1°maggio amaro, arriva il simulatore delle pensioni

di redazione
ipsef

Anief –  Pensioni,  arriva il simulatore Inps: tanti lavoratori scopriranno che lasceranno dopo i 70 anni e con l’assegno sociale. Il sistema di calcolo, atteso da 20 anni e che nel 2016 sarà accessibile a 23 milioni e mezzo di dipendenti, permetterà al lavoratore di individuare il proprio conto contributivo.

Anief –  Pensioni,  arriva il simulatore Inps: tanti lavoratori scopriranno che lasceranno dopo i 70 anni e con l’assegno sociale. Il sistema di calcolo, atteso da 20 anni e che nel 2016 sarà accessibile a 23 milioni e mezzo di dipendenti, permetterà al lavoratore di individuare il proprio conto contributivo.

Il problema è che la “stretta” su requisiti di accesso e assegno di quiescenza produrrà effetti devastanti: anche chi lascerà con 40 anni di lavoro, nella maggioranza dei casi andrà in pensione con la metà e anche meno dell’ultimo stipendio. La beffa è dovuta al fatto che il sistema contributivo attuale prevede un’incidenza sull’accontamento previdenziale decisamente più sfavorevole al lavoratore rispetto ai modelli pensionistici precedenti. Negli altri Paesi, però, si continuano a percepire pensioni dignitose.

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): non dimentichiamo che circa quasi tre milioni di dipendenti statali si ritrovano con gli stipendi bloccati da sei anni e così sarà fino al 2019. E che quelli della scuola, dopo un fermo di stipendio decennale, riceveranno appena 5 euro come indennità. Intanto, i ‘Quota 96’ rimangono bloccati in servizio: ora serve anche un censimento. Ci rendiamo conto che il rispetto per il lavoratore e per la sua dignità umana è ormai sceso sotto il livello di guardia?

Da domani, primo maggio, i lavoratori avranno la possibilità di ottenere gratuitamente e on line il computo del loro futuro assegno pensionistico: potranno conoscere, in pratica, l‘entità della pensione maturata e gli anni di contributi ancora da versare per il raggiungimento dei requisiti minimi di accesso. Ad introdurre la cosiddetta “busta arancione”, attesa da almeno vent’anni, sarà un simulatore digitale interattivo messo a disposizione dall’Istituto nazionale di previdenza sociale. In questa prima fase potranno accedere al servizio, connettendosi al sito www.inps.it (link ‘La mia pensione’), solo i dipendenti con meno di 40 anni, già in possesso del pin Inps (richiesto sempre al portale dell’ente, che ne rilascia una prima parte subito e la rimanente via e-mail) e che abbiano versato almeno 5 anni di contributi.

Da giugno, si darà accesso agli under 50. L’obiettivo dell’Inps, scrive il Corriere della Sera, è “rendere possibile la simulazione della pensione a quasi 18 milioni di lavoratori dipendenti, artigiani, commercianti e parasubordinati. Nel 2016 l’operazione verrà estesa prima ai lavoratori domestici e a quelli agricoli e infine ai dipendenti pubblici. Al termine del 2016 il simulatore andrà a regime e sarà accessibile da tutta la platea degli iscritti all’Inps, circa 23 milioni e mezzo di lavoratori”. Il sistema di calcolo permetterà al lavoratore, attraverso pochi passaggi, di individuare il proprio conto contributivo e “verificare se ci siano anomalie ed errori e segnalarli”.

Purtroppo, per moltissimi dipendenti, in particolare i più giovani e coloro che non possono vantare un altissimo numero di anni utili, il risultato del simulatore si rivelerà a dir poco traumatico: anche se le “stime vengono elaborate in moneta costante ipotizzando lo scenario base, cioè un aumento della retribuzione dell’1,5% l’anno e così del Pil”, potranno appurare che l’importo che percepiranno una volta raggiunta la pensione non sarà molto più alto dell’attuale assegno sociale. E anche per chi lascerà il servizio con 40 anni di lavoro non andrà molto meglio: nella maggioranza dei casi, andranno in pensione con la metà e anche meno dell’ultimo stipendio.

