101 idee per la DAD e la DDI

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La DAD ha segnato questi due ultimi anni di attività scolastica mutando da una Didattica a Distanza totale del primo lockdown ad una didattica integrata all’avvio del nuovo anno scolastico. Ci sono stati molti spunti di riflessione, suggerimenti, proposte, corsi di formazione per cercare di sviluppare metodologie capaci di rendere efficace questa modalità d’insegnamento. All’interno di questo contesto si inserisce il manuale pubblicato dalla Erickson “101 idee per una Didattica Digitale Integrata” a cura di Laura Biancato e Davide Tonioli.

La Pandemia ci ha portato ad un ripensamento radicale dei paradigmi educativi attualmente in uso nelle nostre scuole, questo manuale può aiutare a fare quel passo in avanti che tutti si aspettano dalla scuola?

Dopo l’esperienza del primo lockdown, a settembre 2020 la scuola è ripartita, facendo tesoro delle conoscenze digitali apprese e spesso con una migliore dotazione tecnologica. E’ iniziato così il periodo della Didattica Digitale Integrata. Con questo libro abbiamo raccolto 101 idee per armonizzare attività in presenza o a distanza, scoprendo le potenzialità di strumenti, ambienti e metodologie che permettano di andare al di là dei tradizionali confini degli spazi e dei tempi scolastici, privilegiando attività collaborative e interattive. La proposta è quella di una scuola nuova, resiliente e coraggiosa, che risolve i problemi e cerca di restare vicina ai propri studenti.

Siamo passati dalla DAD alla DDI, cosa cambia tra queste due metodologie e da quali classi è consigliato utilizzarle?

La DAD del primo lockdown ha rappresentato una novità per tutti, anche per determinate realtà che erano già molto innovative nel campo delle nuove tecnologie applicate alla didattica. Si è trattato di una fase “emergenziale” che è stata affrontata consolidando determinate competenze strada facendo, dalla quale siamo usciti rafforzati dal punto di vista professionale. La DDI ha rappresentato invece il tentativo di tornare da una didattica di “emergenza” ad una didattica il più possibile “ordinaria”, dove le tecnologie rappresentano una scelta consapevole e competente di integrazione nelle attività quotidiane di tutti i giorni. Il suggerimento del Ministero dell’Istruzione è quello di avviare una didattica digitale integrata alla secondaria, ma è chiaro che ormai la didattica digitale fa parte del quotidiano per tutti gli ordini di scuola.

Nel vostro manuale parlate di cloud come strumento importante per la didattica futura, quali cambianti comporta il suo utilizzo?

Quando parliamo di “cloud” nella scuola pensiamo principalmente agli strumenti per comunicare, creare classi virtuali, riunirsi online, condividere informazioni e cooperare nella costruzione di materiali didattici. Avere strumenti che interagiscono “in cloud” è efficace per mantenere i contatti e garantire la continuità didattica nel caso di chiusura delle scuole, ma anche nel caso di studenti con particolari esigenze o che si devono assentare per un certo periodo. Con le piattaforme cloud, è possibile estendere la scuola “oltre le mura”. Non sostituirla, perché tutti vogliamo fortemente una scuola in presenza, ma integrarla e “continuarla”: all’aula fisica si affianca l’aula virtuale. La classe diventa “ibrida” e include anche gli alunni che, a causa di malattia, quarantena o altri problemi legati all’emergenza, non possono frequentare, senza escludere altre “emergenze” che potrebbero essere localizzate (quanti giorni si perdono, annualmente, per le varie allerte meteo, in molte regioni?) o individualizzate (quanti ragazzi e ragazze non frequentano la scuola per motivi di salute o, talvolta, psicologici?).

L’utilizzo dei device a scuola è stato spesso ostacolato se non vietato, oggi sono diventati fondamentali nella didattica digitale e nella metodologia blended. La metodologia BYOD (Bring Your Own Device) sarà fondamentale per un apprendimento ibrido?

