Quando Tullio De Mauro scoprì il burnout degli insegnanti

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Verso la fine del 2004 stavo pensando a una persona autorevole che potesse scrivere la prefazione del mio primo volume sulla salute degli insegnanti Scuola di Follia (Armando Editore 2005).

La scelta cadde sull’ex-ministro del MIUR Tullio De Mauro che accettò di buon grado la mia proposta. Mi diede appuntamento a casa sua alle 9 del mattino ma, evidentemente, se ne dimenticò. Dopo una breve anticamera mi accolse infatti in vestaglia (ma con la barba fatta di fresco) e fu di poche parole anche se affabile e incuriosito. In occasione della recente scomparsa del noto linguista diviene interessante rivisitare alcuni dei passaggi salienti del suo lungo scritto introduttivo. Il documento è più che mai attuale perché esprime il pensiero qualificato di un uomo profondamente colto che aveva a sua volta rivestito il prestigioso ruolo istituzionale di ministro dell’Istruzione. Se per De Mauro era sconvolgente che nessun rappresentante delle Istituzioni avesse fino ad allora affrontato il tema del burnout degli insegnanti, diviene oggi, dopo 13 anni, raccapricciante osservare che in seguito nessuno si è ancora peritato di affrontare a l’argomento.

Di seguito alcuni passaggi della prefazione accompagnati da altrettante riflessioni.

Prefazione di Tullio De Mauro al libro Scuola di follia (2005) di Vittorio Lodolo D’Oria

TDM: La parola inglese burnout è per ora ancora assente nel DSM-IV, cioè nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (4a edizione American Psychiatric Association, Washington D.C., 1994), la maggiore opera di riferimento internazionale per tutti i professionisti della salute mentale (si può consultare anche con un motore di ricerca in internet). Invece (e di nuovo internet aiuta a documentarlo) è d’uso corrente tra gli psicologi dei più vari paesi. Lo psicologo è più attento dello psichiatra. Il fenomeno è oggetto di attenzione da almeno vent’anni. Questa indagine italiana mette quindi a frutto studi condotti in molti paesi: Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele, Australia, Canada, Norvegia, Malta, Barbados, Hong Kong. Lodolo d’Oria e collaboratori ricordano anche alcuni studi comparativi tra sistemi scolastici di differenti paesi come Italia e Francia, Scozia e Australia, Giordania ed Emirati Arabi, Stati Uniti e Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Australia.

Riflessione: il fenomeno del burnout è internazionale perché legato alla professione e la medicina ancora oggi è molto più indietro della psicologia nello studio delle malattie professionali degli insegnanti. Lo testimoniano le migliaia di pubblicazioni scientifiche internazionali facilmente individuabili nelle riviste di psicologia, mentre sono poche decine quelle nelle riviste mediche e più specificamente psichiatriche.