Anche per chi ha svolto 40 anni di lavoro, le prospettive non sono infatti migliori: il loro assegno di quiescenza non avrà nulla a che vedere con l’ultimo stipendio, come invece accadeva con il sistema retributivo. Ecco un esempio pratico: chi è nato nel 1990 e inizia a lavorare ora, potrebbe andare in pensione, dopo i 70 anni, con appena 400-500 euro (33% dell’ultimo stipendio), quindi, percependo meno dell’attuale assegno sociale. La beffa è dovuta al fatto che il sistema contributivo attuale prevede un’incidenza sull’accontamento previdenziale decisamente più sfavorevole al lavoratore rispetto ai modelli pensionistici precedenti.

E i pochi fortunati che possono lasciare prima, si vedranno quasi sempre decurtare l’assegno pensionistico di cifre non indifferenti, anche del 25 per cento. Ma siccome il potere d’acquisto delle pensioni è in caduta libera: in 15 anni è diminuito del 33%, tanto che già oggi per più di quattro pensionati su dieci l'assegno non arriva neppure a mille euro al mese”, oltre la metà (il 52%) delle donne, è evidente che in questo modo si sta andando sempre più verso un Paese composto da pensionati ex lavoratori ad alto rischio povertà.

La ‘stretta’ non ha risparmiato i requisiti per l’accesso. Basta dire che nell’ultimo quinquennio le riforme sulla quiescenza hanno allungato di dieci anni l'età pensionabile: tra 15 anni, nel 2030, si potrà accedere alla pensione di vecchiaia solo oltre i 68 anni; dal 2050, i neo-assunti potranno andare in pensione dopo 70 anni o 46 anni e mezzo di contributi. Mentre per accedere all’assegno di quiescenza anticipato bisognerà aver versato attorno ai 44 anni di contributi.

“Parlare di festa del lavoro con queste prospettive – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – lascia davvero tanta amarezza: deve essere chiaro che l’inasprimento delle norme che regolano i livelli retributivi pensionistici, sommate a quelle sui requisiti di accesso, hanno portato le nuove generazioni a dover lavorare una vita per avere, nella terza età, importi da assegno sociale. In pochi decenni, circa 40 anni, la pensione media verrà ridotta della metà rispetto ai livelli attuali”.

La stretta sulle pensioni, tra l’altro, è un’ingiustizia tutta italiana: in Germania, dove la crisi economica è comunque presente, si continua comunque ad andare in pensione dopo 27 anni di contributi. In Francia, l’età minima di pensionamento pur essendo stata innalzata è comunque stata fissata a 62 anni. Mentre ci sono altri paesi – come Polonia e Cipro – dove l’età minima per lasciare il lavoro in cambio di una pensione piena al completamento del numero di anni di servizio svolti, senza decurtazione, è fissata a 55 anni. E diversi altri, tra cui Belgio, Danimarca, Irlanda, Grecia, Spagna, Lussemburgo (pag. 93 dell’ultimo Rapporto Eurydice della Commissione europea ‘Cifre chiave sugli insegnanti e i capi di istituto in Europa’), dove è possibile ottenere “una pensione piena al completamento del numero di anni di servizio richiesti”.

Nel nostro Paese, invece, si sta andando verso un sistema che chiede quasi il doppio dei contributi: di recente l’accesso alle pensioni è stato ancora più ritardato, con un decreto interministeriale, Mef e Ministero del Lavoro, che dal primo gennaio 2016 posticiperà di altri quattro mesi l’età e i requisiti per accedervi per via dell’innalzamento della soglia legato alle aspettative di vita crescenti (in particolare delle donne, ormai sopra gli 85 anni).

“Se a questa discrepanza – continua il sindacalista Anief-Confedir – si aggiunge il fatto che circa quasi tre milioni di dipendenti statali si ritrovano con gli stipendi bloccati da sei anni e così sarà fino al 2019, e che quelli della scuola, dopo tale fermo, riceveranno appena 5 euro come indennità, ci rendiamo conto che il rispetto per il lavoratore, per la sua vita professionale ma anche per la sua dignità umana, è ormai sceso sotto il livello di guardia”.