C’è un’idea “storica” di fondo: per frequentare efficacemente la scuola, ogni singolo alunno necessita di alcune “attrezzature”. Dai libri di testo, ai dizionari rigorosamente cartacei, a penne, matite, gomme, album da disegno e altri strumenti specifici per la didattica. È dato per scontato che ogni studente abbia il proprio libro di testo, i propri quaderni e via dicendo. Ma dopo avere descritto quello che nel corredo c’è, proviamo ad esaminare ciò che manca: non è previsto alcun dispositivo digitale! Tablet e notebook non sono contemplati; nel “corredo” non ci sono…

Il periodo di emergenza Covid-19, con l’improvviso dispiegamento della cosiddetta “didattica a distanza” (DAD) ha portato in evidenza proprio questa mancanza. Le scuole hanno dovuto provvedere a fornire molte decine di dispositivi digitali, acquistati anche in fretta e furia grazie a tempestivi finanziamenti ministeriali. Non hanno certo dovuto fornire ai propri alunni libri, quaderni, penne, album da disegno, perché ogni alunno li aveva già! La DAD si è ora “trasformata” in Didattica Digitale Integrata (DDI), con l’aggettivo “integrata” ad indicare una nuova fase di maggiore stabilità, oltre l’emergenza; ma rimane il problema delle dotazioni individuali. A poco è servito il già semi-dimenticato, ma importantissimo, “Decalogo per il BYOD” proposto dal MIUR nel 2018. Mentre è evidente l’impossibilità delle scuole di assegnare un device a centinaia (a volte migliaia) di studenti, moltissime famiglie si sono anche rese conto di non avere mai pensato prima alla necessità di dotare i loro figli di un dispositivo individuale, esclusivo, probabilmente perché la scuola non l’ha mai richiesto in modo esplicito. Nella maggioranza delle scuole, peraltro, vi sono computer a disposizione degli alunni, concentrati di solito nei laboratori di informatica. Si tratta di un approccio che, per la verità, si è cercato di modificare, in particolare con il Piano Nazionale per la Scuola Digitale del 2015 (PNSD), nel quale si insisteva molto sull’importanza degli “ambienti di apprendimento” dotati di una infrastruttura digitale diffusa. Al di là dell’emergenza del Covid-19, è ormai tempo di vedere il digitale come una risorsa indispensabile, anche per cercare rapidamente di avvicinarci al livello medio di competenza digitale dei cittadini degli altri paesi europei. Un dispositivo individuale non fa la competenza digitale, ma può fare la differenza per svilupparla. Sono considerazioni che dovrebbero trovare spazio a pieno titolo nel PTOF e nelle scelte organizzative delle scuole, che le stesse scuole devono rendere esplicite. Rimane il fatto che senza dispositivo non si può davvero far sperimentare direttamente quasi nulla! Fare un po’ di posto ad un tablet nello zaino, per affiancare ai libri o addirittura contenerli), però, è necessario.

Sincrono e asincrono sono i due aspetti che caratterizzano una didattica mista, tuttavia la modalità asincrona è poco utilizzata. Quali sono i vostri suggerimenti per implementarla?

Abbiamo sviscerato il tema della didattica “mista” attraverso le idee nelle varie sezioni del libro. Prima di tutto ci è sembrato opportuno chiarire come gli ambienti fisici si possano integrare con gli ambienti virtuali, con una serie di proposte molto operative, anche suddivise per ordine di scuola. Nella seconda sezione invece ci siamo dedicati ad un excursus sulle piattaforme cloud più adatte per la scuola. Ma è forse nelle sezioni dedicate alla creazione di contenuti digitali e alle metodologie innovative che si possono trovare spunti davvero concreti per l’organizzazione e l’integrazione tra le attività sincrone e asincrono. In questo senso, la metodologia della Flipped Classroom, ad esempio, risulta essere la più indicata e trasversale, a tutti i livelli di scolarità. Nella didattica capovolta, come tutti sanno, non si tiene la tradizionale lezione frontale a scuola, ma i contenuti si condividono con gli alunni attraverso canali diversi dal solito, generalmente usando strumenti digitali perché i ragazzi possano fruirne con facilità e visualizzarli in autonomia da casa o da qualsiasi posto si trovino, seguendo i propri ritmi di apprendimento. Il termine “capovolta” allude al fatto che c’è un’inversione del classico schema di insegnamento-apprendimento: la lezione viene “guardata” a casa sotto forma di video e le esercitazioni (banalizzando potremmo dire i compiti, ma non si tratta solo di questo!) si svolgono a scuola sotto la supervisione del docente e in maniera cooperativa lavorando in gruppo con i compagni di classe, abituando così gli studenti a fare team.

