I 24 CFU, perché NO. Coordinamento precari: inglobarli nel FIT

di redazione
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Pubblichiamo il comunicato che il Coordinamento Precari/ie Scuola Bologna ha diffuso tramite Facebook.

“La gestione della fase transitoria del reclutamento docenti progettata dal MIUR si è presentata, fin dalle prime fasi, particolarmente confusa e talvolta arbitraria. Le difficoltà erano prevedibili fin dal primo momento dato che l’inaspettato requisito d’accesso dei 24 CFU ha messo quasi tutti gli aspiranti docenti nella stessa situazione di deficit da colmare per essere in regola. I 24 CFU, infatti, sono necessari per ogni candidato, a prescindere dal titolo di laurea conseguito o dalla classe di concorso di interesse (fatti salvi, perlomeno, gli abilitati già ampiamente testati del TFA e i non abilitati che da già almeno tre anni lavorano per la scuola); tuttavia, nessun percorso di laurea prevedeva nel piano di studi esami di pedagogia, di antropologia e di psicologia e, in generale, non poneva nella condizione di affrontare le diverse discipline già con un approccio didattico. Quindi, salvo situazioni particolari, motivate più da scelte specifiche che da indirizzi generali, l’acquisizione di tali crediti, o almeno di una parte di essi, riguarda tutti gli aspiranti docenti.
Ingiusto è quindi, prima di tutto, il valore retroattivo di tale direttiva.

Il decreto attuativo 59 dell’aprile 2017, che disciplina il nuovo sistema di reclutamento e quindi il nuovo percorso “FIT”, contiene l’indicazione dei requisiti d’accesso mancanti, ma senza i chiarimenti su come conseguirli, tanto che le stesse Università hanno lamentato la carenza di informazioni e espresso la necessità di DOVER ASPETTARE ANCORA prima di far partire i corsi di formazione. Tale lentezza, oltre ad influire significativamente sulle vite e sulle decisioni degli aspiranti insegnanti, ha fatto e fa il gioco di Università private che da mesi, prima ancora che uscissero i settori specifici dei crediti da conseguire, hanno iniziato a promettere il facile conseguimento dei 24 CFU, esponendo di fatto gli acquirenti ad un possibile inganno che poi si è rivelato tale: soltanto 12, e non 24, sono i crediti colmabili per via telematica, secondo quanto si legge nel D.M. 616 del 10 agosto scorso. Si tratta comunque di un regalo a quegli enti che pubblicizzano i loro corsi online a pagamento e che in tutta fretta hanno modificato il loro status di università telematiche per vendere i crediti a cifre che vanno bel oltre il tetto dei 500 euro posto dal MIUR: nel decreto, infatti, il tetto fissato è esplicitamente valido soltanto per le università pubbliche.

Il D.M. n.616 del 10 agosto, d’altro canto, offre le prime direttive per quanto riguarda i settori scientifico-disciplinari utili per acquisire i crediti necessari. Le domande che pone, tuttavia, sono maggiori di quelle alle quali dà una risposta. I codici dei settori scientifico-disciplinari utili a tale acquisizione sono infatti anticipati da una lunga lista di obbiettivi formativi che sarebbero dovuti essere stati perseguiti nel conseguimento di quell’esame: ovvero, perché i crediti vengano riconosciuti, non basta aver sostenuto un esame codificato con quello specifico settore scientifico-disciplinare, ma è anche necessario che il programma di tale insegnamento abbia affrontato i contenuti in modo conforme agli obbiettivi formativi specificati negli allegati al decreto. Indicazioni che influiranno soprattutto sui CFU dell’ultimo ambito, quello relativo alla didattica dei contenuti specifici della propria classe di concorso. Anche in questo senso, la retroattività del decreto pesa in maniera significativa, dato che molti docenti, pur avendo conseguito i crediti di settori scientifico-disciplinari richiesti dalle tabelle che definivano le classi di concorso prima del 10 agosto, alla luce di queste nuove indicazioni molto probabilmente non si vedranno riconosciuti gli esami sostenuti.
Se a livello teorico questa scelta può essere ragionevole, a livello concreto tale direttiva si apre a margini di discrezionalità fortissimi. Dato che il riconoscimento dei CFU spetterà alle Università, ci si domanda: secondo quali criteri verrà valutata la corrispondenza tra esami svolti da riconoscere e i requisiti didattici posti dal MIUR? Quali strumenti verranno adottati per verificare che gli obbiettivi siano stati realmente conseguiti? Già si prevede che alcune università riconosceranno esami e altre no. Come verrà gestita tale eterogeneità? Come garantire equità?