TDM: In Italia il terreno su cui l’indagine si è avventurata è stato a lungo trascurato o considerato con superficiale diffidenza dalla ricerca e ancor più dai datori di lavoro e dalle amministrazioni pubbliche. Ora l’indagine mostra che il burnout tra gli insegnanti è, come si accennava già poco più su, la base di distress su cui poggia l’emergere di veri e propri casi di patologie psichiatriche presenti in misura doppia o tripla rispetto agli impiegati e ad altri lavoratori e riconosciute dalla medicina del lavoro come connesse alla professione docente. La difesa di chi viene colpito dal burnout è l’assunzione di un atteggiamento distaccato e apatico che, come pare di rilevare da più casi, porta poi a sentimenti ostili verso quanti sono coinvolti a vario titolo nel lavoro. Questi atteggiamenti, dappertutto nocivi al lavoro e agli stessi soggetti, nel caso di chi insegna assumono una connotazione particolarmente grave legata alla stessa intrinseca natura dell’insegnare e proprio da ciò nasce probabilmente l’evolvere di patologie psichiatriche. Osserviamo le specifiche modalità dell’insegnare. Studenti ai quali si insegna e che occorre motivare allo studio, colleghi con i quali progettare attività comuni, che si condensano nel comune impegno di accrescimento umano e intellettuale degli studenti, famiglie e, come si dice, territorio che occorre coinvolgere, non sono un generico e spesso anonimo pubblico di utenti del servizio cui il colpito da burnout è addetto. Non sono colleghi con cui ci si può ignorare, estranei che si possono appena guardare oltre uno sportello o una scrivania. Sono parte viva, interna, vitale del lavoro comune di insegnamento-apprendimento, di promozione della cultura in un ambiente e in un luogo. Le pratiche di un ufficio possono pure continuare a essere sbrigate anche se si è colpiti dal burnout, la gente in fila a uno sportello resta interdetta da uno scatto d’ira dell’impiegato: ma infine il lavoro in qualche modo può andare avanti. Per l’insegnante è diverso. Come sa bene chiunque insegni, alunni, famiglie, colleghi non sono pratiche da smaltire, timbri da apporre, carte da vidimare, clienti in una fila da esaurire: il rapporto, un rapporto profondo e positivo con loro, un rapporto personalizzato che si deve affinare e consolidare nel tempo, un rapporto che sollecita risposte positive su cui si costruisce e senza cui fallisce è il principio, il mezzo e il fine dell’insegnare. Il burnout devasta alla radice efficienza ed efficacia del lavoro dell’insegnante e più che altrove fa da base alle patologie psichiatriche.

Riflessione: è appassionante vedere come TDM dapprima recepisce la gravità dei risultati dello studio scientifico quindi illustra e spiega la ricaduta sull’attività professionale peculiare e unica del docente.

TDM: Con sorpresa degli autori di questa indagine, la questione del burnout degli insegnanti e delle sue evoluzioni patologiche è stata messa da parte dai responsabili politici. Ma questo è potuto avvenire e avviene perché in realtà, burnout o non burnout, messa da parte è l’intera categoria docente e, con essa, tutta la nostra scuola.

Pochi si rendono conto delle dimensioni stesse e della capillare presenza delle scuole italiane. Tutte le mattine quasi nove milioni di alunni riempiono le aule e circa novecentomila insegnanti sono impegnati a garantire loro il diritto e il dovere di apprendere: al centro di Milano o di Roma, nei quartieri bene ma anche nelle periferie o a Scampia, nelle città, nei paesi, nelle frazioni, in mezzo a monti, nelle isole minori, in edifici attrezzati e in edifici cadenti (comunque, in maggioranza, in base a successive leggine di rinvio per gli edifici scolastici, non a norma di sicurezza). Il lavoro, pur con le “razionalizzazioni” e gli accorpamenti introdotti durante il primo governo Berlusconi (ministro D’Onofrio) e poi dai governi Prodi e D’Alema (ministro Berlinguer), si svolge in oltre diecimila istituti che, in un paese per tre quarti montuoso, si deve realizzare in circa 15.000 edifici diversi e 58.000 sedi diverse (un edificio ospita più sedi staccate di diversi istituti), come di recente si è potuto leggere nel “Quaderno” 10 (luglio 2003) degli “Annali dell’Istruzione”. Una nota ministeriale ha giustamente osservato che una tale capillarità di presenza sul territorio non è eguagliata nemmeno dalle caserme dell’Arma dei Carabinieri e dalle Poste Italiane: le stazioni dei Carabinieri, sebbene percepite come molto diffuse sul territorio, sono 4.645, e gli uffici postali sono 13.747. Il numero di sedi scolastiche è di poco inferiore solo al numero dei comuni e delle frazioni dei comuni italiani che raggiunge quota 60.000.

Riflettere sulla presenza quotidiana e capillare delle scuole aiuta a non trascurare che il lavoro stesso degli insegnanti li espone a essere la categoria più d’ogni altra soggetta al controllo: degli allievi, delle famiglie, della “gente”. Se manca o è depressa una persona agli sportelli delle poste o nella caserma, i colleghi possono in certa misura sostituirla e farne il lavoro, almeno per qualche tempo, e all’esterno la cosa è appena percepibile.