Già oggi la situazione peggiorativa sta coinvolgendo coloro che dovevano lasciare il lavoro con le vecchie modalità e che invece rimangono “incastrati” per l’entrata in vigore immediata dalla riforma pensionistica Monti-Fornero. Vale per tutti il caso dei ‘Quota 96’ della scuola, raggiunta sommando contributi ed età anagrafica, che a distanza di quasi tre anni rimangono in larga parte ancora sul posto di lavoro malgrado tutti, anche in ambito politico, gli avessero dato piena ragione. Per risolvere la questione, nei giorni scorsi è stato depositato nei giorni scorsi in commissione Lavoro l’ennesimo disegno di legge “che include anche la nuova salvaguardia per gli esodati”.

Secondo ‘Orizzonte Scuola’, “tra le questioni che fino ad oggi hanno impedito la risoluzione del problema, c'è quella finanziaria. Il DDL (Buona Scuola) affronta la questione, mettendo in evidenza come sia difficile ‘prevedere l’onere rispetto alla quantificazione di 4.000 soggetti interessati rilevata nel 2012 perché va valutato quanti siano andati in pensione a settembre 2013 o 2014 e sembra che circa 1.000 insegnanti abbiano potuto essere inseriti nella IV e nella VI salvaguardia per aver assistito familiari disabili nel 2011’. Insomma, urgerebbe, secondo il testo, un nuovo censimento per determinare il numero esatto e quantificare la portata economica del provvedimento”.

Tra i vari ddl allo studio c’è anche quello dell’on Damiano, che prevede una flessibilità in uscita permettendo il pensionamento già a 62 anni con 35 anni di contributi. Ma con penalizzazioni dell’8% (una sorta di quota 97) sull’assegno pensionistico: nella stessa proposta di legge, è inoltre contenuto un sistema di premialità per chi ritarderebbe l’accesso alla pensione con un 2% in più per ogni anno successivo al 66esimo anno di età fino ai 70 anni, che permetterebbero di avere un 8% in più sull’assegno di quiescenza.

In questi anni, per risolvere la questione di Quota 96, Anief-Confedir ha presentato diversi ricorsi: già nel 2011, appena approvata la Legge Monti-Fornero, il sindacato chiesto diverse modifiche in Parlamento. Le ultime, con emendamenti alla Legge di Stabilità approvata a fine dicembre. E anche con uno dei 91 emendamenti al disegno di legge 2994 sulla Buona Scuola, presentati alcune settimane fa in occasione dell’audizione tenuta dal giovane sindacato davanti alle commissioni Cultura e Istruzione di Camera e Senato. A quello stesso Parlamento, i cui componenti si sono detti d’accordo nello sbrogliare la situazione. Salvo poi soccombere, come accaduto nella scorsa estate, quando, trovato l’accordo delle Camere, ci ha pensato il Governo – con quattro emendamenti approvati dalla commissione Affari costituzionali del Senato al decreto di riforma – a bloccare il pensionamento ormai imminente dei ‘Quota 96’. Intanto, le conseguenze della ‘stretta’ si fanno già sentire: nella scuola l’anno scorso abbiamo assistito al dimezzamento dei pensionamenti, dovuto proprio agli effetti della riforma Fornero. Eppure, l'Italia ha già superato il record mondiale di età dei docenti: più della metà ha più di 50 anni, solo lo 0,5% ne ha meno di 30.

“Ora, dopo un tira e molla di due anni e mezzo, ci ritroviamo daccapo. Siamo arrivati al punto – dice sempre Pacifico – che per mandare in pensione dei dipendenti dello Stato che avevano iniziato l’anno scolastico 2011/12 sapendo di andare in pensione, tocca ora realizzare un censimento. Intanto il tempo passa e alla fine andranno in pensione perché è arrivata quella di vecchiaia. Intanto, i requisiti minimi per lasciare il lavoro stanno andando verso quota 120 e forse oltre. Che primo maggio può essere questo per i lavoratori italiani?”.

“Cosa hanno da festeggiare dei lavoratori costretti a lasciare il lavoro sfiniti, a cui viene negato il diritto della parità retributiva essendo la pensione una retribuzione differita? Il tutto, mentre lo Stato paga soltanto contributi figurativi, al posto del gettito corrente nelle casse dell’Inps, che ne ha generato il buco di bilancio e che potrebbe mettere a rischio la stessa erogazione di pensioni e liquidazioni? Noi, però, non ci stiamo: contro questa ingiustizia, che si ripercuote negativamente sull’assegno di pensione, Anief è pronta a ricorrere in tribunale”.

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