Precariato e abuso reiterazione contratti a termine. Il risarcimento fino a 12 mensilità potrebbe non bastare più, sviluppi alla Corte Europea

di redazione
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comunicato Anief – La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha forti perplessità sul limite dei 12 mesi di risarcimento sanciti dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 27384/2016) per indennizzare i precari della Pubblica Amministrazione che non vengono assorbiti nei ruoli dello Stato.

A Lussemburgo, ieri, i giudici dell’Ue hanno infatti dato impulso alla questione pregiudiziale sollevata dal Tribunale di Trapani, alla quale hanno partecipato i legali dell’Anief Sergio Galleano, Ersilia De Nisco e Vincenzo De Michele, cui si è affiancato l’avvocato Michele De Luca, già Presidente della sezione lavoro della Cassazione italiana, che da tempo collabora con il giovane sindacato italiano a tutela dei diritti dei lavoratori. A iniziare da quelli calpestati dagli oltre 100mila precari della scuola chiamati ogni anno a fare supplenze lunghe.

Nel corso dell’udienza, la Commissione europea ha osservato che tale trattamento è contrario al principio di proporzionalità e di equivalenza del diritto europeo, ritenendo più adeguata, a esempio, la liquidazione dell’indennità spettante al lavoratore privato licenziato (24 mensilità) alla quale andrebbe aggiunta l’indennità forfetaria da 2,5 a 12 mensilità. La questione non è di poco conto. I legali dell’Anief avevano infatti chiesto al giudice di convertire il rapporto a tempo indeterminato, ma hanno osservato che anche la misura dell’indennità suggerita dalla Commissione europea porterebbe a dover risarcire tutti i precari per somme che potrebbero arrivare a 50mila e anche 60mila euro, così rendendo inevitabile per lo Stato italiano una stabilizzazione che eviti esborsi economici insostenibili per il bilancio pubblico.

Ma quello che è stato discusso a Lussemburgo, riguarda un aspetto solo apparentemente secondario della più generale situazione del precariato italiano, compreso quello scolastico, ovvero la quantificazione del danno a seguito dell’utilizzo abusivo dei contratti a termine, ove il giudice non ritenga possibile la conversione del rapporto e che la Corte di Cassazione italiana limita a poche mensilità (da 2,5 a 12) anche in casi di precariato che perdurano da troppi anni. La domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra la signora Santoro e il suo datore di lavoro, cioè l’amministrazione pubblica del Comune di Valderice, con riferimento al suo rapporto di lavoro svoltosi dapprima come Lavoratore socialmente utile (dal 1996), poi co.co.co (dal 2005) e, infine, con più contratti a tempo determinato successivi con scadenza il 31 dicembre 2016.

Il Tribunale di Trapani ha osservato che, ferma l’illegittimità di una prassi abusiva di successione di contratti di lavoro a tempo determinato oltre trentasei mesi nel settore pubblico (si veda, a esempio, la sentenza Mascolo – C-22/13 sui precari della scuola del 2014), la Corte di cassazione esclude la conversione del rapporto e si limita a liquidare un risarcimento in termini monetari. E, infatti, una recente pronuncia resa dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite (sentenza n. 5072 del 15 marzo 2016), al fine di rendere equo il trattamento del lavoratore pubblico rispetto a quello del lavoratore privato in una situazione analoga (cioè, come detto, abuso della contrattazione a tempo determinato per un periodo di oltre tre anni), ha stabilito che il risarcimento al lavoratore del settore pubblico è composto da due parti. La prima è un’indennità forfetaria attribuita senza che il lavoratore sia chiamato a fornire alcuna prova, da quantificare fra un minimo di 2,5 mensilità e un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione (identico trattamento per le due categorie di lavoratori).