Riflessione: dopo aver osservato scientificamente il fenomeno del burnout e averne spiegata la natura professionale, ecco arrivare l’impietosa conclusione di condanna alla latitanza istituzionale sulla questione.

TDM: Non tutti riescono a capire che cosa è oggi il lavoro degli insegnanti né riescono a scuotersi di dosso l’antica scarsa stima sociale e perfino disprezzo ostile per il mestiere di insegnante che i ceti dirigenti italiani si trascinano dietro dai loro secoli peggiori e ancora da quel primo Novecento in cui, come documentò Umberto Zanotti Bianco, i maestri erano ritenuti qua tales sovversivi socialisti e le maestre, senza giri di parole, puttane.

Ben venga dunque l’indagine a fare emergere le punte alte nascenti dal disagio diffuso tra i nostri insegnanti. Ben venga il titolo del libro da settimanale maschile scandalistico, da quotidiano in caccia di titoloni (Scuola di Follia). Ben venga se spingerà qualche politico o qualche intellettuale a interrogarsi sull’infame modo in cui trattiamo (e retribuiamo) il mestiere dell’insegnare. Ben venga intanto se susciterà attenzione anzitutto tra gli amministratori e gli operatori delle aziende sanitarie, per riconoscere portata ed esigenze della sindrome, e tra gli stessi insegnanti, che, sull’orlo della sindrome, rischiano di soffrire la loro condizione come un generico esaurimento o una colpa individuale di cui punirsi o, ancora, come un portato ineluttabile di un ambiente ostile. A essi anzitutto l’indagine vuole restituire consapevolezza della natura non individuale del disagio e delle sue cause, che sono pesanti e generali, ma, come fanno mille e mille colleghi e colleghe, sono superabili e, per la loro natura storica e sociale, sono rimovibili se le società in cui viviamo sapranno darsi un diverso, più solidale e intelligente stile di vita in cui l’educazione e gli educatori meritino il posto elevato e il riconoscimento pieno che la loro opera esige.

Bisogna certo dare una scossa alle ignoranze e insensibilità dei ceti dirigenti nei confronti della scuola, del suo lavoro, dei suoi risultati e delle condizioni reali in cui questi sono conquistati e delle interazione profonde tra essi e il grado di sviluppo civile e produttivo del paese. Bisogna scrostare i grumi di ignoranza intorno alla vita della scuola e alle condizioni di disagio di chi oggi opera in essa. La lettura di queste pagine sarà di non piccolo aiuto.

Ma, soprattutto, dalla lettura quanti insegnano possono trarre a loro volta un insegnamento, forse amaro, ma salutare: il disagio che patiscono non è un loro fatto privato, tanto meno qualcosa di colpevole.

Riflessione: TDM chiude con la speranza che i dati scientifici pubblicati possano risvegliare le coscienze della politica, invitando al contempo i docenti a non ritenere come un fatto privato il loro disagio. Per ottenere questo risultato si devono “scuotere ignoranza e insensibilità dei ceti dirigenti”, così come “scrostare i grumi di ignoranza intorno alla vita della scuola” che sappiamo invece essere schiacciata da nocivi e consolidati stereotipi.

Conclusione

Purtroppo gli auspici di Tullio De Mauro non si sono avverati e il sonno istituzionale è proseguito indisturbato per altri 13 anni. Nemmeno le parti sociali hanno voluto destare il manovratore ignorando completamente la tutela della salute dei lavoratori che risulta come obbligo di legge ma non è finanziata. In questo lungo arco di tempo non si è avuto neppure il riconoscimento delle malattie professionali degli insegnanti né, ancor più inspiegabilmente, l’elaborazione dei dati nazionali sulle inidoneità al lavoro in possesso dell’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze. L’elenco delle mancanze è lungo e ne abbiamo già scritto in altre occasioni, ma a noi importa ricordare che, fino ad oggi, quella di Tullio De Mauro è stata l’unica voce autorevole a riconoscere il disagio professionale degli insegnanti. Ne terrà conto il ministro Fedeli?

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