Settima Santa, antropologia e riti della in un Mediterraneo identitario

di redazione
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di Pierfranco Bruni – I territori italiani durante le feste religiose assumono contorni e dimensioni abbastanza articolate nella ricchezza delle tradizioni. Il concetto di festa viene vissuto attraverso una “regola” di modelli. Insiste una religiosità popolare che non è mai pagana perché ha sempre contorni che rimandano alla tradizione cristiana.

C’è una ritualità che diventa espressione antropologica all’interno dei vissuti delle comunità. Soprattutto i Riti della Settimana di Pasqua costituiscono un intreccio tra culture dell’Oriente e i diversi aspetti di un Occidente sia Mediterraneo che nordico. Taranto e la Settima dei Riti della Pasqua è prettamente una espressione di identità mediterranea con dei rimandi alla Spagna ma anche a tutto il mondo sardo – catalano. Così la cultura sarda che è caratterizzata da forme perfettamente etniche.

Il mondo pagano diventa religiosità popolare. Un appuntamento di primaria importanza attraverso il quale si intrecciano tradizione popolare ed espressione cristiana. Religiosità antropologica e carisma cristiano. La religiosità popolare trova una delle sue espressioni più altre in forma etno – antropologica nella Settima di Pasqua e nei Riti Santi. Si pensi a quelle comunità in cui i riti e la liturgia si svolgono ancora secondo i canoni bizantini. Una ricchezza straordinaria sono le chiese con le icone, gli altari e i canti e la processione del Venerdì Santo.

La Settimana Santa si legge nella interpretazione di un vero e proprio modello culturale, ovvero è un patrimonio culturale tout court. In Calabria a Nocera Tirinese il mondo pagano ancora insiste con modalità molto accentuate soprattutto nel caso dei “Vattienti”. Ci si batte con delle tavole chiodata. Un rito pagano che chiama in causa il senso del perdono.

Una tradizione all’interno della cultura italiana che non va persa”.D’altronde gli elementi che riguardano i riti, le liturgie, le tradizioni della Settima Santa sono momenti di studio di una ricerca più complessa, che si inserisce nella ricerca di promozione alla conoscenza delle culture sommerse che sono presenti sul territorio italiano.

La Pasqua come coscienza Rivelante. Riti, tradizioni  e settima Santa a Taranto hanno sempre assunto un dimensione particolare.  C’è una differenza di fondo tra la Settimana Santa e la Settimana dei Riti. Una differenza proprio sul merito antropologico e sull’umanesimo della religiosità cristiana.

La Settimana Santa è dentro il vissuto di una nostalgia di Cristo nella comunità ed è il dato prioritario. Si riporta nello sguardo  della comunità il volto della santità cristiana ed è una riflessione di fondo che si distacca completamente dal rito che si intreccia in un vocabolario che è quello mitico, archetipico, simbolico.

La Chiesa si spiega anche attraverso i simboli. Certamente sì. Ma la distinzione è fondamentale. Io credo che è giusto vivere i due momenti separati ma  articolati in un humus umanizzante. Ma la Chiesa ha la sua storia che è dentro la sacralità dell’Evento. Ogni festa ha i suoi riti e le sue gare – aste. Si pensi alle culture primitive.

Si pensi ai racconti pavesiani e demartiniani. Ma il sacro non ha aste collegabili alla santità. Paolo parlava le lingue del mondo e in ogni agorà trovava il giusto scavo per comprendere le comunità nel segno di Cristo nella fede. Il sacro deve ritornare alla sacralità. Il profano che si lega al sacro è altra cosa.  D’altronde è, tale rapporto, una componente fondamentale per tutte quelle etnie storiche, il cui valore emblematico è dato anche dai codici culturali.
Ancora una volta si ribadisce l’importanza della lingua. La sua funzione ha bisogno di ulteriori ancoraggi certi che sono, appunto, il rito e la tradizione. O meglio la difesa delle identità espresse dal rito e la tutela e valorizzazione di quelle tradizioni che garantiscono una continuità tra un processo storico vero e proprio è una affermazione di tali identità. Nella contemporaneità una etnia (o una comunità di minoranza etnico . linguistica) è viva se oltre alla lingua si tiene fede e si continuano a trasmettere dimensioni di tradizioni. Da questo punto di vista ogni occasione laica o religiosa è un riferimento importante e centrale per la salvaguardia  di valori contenuti nelle tradizioni. La Settima Santa è una tradizione che si confronta e continua a rappresentarsi con esperienze eterogenee.

L’influenza delle tradizioni mediterranee trova una chiave di lettura significativa nel rispetto delle cesellature rituali e nelle funzioni delle festività (laiche o religiose). Il Mediterraneo  trasmette una cultura che è quella del mare inteso in senso geografico e reale ma anche considerato come proposta metaforica nel senso che traccia itinerari di viaggio. Soprattutto queste tre realtà: Taranto, Brindisi Lecce e la Calabria sono culture della tradizione che provengono dall’attraversamento del mare al di là di una definizione prettamente cronologica. In Sicilia il rito interagisce con il mito. Come in Calabria. Sono Feste legate ad una antropologia del territorio in cui convivono antropologia e cristianità.

Ci sono rimandi e modelli originali e originari di primaria importanza. Il mondo di Siviglia nella civiltà religiosa pasquale tarantina diventa un dato di fatto in cui le antropologie interagiscono con una religiosità ufficiale. Si tratta, comunque, sempre di un bene immateriale che incontro due elemti importante: la storia e la letteratura. Il mondo Mediterraneo (Taranto e Siviglia in prima istanza costituiscono una chiave di lettura non solo antropologica ma anche ontologica) è una eredità neolitica che si intreccia a usi e costumi, riti e tradizione del Regno delle Due Sicilie. Taranto diventa bacino di accoglienza turistica, ma riesce a legare le diverse forme di tradizione all’interno di un processo sia storico sia metafisico sia antropologico. Un territorio che vive la partecipazione in azione. Un modello di coerenza nella tradizione mediterranea. Il Mediterraneo proprio nelle tradizioni diventa un crogiuolo di identità che sono esperienze di comunanze in cui l’antropologia diventa chiave di lettura fondamentale. Anche in quelle realtà territoriali in cui non è presenta la religiose cristiana si avverte la necessità di riproporre una precisa ritualità rispettando un confronto che è diventato storico. È, stato, comunque, sempre nel Regno di Napoli che i Riti sono diventati tradizione in un vissuto prettamente antropologico.

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