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40 cappotti e un bottone. Il libro sulla Shoah del maestro Ivan Sciapeconi

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Josko dice: “Fare l’insegnante è il più eroico dei mestieri oppure il più vile». Fare l’insegnante è ingranaggio o granello di sabbia”. E ancora. “Ho paura, Josko. Ho paura che quando verranno non saprò odiarli abbastanza. Per quello che hanno fatto a mio padre, a mia madre, a zio Hermann, a Sami.

E per non avermi lasciato il tempo di diventare un maestro. Un maestro come te. Il granello di sabbia che fa saltare gli ingranaggi”. Il libro di Ivan Sciapeconi, da cui sono tratti i brani, s’intitola “40 cappotti e un bottone”. Edito da Piemme, e destinato a diventare un best seller, è un libro sulla straordinaria storia di Villa Emma, a Nonantola, in provincia di Modena. E’ un documento straordinario sulla Memoria. La Memoria della Shoah. Dell’orrore che sembra passato e che invece non è passato. Che non passa mai. Se due ragazzine della provincia di Livorno aggrediscono nel parco un dodicenne, ammonendolo che “ebreo di merda devi morire in un forno”, vuol dire che quel passato fa molta fatica a passare. Vuol dire che per quanto le iniziative scolastiche annuali sul ricordo dell’Olocausto siano accusate di essere retoriche e ormai datate, in realtà esse rappresentano il minimo sindacale, non sempre sufficiente a raggiungere l’obiettivo, che è quello di far sapere alle nuove generazioni quel che è successo di così inimmaginabile negli anni prima del 1945. E per loro non è neppure tanto tempo fa: calati come sono nello studio della Storia antica, di quella dell’Età dei Severi, della caduta dell’impero romano Romano, delle chiacchierate ma sempre utili Guere puniche, i nostri alunni trovano per questo sempre molto vicine a loro le testimonianze relative a fatti orrendi come l’Olocausto. Specie alla scuola primaria, proprio là dove insegna il maestro e scrittore, Ivan Sciapeconi, 52 anni, in servizio da 27, ora su due classi quinte alle Pascoli di Modena, una scuola che sorge e vive a ridosso del centro con un forte impatto multiculturale al suo interno. I bottoni e i cappotti alludono allo stratagemma che fu trovato dalle sarte di Nonantola che confezionarono i vestiti da dare ai bambini in modo che durante la loro fuga verso la Svizzera – resa necessaria dopo che nella cittadina emiliana, dove avevano ricevuto accoglienza, arrivati da Spalato, accompagnati da Jakov Maestro, dopo essere scappati dalla Bosnia e dalla Croazia, vi si erano insediate le truppe tedesche – fossero scambiati per scolari in gita scolastica.

Ma eccola, la storia di Villa Emma, presentata in quarta di copertina del volume. Estate 1942. Alla stazione di Nonantola, in provincia di Modena, scendono quaranta ragazzi e bambini ebrei. Sono scappati dalla Germania nazista grazie all’organizzazione di Recha Freier e, con i loro accompagnatori, stanno cercando di arrivare in Palestina, ma la guerra li ha costretti a continui cambi di direzione: prima la Croazia, poi la Slovenia, ora l’Italia. A Nonantola vengono sistemati appena fuori dal paese, a Villa Emma. Sembra che il peggio sia passato. Ci sono lezioni, assemblee e i più grandi imparano mestieri che un giorno potrebbero essere utili. Tra i ragazzi e le ragazze di Villa Emma c’è anche Natan, che inizialmente vede tutta questa attenzione con sospetto. Bruciano ancora il ricordo del padre trascinato via nella notte, l’addio della madre e del fratello più piccolo. Eppure, a Villa Emma non ci sono stelle gialle da appuntare al cappotto, né ghetti, né retate nella notte. Sembra di essere in un mondo completamente nuovo, dove i contadini portano cibo, il falegname i letti, dove ognuno può fare la propria parte. Con l’8 settembre del 1943, però, a Nonantola iniziano ad accamparsi le truppe naziste e per i ragazzi di Villa Emma c’è una nuova fuga da organizzare. Questa volta non sono soli, però, questa volta hanno un intero paese a lottare per loro. Una storia luminosa, inedita e sorprendente. Una storia vera. Uno squarcio di ottimismo nell’orrore della Shoah, 40 ragazzi messi in salvo da un’intera cittadinanza. Questo libro è per loro, per i salvati e i salvatori, perché non siano mai dimenticati. Ma anche perché ancora oggi la normalità del loro eroismo ci commuove e ci sfida a non abbandonarci a facili paure e all’indifferenza.

