’abbigliamento appare forse qualcosa di burocratico. Ma è un modo (uno dei tanti) per richiamare al dialogo sincero con le famiglie: non si può lasciar correre un po’ su tutto.”

(2) Come quelle che vengono citate ad esempio in “Bullismo. La parola agli allievi”, scaricabile attraverso GOOGLE.
Su questo fenomeno, vorrei segnalare gli esiti del monitoraggio effettuato in 585 scuole piemontesi nel marzo 2011.

(3) Ma si potrebbero citare altri casi, come quello della maestra denunciata per aver rimproverato un’alunna che aveva falsificato la firma dei genitori; o quello delle ragazzine appartenenti al gruppo ‘Bolognina warriors’);
oppure, infine, quello degli studenti di una scuola media di Codogno (Lodi) che hanno messo su Facebook le immagini di alcuni docenti, corredandole di insulti.

(4) Una precisazione, questa dei ‘gavettoni’, che lascia intravedere scenari ben precisi, tali da giustificare la scelta del rigore disciplinare seguita dal Preside.
Per la verità, il DS del Nautico ha ricevuto il plauso anche di altri. Cfr. ad esempio Marisa Moles, “Ragazzi in bermuda a scuola? A Trieste un preside dice no.” e Marcello D’Orta, “Calzoni corti ? A casa. Finalmente un preside che rispetta la scuola.”, apparso sul “Giornale” del 27-05-11

(“Quando si capirà che la scuola è una cosa seria, un luogo che merita rispetto? Una classe non è una discoteca, né uno stabilimento balneare. Un professore sta lì non solo per insegnare italiano matematica o scienze, ma per educare, e l’educazione passa anche per l’abbigliamento (segno di rispetto per sé e per gli altri). Viviamo in un Paese dove ogni tentativo di dare una regola è considerato un attentato alla libertà, un gesto autoritario, e infatti i ragazzi del liceo di Trieste si sono rivolti alla Polizia (perché non alla guardia costiera? sarebbe stato più in linea col luogo e coi fatti.)
Il problema non è solo estetico ma etico. Vestendoci in un determinato modo, noi lanciamo un messaggio: siamo fatti così; la pensiamo in questo modo; il nostro stile, la nostra filosofia di vita è questa.”) .
“Il Giornale” propone anche un sondaggio sulla decisione del Preside, sondaggio i cui risultati fanno ben sperare sul rispetto di precisi valori da parte degli Italiani.

Per una breve intervista al Preside del Nautico sull’episodio, cfr. “Educare al decoro”.

V. anche “Scuola ed autonomia”, apparso nel 2010 sul settimanale triestino “Vita nuova”
(“La scuola soffre del fatto che, a causa della mancanza di autonomia, non riesce a sfruttare le proprie energie: la forte centralizzazione e la rigidità della sua organizzazione ha avuto come conseguenza l deresponsabilizzazione dei docenti, che si ritrovano spesso limitati a semplici esecutori del programma scolastico. Tuttavia, chi più e chi meno, i docenti non hanno rinunciato al ruolo di educatori anche dal punto di vista civile e morale, ed è per questo che, nonostante tutto, sostengo che la scuola statale sia una buona scuola. […]”) .

(5) Mi si consenta comunque di aggiungere che, durante l’occupazione di una scuola triestina, gli studenti hanno dato prova di una volontà propositiva difficilmente riscontrabile in situazioni del genere.
C’è da chiedersi però se era necessario occupare l’istituto per dar vita ad una iniziativa, la pulizia di alcune aule, che i ragazzi avrebbero potuto realizzare tramite un pacifico accordo con il Preside.

(6) Vorrei ricordare che il DS di questa scuola ha adottato misure, in tema di contenimento della devianza giovanile, che dovrebbero essere prese come esempio da altri presidi. Mi riferisco alla “Commutazione di provvedimenti disciplinari in servizi a favore della comunità scolastica”, come recitano le circolari nn. 225 (del 7-04-11) e 268 (dell’11-05-11). Non mi sembrano elementi da sottovalutare, visto quanto accade all’estero, dove sono previste multe e misure detentive per quegli studenti e quei genitori che non osservano le norme scolastiche, a partire dal mancato rispetto per i docenti.
Al riguardo, cfr. ad esempio “In Germania chi bigia va in galera”, scaricabile a pagamento da “Italia oggi”, ma reperibile anche, gratis, su “Yahoo finanza” . In effetti, la prigione, per certi soggetti che si qualificano come ‘studenti’, mi sembra il luogo migliore per indurli a riflettere sul loro comportamento.
D’altronde, anche nel nostro Paese qualche docente sta tentando di sollecitare il mondo politico per la presentazione di una proposta di legge che riqualifichi finalmente la scuola sotto il profilo della disciplina, introducendo ad esempio il periodo di prova per gli allievi (proprio come in ambito lavorativo) e consentendo ai docenti di servirsi di mezzi di contrasto della devianza studentesca già collaudati con successo in altri stati, a partire dalle pistole Taser opportunamente adattate.

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