A 9 anni “escluso” dalla festa dei compagni di classe perché allergico alla Nutella, la mamma “escludere non è normale, diamo senso ai calzini spaiati”

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Un episodio increscioso, sia pure del tutto legittimo, che mette in discussione tante convinzioni che si ritengono ormai radicate in tema di inclusione e di solidarietà. E che fa da contraltare alla bella notizia che racconta di una scolaresca di bambini di 9 anni che rinuncia a una gita pur di stare con il compagno disabile, dopo che la pedana del bus che li trasportava si era rotta. I fatti. Un bambino campano, di Angri, in provincia di Salerno, è allergico alla nocciola e quindi non può mangiare la Nutella. Anzi non può nemmeno avvicinarsi o essere sfiorato sulla pelle dalla crema spalmabile più famosa tra i bambini e non solo tra loro, altrimenti potrebbe essere colto da shock anafilattico, evenienza già successo in passato. Un disagio come tanti altri che quando colpiscono i bambini richiedono una grande empatia e una gradita solidarietà da parte dei coetanei, nonché la massima attenzione da parte degli adulti. Quando poi è coinvolta la scuola, e non può non essere così visto che tutti i bambini vanno a scuola, il grado di attenzione richiesto al personale scolastico è elevatissimo.

Il piccolo Vincenzo – gli abbiamo dato un nome di fantasia per tutelarne la privay – gode di una grande attenzione fin da quando era alla scuola dell’infanzia. L’allergia fu scoperta in maniera drammatica proprio mentre era a scuola, quando aveva 3 anni e mezzo. Il bambino aveva appena toccato il panino di un compagno e si era immediatamente gonfiato, non si vedevano le pupille, pure la bocca era divenuta gonfia. Chiamata la mamma, il 118 che non rispondeva, la corsa della signora con il bambino alla guardia medica, il farmaco salvavita, infine le visite all’ospedale Meyer di Firenze, infine la diagnosi. “Ora abbiamo sempre con noi l’adrenalina, il cortisone e l’antistaminico”, ci spiega la mamma di Vincenzo, “Una volta appresa la diagnosi – prosegue – abbiamo fatto una fatica enorme per far vietare le merende. Ma poi già alla scuola dell’infanzia hanno deciso di non far fare la merenda a nessuno, anche perché subito l’ora della merenda sarebbero usciti da scuola”.

Anche presso la scuola primaria le cose vanno bene: “il bambino a scuola è molto tutelato – spiega la mamma – e dunque non abbiamo nessuna recriminazione verso la scuola. Sono state diramate le circolari in merito alle merende contenenti nocciole proprio per proteggere Vincenzo, che potrebbe avere uno shock se alimenti a base di nocciola dovessero entrare anche semplicemente a contatto con la sua pelle. Nel corridoio della sua classe è stato affisso un invito rivolto a tutte le classi per evitare merende con nocciole e Nutella, perché anche utilizzando gli stessi bagni, poteva comunque contaminarsi con rubinetti o maniglie sporchi di nutella, ed è stato fatto anche un incontro con l’allergologo sull’utilizzo dei farmaci. Peraltro pure i bambini sono solidali con Vincenzo”. E allora cosa c’è che non va?

Non tutto va sempre per il verso giusto. Non sul piano dell’empatia e della solidarietà. Non nel caso di Vincenzo. E’ la mamma del bambino a raccontare un episodio che rischia di segnargli la serenità e che forse si sarebbe potuto evitare anche se – ribadiamo – siamo nel campo del lecito e della libera esplicazione dei diritti di ciascuno. Lo ribadisce anche la mamma del bambino: “niente di personale, mi riferisco solo al gesto, che poteva essere evitato”. Ed ecco il gesto. Per quanto riguarda le feste di compleanno, racconta ancora, “la maggior parte delle mamme ha avuto l’attenzione di far fare la torta senza la Nutella, parlo di feste serali al di fuori della scuola, e io ho sempre ringraziato mille volte. Stavolta no”. Il problema è sorto per la festa di domenica scorsa di compleanno di una compagna di classe. “L’invito è stato rivolto a tutti i bambini – prosegue – e io come sempre ho chiesto informazioni sul cibo e mi sono vista rispondere: mi dispiace ma la torta è con la Nutella. E poi ho saputo che pure la pizza era con la Nutella. Di fronte a questa comunicazione ho risposto che allora l’invito rivolto a tutti – di fatto – non era rivolto a tutti i bambini, infatti è come se non fosse stato rivolto a Vincenzo. Se inviti una persona la devi mettere in condizione di partecipare, non lo inviti a proprio rischio e pericolo”. E così Vincenzo non è andato alla festa della compagna. I genitori hanno trovato una scusa e lo hanno portato al booling a Napoli.

