23 ottobre, sciopero generale CUB: anche a scuola tante ragioni di scontento, troppe per non scioperare

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Comunicato CUB – Il 23 ottobre è giorno di sciopero generale promosso dal sindacato CUB. Lo sciopero riguarderà anche la scuola e la Cub Scuola Università Ricerca sosterrà con fermezza le ragioni che portano alla protesta.

Qualcuno potrebbe obiettare che, in tempi di pandemia, sia inutile scioperare e ci si debba invece tirar su le maniche ed operare per il bene di tutti. È appunto quello che facciamo ogni giorno, come lavoratori della scuola, come insegnanti: ci diamo da fare perché le cose vadano nel modo migliore. Ma quando si vede il buon senso calpestato, il trionfo dell’illogicità, l’improvvisazione eretta a sistema da chi governa, allora è tempo di protesta. Il mondo della scuola ne ha viste talmente tante da febbraio ad ottobre 2020 che ci sarebbe voluta la fantasia di un bravo sceneggiatore per inventare la rutilante girandola di pessime idee che la ministra ed il suo staff hanno messo in campo. Siamo passati dalla lode della didattica a distanza (6 marzo: “In mezzo a tante difficoltà’ può ’rappresentare una grande opportunità’.

È’ una sperimentazione del presente che potrà lasciarci un patrimonio di esperienze importante per il futuro”) alla lode della didattica in presenza (10 ottobre: “La scuola in presenza è fondamentale per tutti, dai più piccoli all’ultimo anno del secondo grado”); dalle scuse di Azzolina ai precari per non essere riuscita ad aggiornare le graduatorie di Istituto (inizio aprile: “Chiedo scusa ai precari ma non riusciamo ad aggiornare le graduatorie d’istituto”) al colpo di coda di luglio, quando si inventa, con l’aiuto di Max Bruschi, le GPS, nome infausto ed evocativo non di mete raggiunte ma di domande compilate a fatica nel periodo estivo, che hanno reso più cupe le giornate di vacanza dei precari e tolto il sonno agli operatori sindacali impegnati nell’aiutarli a compilare correttamente le domande, costringendoli ad un vero e proprio work in progress, visto che giorno dopo giorno comparivano rettifiche ministeriali.

Improvvisamente, noi cittadini italiani abbiamo scoperto che il Paese ha “due pilastri”: la scuola ed il lavoro. L’affermazione è stata sulla bocca di molti, ma, in particolare dei ministri Azzolina e Boccia ed ha rappresentato una vera rivelazione, perché, del fatto che scuola e lavoro fossero “i due pilastri” della società civile non ce ne eravamo accorti. Da quasi tre decenni, ormai, si tirano picconate su scuola e lavoro, togliendo risorse all’una e risorse e diritti all’altro, perseguendo, da parte di chi governa, un disegno coerente, volto a precarizzare la vita dei ceti popolari sin dalla più tenera età. Sono poi quegli stessi ceti popolari che, abbandonati a se stessi, risolvono le loro molte incertezze nel “populismo”, in mancanza di una politica seria che si occupi del popolo.

Lo sciopero del 23 ottobre nasce anche per questo motivo, per sottolineare, ancora una volta, che scuola e lavoro dovrebbero essere davvero due pilastri fondamentali della società. Ce ne sono altri: la tutela della salute e dell’ambiente, per esempio. Siamo stanchi della continua erosione di diritti e limitazione di risorse che rendono la scuola malfunzionante ed il lavoro precario, malpagato, insoddisfacente. Sulla scuola ci aspettiamo iniziative concrete: speriamo che la ministra la smetta di far propaganda, come è successo quando, a poco più di15 giorni dalla riapertura delle scuola, ha dato percentuali sul contagio risibili e prive di attendibilità scientifica. Vogliamo invece maggior sicurezza sanitaria per studenti e lavoratori: a nostro avviso bisognava concentrare gli sforzi sulla fascia tra 0 e 14 anni, garantendo soprattutto ai più piccoli una frequenza sicura.

Tenuto conto che, in genere, i bambini delle primarie e i ragazzi della secondaria di primo grado raggiungono la scuola a piedi, non ci sarebbe stato il problema di organizzare il trasporto se non per la minoranza che usa lo scuolabus. Nel frattempo gli studenti più grandi dovevano necessariamente essere organizzati almeno su doppi turni e si doveva garantire loro gruppi-classe non superiori ai 15 ragazzi. Lo sforzo del Ministero doveva anche essere concentrato sul far trovare a settembre in cattedra tutti gli insegnanti necessari.

Cosa si è fatto, invece? Nulla di sostanziale, se non scaricare molte responsabilità sui dirigenti scolastici ed intrattenere il Paese su iniziative a dir poco folkloristiche, la cui epitome è rappresentata dai “banchi con le rotelle”. Nella situazione attuale, affermare che le scuole devono essere le ultime ad essere chiuse suona come una offensiva provocazione: non la meritano né gli studenti né il personale della scuola. Pensiamo che manifestare il dissenso aderendo allo sciopero del 23 ottobre, senza aspettare che si muovano i sindacati confederali, veri e propri giganti su piedi d’argilla, sia doveroso per chi vive e lavora a scuola.

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