Restituire la scuola ai docenti per ridare dignità alla sua funzione educativa. Lettera

di redazione
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I decreti attuativi della Buona Scuola di questi ultimi giorni hanno ufficializzato il varo definitivo della Legge 107, con particolare attenzione al diritto allo studio e al miglioramento della qualità della vita degli studenti.

Bisogna però dire che a distanza di circa due anni dall’approvazione della Legge, nonostante i tentativi di mediazione, di apertura e di dialogo del nuovo ministro, la situazione della scuola italiana continua a registrare giudizi, dati, commenti e reazioni negative.

Dirigenti, docenti, alunni e genitori bocciano senza mezzi termini l’ attuale riforma scolastica che sta mettendo a dura prova la
funzionalità e l’efficacia dell’intero sistema formativo. Il clima di proteste e di sussulti sta ponendo tutta una serie di problemi che, a vari livelli, impongono una seria riflessione.
Il disagio e le difficoltà di tutti gli operatori scolastici, sono sintomo preoccupante di fenomeni contestativi che lasciano trasparire le incertezze e le inefficienze di politiche educative intrinsecamente deleterie, negativamente condizionate dall’ebbrezza
delle novità, perennemente in fermento e alla continua ricerca di nuove strategie e nuovi interventi, a dire il vero non sempre utili ed efficaci, per cercare di arginare il continuo aumento della dispersione scolastica, accrescere il livello di conoscenze e
competenze degli alunni, stabilizzare i docenti precari, ammodernare le inadeguate strutture scolastiche, aggiornare gli obsoleti
strumenti didattici.
In molti ironizzano sulla scuola pubblica paragonandola al Paese dei Balocchi, pensano che non sia più in grado di formare persone
preparate e libere, di restituire dignità e prestigio ai propri operatori perché, dimentica del proprio passato, tende a non
intervenire adeguatamente sui problemi ed a certificare la beata ignoranza di molti.
Non si può guardare e andare lontano se non si riesce a comprendere, governanti in primis, che il valore e la qualità della scuola non
dipendono direttamente dal numero di ore trascorse in classe, dal numero di giorni di vacanze, dai numerosi progetti di recupero, dalle
innumerevoli iniziative per far fronte alle diverse emergenze educative ecc., né tantomeno dall’ossessione dell’esercizio di una
autorità che impone riforme che, più che garantire autentici progressi culturali, coltivano illusioni. Non vi possono essere né
vera educazione, né vero cambiamento se non si permette a ciascun membro di sviluppare la propria personalità e di essere felice. Vi è
successo e buona educazione soltanto in una scuola in cui alunni, docenti e famiglie hanno la possibilità di sentirsi felici, di
riscoprire la gioia del ritrovarsi insieme, dove ciascuno trova disponibilità, ascolto, comprensione e affetto, dove è sempre vivo il
ricordo di un ambiente costruttivo, sereno e positivo, senza costrizioni e senza conflitti.
La scuola deve essere prima di tutto un valore morale, un nodo di affetti, un ambiente di apprendimento che annulla ogni egoismo, che
non soffoca nessuno, che genera in tutti quello stato piacevole della mente che è la condizione indispensabile per un lavoro proficuo.
Orbene, lo stato piacevole di una mente che studia, lavora e produce non può nascere in contesti in cui il clima non è sereno, gli
ambienti poco invitanti, le relazioni alterate; dove si annulla ogni cura educativa, si intacca la dignità dei docenti e gli alunni non riescono a prendere coscienza delle proprie responsabilità ed a rinnovarsi attraverso i propri successi, ma anche attraverso i propri errori. È evidente che il potenziale formativo della scuola, consiste in quell’insieme di interventi che aiutino concretamente l’individuo a razionalizzare e valorizzare le proprie esperienze, a sentire il richiamo della propria vocazione, a impegnarsi e a lavorare produttivamente per la migliore formazione della personalità, la migliore realizzazione di sé e il più efficace e coerente progetto di vita.
La cura consiste, dunque, non nel pretendere dagli altri atti di responsabilità o nel promuovere riforme supportate dalla ferrea
logica dell’ economia, della gestione, dell’ organizzazione, radicate e chiuse in una presunta assolutezza, capaci solo di ordinare,
imporre, costringere, avulse dalla realtà e da ogni cultura educativa e, per questo, pedagogicamente vuote e inconsistenti. L’educazione come tutte le azioni umane, ha una sua struttura che richiede principi educativi stabili e ben codificati. A tal proposito, risulta sempre attuale il pensiero del grande pedagogista E. Codignola: “Non ci sono mediatori tra educando ed educatori, non ci sono presupposti, non ci sono norme, non ci sono leggi; la vera realtà siete voi, maestri e i vostri scolari”.
Pertanto, ogni norma, ogni progetto di riforma che non preveda azioni che pongano al centro e valorizzino la relazione docente-alunno, l’esperienza personale di ciascuno, non solo sminuisce l’azione e la dignità di chi insegna, ma rende vana
l’opera stessa della scuola e annulla ogni itinerario di crescita culturale.
Non servono, dunque, riforme formali o interventi estemporanei come l’uso dei videogiochi in funzione didattica per stimolare gli
studenti di più allo studio e garantire all’azione educativa i massimi risultati. Occorre, invece, porre a fondamento il complesso
di esperienze, conoscenze, possibilità già acquisite e possedute per far sì che la scuola diventi luogo di dialogo e di esperienze
effettive, occupazione geniale, utile, desiderata e amata per chi, a vari livelli, vi deve vivere.
In questa prospettiva, favorire qualsiasi forma di interazione e di collaborazione tra educatore ed educando, significa dare a tutti la possibilità di conquistare gradualmente il proprio sapere, di sfruttare al meglio le proprie forze interiori, di rimettere al centro
“l’ educativo” con tutto il suo potenziale culturale, affettivo e relazionale. L’alunno deve, in pratica, poter camminare su una strada
sicura che apre orizzonti sconfinati: la strada dell’esperienza personale, la sola che può soddisfare le esigenze vocazionali di
ciascuno.
Ma per fare ciò non basta l’acquisizione di qualsiasi abito, di qualsiasi competenza o di qualsiasi esperienza, occorre conformarsi
ad una precipua dimensione esistenziale e valoriale, per scegliere l’educazione migliore, un’educazione fatta di qualità, di pregio,
d’importanza.
La cura quotidiana per la vita presenta delle urgenze indilazionabili: dopo i vari fallimenti e per evitare ulteriori contrasti dannosi, bisogna avere il coraggio di restituire la scuola ai docenti e ridare dignità e decoro alla sua funzione formativa.

Fernando Mazzeo

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