2015 anno della valutazione. E la formazione?

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Alla fine di questo 2015 scadrà il primo appuntamento importante per la valutazione del nostro sistema di istruzione: a ottobre l'INVALSI pubblicherà il primo Rapporto nazionale sul sistema scolastico italiano e dall’anno scolastico 2015/16 avrà inizio la valutazione esterna da parte di nuclei composti da esperti e da ispettori del MIUR.

Alla fine di questo 2015 scadrà il primo appuntamento importante per la valutazione del nostro sistema di istruzione: a ottobre l'INVALSI pubblicherà il primo Rapporto nazionale sul sistema scolastico italiano e dall’anno scolastico 2015/16 avrà inizio la valutazione esterna da parte di nuclei composti da esperti e da ispettori del MIUR.

Così sembra proprio che anche nel nostro Paese stia per compiersi la rivoluzione epocale incoraggiata dal new public management, una corrente di pensiero che dalla fine degli anni Ottanta ha concepito un modello di governance caratterizzato dall’introduzione nel settore pubblico dei meccanismi del mercato e della competizione. Ecco, dunque, affacciarsi anche da noi la spinta a valutare scuole e università mettendo in luce e premiando le migliori e supportando (ma anche sanzionando) le peggiori, con l’idea che in questo modo l’investimento pubblico in istruzione possa diventare più razionale e fruttuoso.

In Italia, tuttavia, il dibattito che si è costruito intorno alla valutazione esterna del sistema di insegnamento e dei suoi insegnanti ha assunto tratti ideologici altrove assenti o per lo meno accesi: non sarà sfuggito nemmeno agli osservatori meno attenti che una parte del mondo politico e civile l’ha intesa come un attacco alla libertà di insegnamento, una via sotterranea per far diventare la scuola agenzia di spaccio del pensiero dominante anziché fucina in cui si alimentano idee in grado di metterne in luce le storture e le debolezze. La diffidenza verso le prove standardizzate, in particolare, continua a rimanere molto forte, alimentata dal dubbio che i quiz snaturino una certa didattica generosa e ‘disinteressata’ tipica della nostra tradizione e certo anche dal non ancora dimostrato legame tra il loro utilizzo e il miglioramento degli apprendimenti dei ragazzi (stando all’evidenza empirica che viene dagli altri Paesi).

Ma quella sui test Invalsi è tutt’altro che una polemica sterile, poiché ha avuto il pregio importante di far risaltare quello che a nostro avviso è il grande nodo su cui rischia di incagliarsi il processo di valutazione in Italia: su quale risultato deve essere valutato il nostro sistema di istruzione? Quali competenze degli studenti devono essere messe sotto la lente di ingrandimento? Soltanto quelle cognitive o anche quelle civiche? Quest’ultimo è un nodo assai problematico, e da tempi assai lontani, poiché era già il grande dilemma di Socrate se conoscere il bene coincida sempre col saperlo tradurre in pratica.

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A proposito di questo, una risposta che viene spesso data alla domanda su che cosa si debba davvero insegnare agli studenti è imparare a imparare. Ma al di là dello slogan, che cosa vuol dire? E soprattutto, chi aiuta i docenti a mettere in pratica una didattica orientata a far emergere e allenare le abilità metacognitive dei loro allievi? Ecco, forse sarebbe auspicabile che il 2015 oltre all’anno fosse anche l’anno della rinata formazione in servizio di qualità, con un occhio attento a che non diventasse il solito business di punti e crediti (ahinoi prefigurato anche dalla Buona Scuola) così nocivo alla coscienza civica dei docenti, poiché accresce in loro diffidenza e disaffezione verso la cosa pubblica. Questa sì una cosa che è davvero difficile non riuscire a trasmettere alle nuove generazioni.

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