Le 24 ore e la “macchina del fiato”

Di Lalla
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di Eligio Basile e Giuseppe Candido * – “Nessuna riforma potrebbe condurre ad un aumento più rapido della ricchezza nazionale quanto un miglioramento delle nostre scuole, specialmente quelle medie, purché” – sottolineava già nel 1895 Alfred Marshall nei Princìpi di Economia – “fosse accompagnato da un generoso sistema di borse di studio, che permettesse al figlio intelligente di un operaio di salire gradualmente da una scuola a quella superiore, finché non avesse ricevuta la migliore istruzione teorica e pratica che i tempi gli possano dare”.

di Eligio Basile e Giuseppe Candido * – “Nessuna riforma potrebbe condurre ad un aumento più rapido della ricchezza nazionale quanto un miglioramento delle nostre scuole, specialmente quelle medie, purché” – sottolineava già nel 1895 Alfred Marshall nei Princìpi di Economia – “fosse accompagnato da un generoso sistema di borse di studio, che permettesse al figlio intelligente di un operaio di salire gradualmente da una scuola a quella superiore, finché non avesse ricevuta la migliore istruzione teorica e pratica che i tempi gli possano dare”.

L’apparato della Scuola pubblica dello Stato, se fosse paragonato agli apparati del corpo umano, dovrebbe essere considerato – scriveva Piero Calamndrei – come l’organo che nel nostro corpo produce il sangue: l’organo che dona alla nostra società le cellule di cui esso stesso si costituisce e che, ovviamente, sono da considerarsi i cittadini.

“La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti”.

E anche per Ernesto Rossi, che aveva collaborato alla stesura del manifesto di Ventotene per gli Stati Uniti d’Europa, “Il minimo di vita civile” implicava anche “un minimo di cultura e di preparazione per mettere in grado tutti i cittadini di partecipare consapevolmente alla vita pubblica e di apprezzare i valori della nostra civiltà”. L’insegnamento elementare gratuito non può essere sufficiente, sottolineava: “Occorrerebbe che la scuola accompagnasse tutti i giovani fino ai diciassette o ai diciotto anni”.

A continuare con le citazioni autorevoli sarebbe lunga ma, soprattutto negli ultimi anni, a partire dal maestro unico, passando poi dalla riforma delle secondarie superiori fatta con tagli di ore e l’introduzione del “nuovo modo” per assolvere l’obbligo scolastico, sino all’ultima novità dell’aumento a 24 delle ore di servizio dei docenti per eliminare quelle cattedre oggi affidate a docenti precari, si è assistito ad una serie continua di tagli alla spesa per la scuola pubblica.

Per non parlare poi delle retribuzioni e della carriera dei docenti italiani. Gli insegnanti delle scuole secondarie inferiori raggiungono, in media nei Paesi OCSE, il livello più alto della loro fascia retributiva dopo appena 24 anni di servizio, mentre in Italia, sono necessari ben 35 anni di servizio. E mentre nei paesi OCSE, tra il 2000 e il 2009, gli stipendi degli insegnanti sono aumentati mediamente di un 7%, in termini di potere d’acquisto, nel nostro bel Paese, sono invece diminuiti di oltre l’1%; a ciò si aggiunga il successivo blocco degli scatti d’anzianità tutt’ora in corso per tutto il pubblico impiego. Oggi, gli stipendi degli insegnanti della scuola primaria, secondaria inferiore e secondaria superiore sono più bassi di circa il 40% in Italia, dove i professori guadagnano meno dello stipendio medio di altri professionisti con livello d’istruzione terziaria.

“La scuola diventa” – ricordava Luigi Einaudi sul Corriere della Sera nell’Aprile del 1913 – “un locale, dove sta seduto un uomo incaricato di tenere a bada per tante ore al giorno i ragazzi dai IO ai 18 anni di età ed un ufficio il quale rilascia alla fine del corso dei diplomi stampati”. E siccome anche allora si parlava di aumento dell’orario di lavoro dei docenti cui pure Einaudi era contrario, aggiunge: “Non dico che la colpa di tutto ciò siano gli orari lunghi; ma certo gli orari lunghi sono l’esponente e nello stesso tempo un’aggravante di tutta una falsa concezione della missione della scuola media”.

"Gli insegnanti, il cui orario settimanale è andato via via aumentando,” – aggiungeva il nostro primo Presidente – “sono diventati delle macchine per vendere fiato. Ma “la merce "fiato" perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana. La scuola a volerla fare sul serio logora. E se si supera una certa soglia nasce una “complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e studenti a far passare il tempo. La scuola si trasforma in un ufficio, o in una caserma, col fine di tenere a bada per un certo numero di ore i giovani; perde ogni fine formativo”.