Ulteriore fattore di riflessione della nuova politica di reclutamento docenti è quello relativo alle tempistiche. Gli aspiranti docenti dedicheranno ben 3 anni al percorso FIT (mentre erano 2 per la SISS e 1 per il TFA), durante i quali non avranno tempo per lavorare e percepiranno un magro rimborso. Inoltre si deve considerare anche il tempo trascorso dall’ultima possibilità di accesso all’insegnamento, quella del TFA II ciclo, avvenuta nel 2014. Sono quindi ad oggi già 3 anni che i laureati non hanno nessuna possibilità di accedere realmente all’insegnamento.

Difficile, inoltre, la situazione in cui si stanno trovando i laureandi. Nonostante il decreto preveda di allungare di un semestre il periodo di studi per colmare la lacuna dei suddetti CFU, in questo momento la situazione all’interno dei vari atenei italiani è così confusa e in evoluzione che si rischia di non riuscire a sfruttare adeguatamente quel tempo in più previsto dal decreto.

In generale, fondamentalmente ingiusto e incomprensibile è il provvedimento in sé: perché chiedere di formarsi ulteriormente per accedere ad una formazione? Sembra un gioco di parole, ma nei fatti questa situazione è diventata motivo d’ansia per masse di potenziali e attuali docenti. Il MIUR progetta un percorso lungo per sostenere l’idea tanto sbandierata di una formazione adeguata della classe docente ma non è chiaro perché chiedere agli aspiranti di formarsi prima e per giunta a pagamento su ciò che sarà oggetto della loro futura formazione. Mentre precedentemente le discipline comprese all’interno dei 24 CFU erano oggetto di studio durante i corsi abilitanti, ora all’allungamento del percorso si aggiunge la richiesta che lo studente vi acceda già formato. Questa situazione non può che apparire paradossale e volta a generare caos; inoltre non si tiene conto dei sacrifici economici richiesti ai docenti della cosiddetta fase transitoria. Non da ultimo, impoverisce i percorsi universitari degli studenti dei corsi di laurea, poiché questi dovranno adeguarsi alla riforma in vista dell’insegnamento. Pensiamo, in particolare, a quei corsi scientifico-tecnologici in cui l’inserimento dei 24 CFU snatura in modo significativo i percorsi tradizionali, senza dare peraltro la certezza di ottenere un giorno l’agognata cattedra.

Date queste promesse, sorge una domanda che è anche una rivendicazione: perché non chiedere l’eliminazione dei 24 CFU tra i requisiti d’accesso, e con essi della seconda prova scritta del concorso, così da lasciare che sia il FIT a formare coloro che realmente avranno la possibilità di accedere all’insegnamento? Anche perché, stando ai numeri che circolano, la crisi in cui si trova oggi la società ha sospinto masse di persone, neolaureati ma anche lavoratori con anni di esperienza in altri settori, a puntare sul mondo della scuola in cerca di una speranza di vita; tuttavia la direzione presa da tempo è quella di un taglio e un ridimensionamento del contingente di docenti (e le “sperimentazioni” messe in campo come il Liceo in 4 anni confermano ciò). In prospettiva, quindi, per molte di queste persone non è immaginabile un futuro nel mondo della scuola.”

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