Abbandono scolastico, ma anche mancata corrispondenza tra competenza e titolo acquisito: come affrontare il problema? Il modello di Sant’Egidio e la figura del “facilitatore”

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Uscita precoce dal sistema d’istruzione, assenteismo, accumulo di lacune, mancata corrispondenza tra competenze e titoli acquisiti: i tanti volti dell’abbandono scolastico richiedono un approccio sempre più multidisciplinare, in modo da intervenire in modo sistemico sulla povertà dei contesti e di attivare supporti istituzionali e risorse, ma anche pronto a scommettere sulla militanza attiva dei cittadini.

È quello che ha fatto la Comunità di Sant’Egidio all’indomani della pandemia col programma “W la scuola” che, puntando sull’introduzione della figura del “facilitatore”, ha vinto una doppia scommessa: strappare i giovani volontari al loro individualismo e dare una nuova opportunità a chi si sentiva messo ai margini anche in seguito alla chiusura prolungata degli istituti.

Ne abbiamo parlato con Evelina Martelli, dottoressa di ricerca in Storia contemporanea e curatrice del volume W la scuola appena pubblicato da Editrice Morcelliana nella collana Scholé.

Dottoressa Martelli, il programma “W la scuola” ha puntato tutto sul ruolo dei facilitatori, giovani volontari impegnati a ritessere il rapporto tra i minori, le famiglie e gli insegnanti. Come avviene la loro selezione e formazione?

I facilitatori del programma “W la scuola” sono nella grande maggioranza giovani che hanno maturato esperienza di sostegno a bambini e ragazzi con problemi di integrazione sociale e scolastica attraverso le Scuole della pace, i doposcuola gratuiti che Sant’Egidio organizza in contesti periferici delle città in cui è presente. Sono pertanto da anni inseriti nei momenti di formazione che coinvolgono tutti gli operatori di questo servizio. Questi giovani negli anni hanno maturato esperienze e conoscenza dei territori e delle loro problematiche, ed intervengono nella creazione o ritessitura di una rete sociale che aiuti i minori ad inserirsi o ritornare a scuola.

A tale proposito, anche se nel saggio non se ne fa cenno, sappiamo che ormai da qualche anno la Comunità di Sant’Egidio coinvolge nelle Scuole della Pace anche i ragazzi delle scuole superiori attraverso i PCTO. Sono già disponibili dati sull’impatto di questo ulteriore strumento?

A parte i numeri di giovani coinvolti nei PCTO non ho altri dati sul loro coinvolgimento. I ragazzi del PCTO sono coinvolti nel recupero scolastico dei minori della scuola primaria e, in alcuni casi, della secondaria di primo grado. Questo supporto è molto utile per i minori che ricevono il loro aiuto, perché possiamo offrire loro un sostegno personalizzato, individualizzato, ma ha un grande valore anche per gli stessi giovani coinvolti. Il sostegno a bambini provenienti da contesti di deprivazione familiare e sociale ha aiutato molti giovani a comprendere in modo nuovo il valore della scuola e dell’educazione per il riscatto sociale e per la realizzazione dei propri desideri. Contribuisce a rafforzare nei giovani la consapevolezza del proprio ruolo nella società e della possibilità di influenzare positivamente la situazione di altri giovani che incontrano maggiori difficoltà. Alla formazione ad una maggiore sensibilità sociale, si aggiunge poi una formazione a livello relazionale. Attraverso le Scuole della pace, infatti, i giovani si relazionano con bambini più piccoli e provenienti da diversi ambienti sociali, con persone più grandi di varia estrazione, tra cui i genitori, gli insegnanti e anche altri volontari, ma soprattutto con coetanei che insieme a loro svolgono questo servizio. Queste relazioni umane e personali sono molto formative, e particolarmente preziose in un’epoca in cui le relazioni virtuali sostituiscono sempre di più quelle di persona. Li aiutano a costruire un più robusto senso del sé e a rafforzare le capacità relazionali e di collaborazione.

Il progetto ha interessato in particolare le periferie di Roma e Genova, in quali aspetti ha dovuto differenziarsi e adattarsi alla diversa fisionomia di queste aree?

La differenza consiste principalmente nella natura dell’intervento e deriva dalle circostanze in cui si è intervenuti. A Genova il programma ha iniziato ad operare con una cooperazione organica e quotidiana con un Istituto comprensivo di un quartiere molto problematico. L’intervento è pertanto caratterizzato da un ambito territoriale ben definito e una collaborazione strutturale con le scuole di quel territorio.

A Roma l’intervento è più diffusivo, nascendo da sollecitazioni e segnalazioni provenienti dalle Scuole della pace, da Istituti scolastici, da centri di ascolto di Sant’Egidio, da singoli che si sono rivolti alla Comunità per aiuto. Per questo l’area di intervento si estende a tutta la città, con un carattere meno organico rispetto agli Istituti comprensivi e ai territori coinvolti, ma con la caratteristica di raggiungere un elevato numero di minori.

Nel saggio viene posto in evidenza un dato molto interessante che riguarda la dispersione implicita – la mancata corrispondenza tra titolo di studio formalmente raggiunto e competenze reali – e il suo aumento significativo dopo il lockdown (circa due punti in percentuale). Le pare che sia stata fatta una riflessione approfondita e costruttiva a riguardo?

Credo che a livello internazionale e a livello italiano ci sia una diffusa consapevolezza della crisi dell’istruzione. Sicuramente la riflessione è iniziata, tuttavia esiste una emergenza attuale che richiede risposte ed interventi immediati. A noi sembra che la situazione eccezionale che si è creata a causa della pandemia abbia fatto esplodere una serie di problematiche che erano già presenti nella scuola, e che ora vediamo meglio. È necessario mettere insieme tutte le risorse della società, le istituzioni e le realtà della società civile, per superare la grande crisi che attraversa la scuola, e speriamo che il programma “W la scuola” possa contribuire anche al dibattito e fornire spunti per soluzioni organiche.

La bocciatura viene indicata come uno dei principali fattori che incidono sull’abbandono scolastico. Pensa che la riforma degli istituti tecnici e professionali – le scuole in cui questo strumento viene utilizzato in maniera più consistente – possa rappresentare un punto di svolta significativo?

Sicuramente le bocciature sono un nodo importante. Sono stata colpita dal dato sulle bocciature per numero eccessivo di assenze, che sono un numero veramente significativo. Rispetto alla riforma degli istituti tecnici e professionali non mi sento di dare un giudizio in base all’esperienza del programma “W la scuola” della Comunità di Sant’Egidio. I nostri sforzi si sono infatti concentrati sul facilitare l’accesso alla scuola per tanti bambini e ragazzi che avevano grandi difficoltà o ritardi nell’iscrizione, e a far ritrovare la strada della scuola a tanti ragazzi che si erano persi e che avevano smesso di frequentare.

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