L’integrazione scolastica è un altro tallone d’Achille della didattica digitale, quali sono i vostri suggerimenti per migliorare questo importante aspetto?

Parlare di inclusione fa subito pensare a studenti che hanno difficoltà di apprendimento o di socializzazione a causa una disabilità o di disturbi specifici dell’apprendimento, o agli alunni stranieri o BES. In realtà, tutti gli studenti, anche gli impropriamente definiti come “normodotati”, spesso vivono il passaggio dall’età infantile a quella adulta, ed in particolare il periodo adolescenziale, con problematiche interiori difficili da comprendere ed individuare. Per tale motivo, c’è la necessità di pensare a percorsi di insegnamento/apprendimento SEMPRE inclusivi e il più possibile individualizzati. Con l’avvento delle nuove metodologie e degli strumenti digitali, la scuola ha avuto accesso a diversi device e moltissime app o piattaforme specifiche che possono favorire il processo inclusivo.

Si deve superare l’utilizzo esclusivamente compensativo degli strumenti tecnologici, per far sì che gli alunni, tutti, acquisiscano competenze di analisi, elaborazione e rielaborazione dei contenuti proposti. Abbiamo proposto un’intera sezione sull’argomento, con idee molto operative, tra le quali indubbiamente l’Universal Design for Learning spicca come approccio fortemente inclusivo. L’UDL-Universal Design for Learning attua infatti una visione psico-pedagogica che affronta in modo convergente tre grandi sfide dell’insegnamento: la valorizzazione delle diversità, l’educazione inclusiva e l’uso critico e consapevole delle TIC-Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione. L’UDL consente l’attuazione del principio della personalizzazione nella progettazione curricolare anche a distanza e tende a rispettare le diverse individualità eliminando l’etichettazione degli studenti (H, DSA, ADHD, BES) in un quadro di riferimento che promuove la costruzione di percorsi formativi flessibili e accessibili al maggior numero possibile di studenti fin dall’inizio, senza bisogno di adattamenti postumi con misure compensative da realizzare dopo. L’idea sostanziale dell’UDL è che ciò che è progettato “flessibilmente” fin dall’inizio – e senza adattamenti a posteriori per gli utenti che presentano una qualche difficoltà fisica, cognitiva o sensoriale – sarà inevitabilmente adeguato anche per chi non ha particolari esigenze: si tratta, in altri termini, di una progettazione di qualità con un target d’utenza a base allargata.

Un’ultima domanda, in particolare sull’aspetto legato alla valutazione. Abbiamo assistito a pratiche valutative in DAD anche bizzarre, penso ad esempio ad alcuni episodi dove gli studenti venivano interrogati bendati. Viste queste difficoltà, come dobbiamo procedere per una corretta valutazione nella didattica digitale?

La didattica a distanza ha accentuato le ambiguità di un concetto ormai superato di “valutazione”, totalmente incentrato sulla ricerca di una verifica oggettiva. Le esperienze più innovative, invece, hanno invece posto l’attenzione su una valutazione formativa in itinere, così come sulla ricerca di modalità di auto-valutazione. All’interno del volume abbiamo cercato di dare spazio a diverse idee su come valutare tramite gli strumenti digitali, aprendo anche una riflessione sul significato della valutazione

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