Questa semplice considerazione Luigi Einaudi l’aveva fatta nel 1913, quasi cent’anni fa. Quando poi si parla del “quanto lavorano gli insegnanti italiani” non dovremmo soffermarci a considerare le sole 18 ore settimanali di lezioni frontali con classi sempre più affollate; al computo dovrebbero essere aggiunte le ore di lavoro per riunioni collegiali, riunioni dei consigli di classe e di dipartimento disciplinare, si dovrebbero quantificare pure i tempi impiegati in verbalizzazioni e coordinamenti, nei colloqui con le famiglie e nella programmazione collegiale e di classe. Poi ci sono i tempi di lavoro, non esattamente quantificati dal contratto ma rientranti nella funzione, che un docente dedica alla programmazione delle lezioni e alla preparazione dei compiti in classe che, ovviamente, bisognerà anche correggere. Aggiungiamo anche il lavoro per la formalizzazione della valutazione sommativa, i corsi di recupero, i tempi per la consultazione dei libri di testo per la loro adozione, i corsi di aggiornamento, le uscite giornaliere e i viaggi d’istruzione. Questo è quello che potremmo definire il “lavoro sommerso” degli insegnanti italiani che, dal 2010, non vedono riconosciuti i propri scatti d’anzianità e che, invece, secondo la Corte di Giustizia europea, dovrebbero essere riconosciuti pure ai docenti precari per il periodo che precede l’immissione in ruolo.

Anche oggi il luogo comune dei “professori fannulloni” voluto dai ministri Gelmini – Brunetta e reiterato dai media, “può sembrare ragionevole solo ai burocrati che passano 7 od 8 ore del giorno all’ufficio, seduti ad emarginare pratiche”. A costoro – sottolineava ancora Einaudi – “può sembrare che i professori con le loro 18 ore di lezione per settimana e con le vacanze, lunghe e brevi, siano dei perditempo”.

Nel 2005, una ricerca dell’Istituto Apolis di Bolzano commissionata dalla Giunta provinciale dell’Alto Adige, quantificava in 1643 ore annue il lavoro effettuato mediamente dai docenti italiani pari a 36 ore settimanali per 45 settimane. Perfettamente in media con i dati del pubblico impiego nel nostro Paese e con i tempi di lavoro degli altri docenti dei Paesi europei.

Purtroppo però, anche questo governo di professori che ben dovrebbe conoscere l’importanza della pubblica istruzione per un Paese ambizioso di crescita e competitività, non curante del contratto collettivo nazionale, dal prossimo anno scolastico, vorrebbe imporre ai docenti della scuola secondaria ulteriori sei ore di lezione a settimana per un totale di 24 ore.

Un investimento a “costo zero” per il Governo e utile a migliorare l’offerta formativa? Macché, purtroppo ancora una volta si tratta di vero e proprio taglio di risorse alla scuola pubblica. Perché le ore che dovrebbero fare in più i docenti italiani non serviranno a migliorare l’offerta formativa e ad aumentare la qualità del servizio. I docenti già di ruolo saranno “spremuti a dovere” per coprire le cattedre già in organico e attualmente ricoperte annualmente da docenti precari con incarichi annuali a tempo determinato; in barba al nuovo concorso e alle famigerate graduatorie ad esaurimento, si perderanno 25-30 mila posti. Il concetto è: facciamo lavorare di più chi già c’è e lasciamo a casa i precari per risparmiare!

Si, risparmiare, ma ancora una volta a scapito dei nostri figli. Gli alunni avranno le stesse ore (sempre che non le si tagli ulteriormente) ma i loro docenti dovranno fare più ore di servizio (e quindi avranno meno ore per dedicare all’auto aggiornamento, alla correzione dei compiti e al miglioramento della didattica). Altro che miglioramento delle nostre scuole e del servizio della pubblica Istruzione. Non comprendiamo che, se non si investe nelle nuove generazioni (dando loro un’istruzione migliore e competitiva col resto d’Europa) non ci sarà crescita vera, non ci sarà futuro se si guarda ancora alla scuola pubblica come si fa con un “ramo secco”, improduttivo, su cui tagliare per riordinare quella la spesa che i politici hanno disastrato con le loro clientele e le loro ruberie.

Una vergogna: gli errori e la mala politica di 60 anni di partitocrazia, di partito unico sempre più perfetto nel votarsi all’unanimità leggi che aumentano rimborsi e prebende, ce li fanno pagare a noi cittadini tagliando ulteriormente risorse anche alla scuola e, quindi, al futuro delle giovani generazioni.

*Docente scuola secondaria II grado, Coordinatore provinciale Federazione Gilda Unams di Catanzaro
*Docente scuola secondaria I grado, componente direzione provinciale sindacato Gilda degli Insegnanti di Catanzaro

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