La seconda parte si compone di un risarcimento per la perdita di chances favorevoli, previo assolvimento di un pesante onere probatorio a carico del lavoratore: costui deve dimostrare che, se l’Amministrazione avesse regolarmente indetto un concorso, egli sarebbe risultato vincitore o, comunque, che talune possibilità di impiego alternative sono sfumate a causa del rapporto a termine instaurato con l’Amministrazione. Questa voce risarcitoria serve a “compensare” l’impossibilità di stabilizzare un contratto di lavoro a termine nel settore pubblico.

In relazione a quest’ultima voce, il Tribunale di Trapani ha fatto osservare che al lavoratore si impone l’onere di fornire una prova “diabolica”, perché è addirittura giuridicamente impossibile che si riesca a provare (sia pure con l’ausilio di presunzioni) l’ipotetica vittoria di un eventuale concorso pubblico, peraltro mai bandito! Il risarcimento della perdita di chances, ossia uno dei due pilastri sui quali poggia la tutela approntata dalla Corte di cassazione, è quindi solo apparente e l’unica forma di tutela effettiva è rappresentata dall’indennità di cui al punto a), che da sola non elimina l’esistenza di una vera e propria discriminazione tra lavoratori pubblici e lavoratori privati.

Per questo motivo, il Tribunale di Trapani ha chiesto alla Corte di giustizia, in via pregiudiziale, se sia una misura equivalente ed effettiva l’attribuzione di una indennità compresa fra 2,5 e 12 mensilità dell’ultima retribuzione al dipendente pubblico, vittima di un’abusiva reiterazione di contratti di lavoro a tempo determinato; ma anche se il principio di equivalenza vada inteso nel senso che, laddove lo Stato membro decida di non applicare al settore pubblico la conversione del rapporto di lavoro (riconosciuta nel settore privato), questi sia tenuto comunque a garantire al lavoratore la medesima utilità, eventualmente mediante un risarcimento del danno che abbia necessariamente a oggetto il valore del posto di lavoro a tempo indeterminato. E da come la Corte ha recepito il problema, non si tratta di rilievi inopportuni.

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, gli scenari che si stanno aprendo attraverso le espressioni della Curia Europea sono fortemente favorevoli ai lavoratori precari e di ruolo, che per anni si sono visti assumere e licenziare ben oltre i limiti imposti dalla stessa Unione Europea: “va ricordato che già oggi, prima ancora che arrivi l’orientamento dei giudici transnazionali, sono migliaia le domande risarcitorie riconosciute dai nostri tribunali. Con il Miur condannato a risarcire ogni dipendente con decine di migliaia di euro. Anche per l’assegnazione degli scatti di anzianità ai precari, come ribadito dalla Cassazione il mese scorso”.

“Ora che potrebbe pure cadere il limite delle dodici mensilità, posto dal tribunale di Trapani attraverso la pregiudiziale posta alla Corte di Giustizia Europea, siamo convinti che l’amministrazione scolastica sarà molto meno propensa a reiterare i contratti a termini, pur in presenza di precari titolati e posti vacanti. Ancora una volta – conclude il rappresentante Anief-Cisal – il giovane sindacato della scuola con il suo team di avvocati agisce per sconfiggere la piaga della precarietà”.

Nel frattempo, Anief prosegue i ricorsi gratuiti per attribuire gli aumenti di stipendio e gli arretrati, sia per chi è precario sia per chi è già di ruolo con periodi di supplenza. Nel frattempo, il sindacato, dopo la discussione della petizione presso il Parlamento Europeo e la presentazione del reclamo al consiglio d’Europa, si sta rivolgendo alla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’Uomo, per consentire la stabilizzazione di tutto il personale docente e Ata scolastico. A tal proposito, si ricorda che la violazione della normativa comunitaria riguarda pure i decreti per la ricostruzione di carriera: chi volesse presentare ricorso con Anief, per ottenere anche la stabilizzazione e i risarcimenti danni, può ancora decidere di ricorrere in tribunale per ottenere scatti di anzianità e risarcimenti.

14 luglio 2017

Ufficio Stampa Anief

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