Che cos’è la storia di Villa Emma?

“La storia di Villa Emma – ci spiega il maestro Ivan Sciapeconi – non è solo l’incredibile racconto del salvataggio di 73 ebrei per lo più bambini o ragazzi giovanissimi. È soprattutto il movimento spontaneo dell’intero paese di Nonantola che ha saputo reagire alla propaganda nazifascista e si è organizzato per aiutare degli sconosciuti. Non c’era alcun motivo logico o di opportunità perché la popolazione locale sostenesse con cibo, vestiti e opportunità di lavoro i nuovi venuti”.

Eppure l’hanno fatto.

“Eppure l’hanno fatto Proprio il rapporto tra una comunità e un gruppo di persone provenienti da molto lontano, a mio avviso, è l’aspetto più interessante di quanto è accaduto. La storia dei ragazzi ebrei arrivati a Nonantola nel 1942 ci interrogano ancora oggi sul nostro rapporto con lo sconosciuto. Con chi arriva e ti presenta una storia diversa dalla tua”.

Come a scuola

“Oggi la scuola italiana è una scuola, di fatto, multiculturale. Ancora oggi, sui nostri banchi siedono bambini e ragazzi arrivati in Italia con mezzi di fortuna, anche con i famosi barconi. Eppure, l’educazione interculturale sembra da tempo scomparsa dai radar della scuola.

I protagonisti

“I protagonisti di questa storia – il prete, don Arrigo Beccari, e il medico del paese, Giuseppe Moreali – sono stati dichiarati Giusti tra le Nazioni dallo Yad Vashem. La loro statura morale sembra dirci che dobbiamo interrogarci. Che dobbiamo meritare quel passato, come direbbe Fausto Ciuffi”.

Che scuola c’era a Villa Emma?

“A Villa Emma, bambini e ragazzi frequentavano una scuola che oggi definiremmo attiva. I grandi insegnavano ai piccoli e il curricolo si stabiliva in assemblea. C’erano interventi esterni, professionalità del paese che arrivavano nella Villa per insegnare agli ebrei. Dall’esperienza della scuola di quegli anni, don Arrigo Beccari trarrà ispirazione per aprire la prima scuola media a tempo pieno in Italia, prima della riforma del 1962. Le sue innovazioni didattiche e le sue idee pedagogiche non erano distanti da quelle di Don Lorenzo Milani anche se non ebbero la stessa fortuna nel panorama nazionale. La scuola voluta da don Beccari sta lì a significare che l’innovazione – parola che oggi rischia di suonare sempre più logora e priva di significato reale- nasce a partire da incontri tra soggetti diversi e distanti e costruisce qualcosa di realmente nuovo”.

Qual è il ruolo della memoria per evitare che il passato si ripeta?

È un tema molto importante, quello della riflessione che accompagna ogni 27 gennaio. Ma non credo che la memoria sia un antidoto. Tanto la memoria personale, quanto quella collettiva sono connaturate all’oblio e al racconto. Si ricorda perché si dimentica una parte del vissuto e quel che resta viene elaborato in modo non sistematico, inserito in una narrazione di senso. Ecco, a mio avviso il modo migliore per onorare le vittime del passato, il modo migliore per scongiurare che quel che è accaduto non si ripeta, non sta solo nel curare i ricordi. Il passato non si ripete se, sui temi attuali, siamo capaci di produrre risposte altrettanto forti quanto quelle che hanno sconfitto l’orrore ottanta anni fa”.

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