“Tutti i bambini sapevano del problema di Vincenzo, e dunque è passato un messaggio di normalità, come se fosse normale una cosa del genere. Questo episodio deve servire a far capire a tutti quanti come parlare con i bambini. Io ho anche detto a questa mamma che è tremendo escludere di fatto un compagno per soddisfare un capriccio di una figlia. Non è certo colpa della bambina ma di chi non ha fatto capire bene che l’assenza di un compagno dalla sua festa per un capriccio non è una cosa buona e giusta. Questo episodio dimostra che tante volte non c’è l’empatia che ci si attende. Come risponderebbe una bambina se le si chiedesse: come rimarresti se tu non potessi andare a una festa dove vanno tutti i tuoi amichetti? Episodi del genere anche se accadono fuori dalla scuola devono diventare occasioni per dare senso e sostanziare i discorsi che si fanno quando si parla di calzini spaiati, di inclusione, di solidarietà, di comprensione della diversità. Vincenzo è un bambino che ha esigenze diverse dagli altri. Questa cosa dimostra che se non si prende spunto da un esempio concreto ha poco senso parlare in generale della tematica dell’inclusione. Ho accennato la cosa alla maestra e lei dice che è successa fuori dalla scuola, e che a scuola si parla di queste tematiche. Io sono d’accordo con questo ma penso che così come succede per gli episodi di bullismo anche questi episodi, che succedono fuori dalla scuola, riguardano anche la scuola. Questo episodio può servire a potenziare il discorso che le maestre già fanno sull’inclusione. Ai bambini serve soprattutto questo: rapportarsi con esempi concreti”.

E allora la mente va al recente episodio, raccontato dal giornale Ilcentro.it, che ha visto come protagonisti nei giorni scorsi gli alunni di una classe quarta dell’Istituto comprensivo di Trasacco, in provincia di L’Aquila. erano a Roma in gita quando la pedana del bus che permetteva ad un bambino disabile di scendere dal mezzo si è rotta, e i compagni di scuola hanno deciso di restare con lui rinunciando alla gita pur di non lasciarlo solo. Una “lezione di vita e di amore”, così l’ha definita il cronista. “Tutti gli accompagnatori – ha raccontato al giornale il dirigente scolastico Piero Buzzelli, dichiarazione poi rilanciata dall’Ansa – si sono dati da fare per sistemarla e per consentire al bambino in carrozzina di scendere e visitare la città insieme ai suoi compagni. È passato del tempo e nessuno riusciva a risolvere il problema. È stato proposto agli alunni di iniziare a incamminarsi per visitare Roma, cerando nel frattempo di risolvere l’inconveniente. I bambini hanno detto che senza il loro amico non sarebbero mai scesi. Hanno dato una lezione a tutti. Hanno provato per diverso tempo a riaggiustare la pedana ma non c’è stato nulla da fare. Alla fine sono dovuti ripartire per rientrare a casa. Il comportamento dei bambini è stato esemplare, una testimonianza del vero significato dell’inclusione. Siamo tutti orgogliosi e commossi”.

Ho letto di quell’episodio e mi è piaciuto, dice ora la mamma di Vincenzo. In un mondo giusto si agisce così. Quell’episodio dimostra che non deve essere considerato normale pensare solo a sé stessi. Io voglio ribadire ancora una volta che non desidero puntare il dito su una persona, su nessuna persona, non lo farei mai, ma solo nei confronti di un comportamento che, di fatto, finisce per essere sentito come discriminatorio e, per questo, va compresa la sua portata diseducativa, proprio per evitarne altri, poiché il rischio è che si creino dei precedenti e che tutto possa diventare normale. In realtà se ci pensiamo è passato questo messaggio: Vincenzo non viene, la facciamo lo stesso. Quanto sarebbe stato bello evitare quella torta, o farcirla con il cioccolato e poi magari mangiare la Nutella in un altro momento. Sarebbe stato un bel gesto capace di includere tutti. Il bambino quel giorno è stato portato a Napoli al booling con una scusa ma di quella festa e di quella torta poi in classe si è parlato. Io non so quanto il bambino abbia recepito. Non sarà certo l’ultimo caso in cui verrà discriminato per motivi di salute e non posso proteggerlo sempre”. Tornando alla scuola, “fossi stata un’insegnante avrei cercato di far riflettere la bambina. Con gli adulti talvolta è quasi inutile ma con i bambini e i ragazzi ci dobbiamo provare, si può far tanto. Facciamo tanti progetti a scuola sulla diversità e sull’inclusione e poi facciamo queste cose. Per me è la conferma che tanta sensibilizzazione non è bastata. E’ stata un’azione sbagliata che neutralizza tanti, nobili intenti educativi”.

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