Il 40% della disoccupazione giovanile è imputabile alla scuola

di redazione
ipsef

red – O meglio, è di natura strutturale e affonda le sue radici nello scarso dialogo tra sistema educativo e sistema economico. A dirlo una ricerca condotta da McKinsey & Company che analizza le cause del problema e propone un piano organico di interventi a livello nazionale e territoriale.

red – O meglio, è di natura strutturale e affonda le sue radici nello scarso dialogo tra sistema educativo e sistema economico. A dirlo una ricerca condotta da McKinsey & Company che analizza le cause del problema e propone un piano organico di interventi a livello nazionale e territoriale.

Si chiama "Studio ergo Lavoro. Come facilitare la transizione scuola-lavoro per ridurre in modo strutturale la disoccupazione giovanile in Italia" la ricerca della McKinsey che ha evidenziano come le cause del problema della disoccupazione giovanile (tra i 15 e i 29 anni) siano solo in parte riconducibili alla recente crisi economica. E come il fenomeno sia radicato nel nostro Paese da lungo tempo e ha natura strutturale: negli ultimi vent’anni, infatti, la probabilità per un giovane sotto i 30 anni di essere disoccupato è risultata essere stabilmente 3,5 volte superiore alla popolazione adulta (la media europea si attesta a 2).

Le cause?

La componente strutturale rappresenta circa il 40% del tasso di disoccupazione giovanile complessivo (oggi al 28% tra gli under 30) e affonda le sue radici nel disallineamento tra capitale umano formato dal sistema educativo e necessità attuali e prospettiche del sistema economico del Paese.
 
A partire dallo sbilanciamento quantitativo tra domanda delle imprese e scelte dei giovani. Nel 2012, rivela lo studio, le imprese hanno trovato difficoltà a reperire candidati – sia in termini di quantità che in termini di profili e competenze adeguate – per il 16% delle posizioni ricercate (corrispondenti a circa 65.000 posti di lavoro). Anche nella scelta del percorso universitario la disponibilità di posti di lavoro rimane un criterio di scelta secondario: meno del 30% degli universitari sceglie l’indirizzo di studi sulla base degli sbocchi occupazionali, mentre il 66% è motivato dall’interesse e dalle attitudini personali.

Cioè, i giovani, quando selezionano il percorso di studi, non hanno piena consapevolezza delle implicazioni lavorative di tale scelta. Solo il 38% degli studenti intervistati conosce le opportunità occupazionali offerte dai vari percorsi scolastici.

Altra nota dolente riguarda la preparazione degli studenti. Secondo lo studio, solo il 42% delle imprese italiane ritiene che i giovani che entrano per la prima volta nel mondo del lavoro abbiano una preparazione adeguata. Nel 47% dei casi (rispetto a una media europea del 33% e al 18% del Regno Unito), le aziende del nostro Paese ritengono che tali carenze abbiano un impatto negativo sulla loro attività. In particolare, lamentano un deficit di competenze generali (non solo la padronanza delle lingue straniere e della matematica di base, ma anche capacità analitiche, intraprendenza e autonomia, etica e deontologia professionale) e di esperienza pratica. In Italia stage e tirocini hanno una durata inferiore a un mese in quasi il 50% dei casi nella scuola superiore e in circa il 30% dei casi all’università, e coinvolgono solo la metà degli studenti d’istruzione secondaria e terziaria. Esiste inoltre una marcata differenza di percezione tra gli attori coinvolti: imprese e studenti concordano su una preparazione carente (solo il 43% dei giovani la ritiene adeguata), ma il 70% delle scuole la giudica idonea all’ingresso nel mondo del lavoro.

Questo per quanto rigarda la scuola, ma carenze vengono evidenziate anche a livello di supporto nelal ricerca del lavoro, con uno scarso utilizzo dei canali istituzionali e il ricorso a vie informali come parenti ed amici.

Cosa fare?

Secondo la McKinsey, ci vuole un piano d’azione sia a livello nazionale sia mirato su territori, distretti o filiere specifiche, che intervenga su più ambiti:

  1. offerta formativa adeguata alla domanda,
  2. informazione diffusa e trasparente,
  3. rivalutazione delle scuole tecniche e professionali,
  4. stretta collaborazione tra scuola e lavoro (con giovani e insegnanti in azienda e datori di lavoro nelle scuole),
  5. servizi di orientamento per gli studenti,
  6. efficacia dei canali di collocamento dei giovani sul mercato.
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