Non solo esodati. I lavoratori della scuola e la pensione negata

di
ipsef

inviato da Giuseppe Grasso – Da oltre un anno circa 3.500 lavoratori della scuola – fra docenti e personale Ata – sono rimasti imbrigliati nelle strettissime maglie della riforma Fornero a causa di un errore tecnico e dunque costretti a una brusca deviazione rispetto ai loro progetti di vita.

inviato da Giuseppe Grasso – Da oltre un anno circa 3.500 lavoratori della scuola – fra docenti e personale Ata – sono rimasti imbrigliati nelle strettissime maglie della riforma Fornero a causa di un errore tecnico e dunque costretti a una brusca deviazione rispetto ai loro progetti di vita.

Ad essi, che contano fra i 36 e i 41 di servizio, è stato negato il diritto, acquisito già dal settembre del 2011 (quattro mesi prima, cioè, dalla promulgazione della riforma) di accedere alla pensione con le vecchie regole. Per questo motivo stanno lottando con tutti i mezzi (e su tutti i fronti) per far sì che il loro diritto a pensione venga riconosciuto.

L’esecutivo guidato da Mario Monti, nello stilare frettolosamente l’ultima riforma delle pensioni, non ha tenuto conto della specificità del Comparto Scuola – specificità riconosciuta da leggi mai abolite oltre che da precedenti revisioni normative in materia previdenziale – e ha assimilato le leggi speciali che regolano questo settore alle leggi generali di tutti gli altri settori della Pubblica Amministrazione. Ha dimenticato che l’anno scolastico non coincide con l’anno solare e che si colloca, invece, a cavallo di due anni solari. L’esigenza della continuità didattica, infatti, impedisce ai lavoratori della scuola di completare i loro requisiti pensionistici nei termini dell’anno solare. Come potrebbe mai un insegnante abbandonare la sua classe il 31 dicembre? Eppure, quella che dovrebbe essere una verità elementare, è stata ripetutamente negata.

Il Comparto Scuola, che ha tempistiche sue e ordinamenti propri concepiti per il corretto funzionamento didattico, gode da sempre di una speciale decorrenza per il collocamento a riposo: il 1 settembre di ogni anno scolastico. Un fatto certo non irrilevante di cui ha tenuto conto il giudice del lavoro di Siena, nel suo provvedimento dello scorso luglio, quando ha ribadito a chiare lettere questa peculiarità statuita da leggi dello stato tuttora in vigore. Più precisamente, a detta dello stesso, l’art. 24 del decreto cosiddetto salva-Italia non avrebbe distinto, rispetto alla data del 31.12.2011, con particolare riguardo al settore scolastico, il «dies ad quem della maturazione dei requisiti pensionistici secondo la normativa previgente».

Nella diatriba è intervenuto con fermezza il giudice Ferdinando Imposimato, Presidente onorario della Corte di Cassazione, il quale ha recentemente preso posizione a favore di questi lavoratori ingiustamente discriminati con dotte argomentazioni tecnico-giuridiche. Il valente magistrato ha fatto tabula rasa, nei suoi precisi interventi, di ogni fallace pretesto del governo che ha sempre addotto – per eludere ogni volta la questione, di cui pure ha riconosciuto la fondatezza giuridica – problemi di copertura finanziaria. A nulla sono valsi, in passato, i fermi richiami da parte di Mariangela Bastico e di Manuela Ghizzoni, deputate democratiche da sempre tenaci paladine di questa causa, né quello dell’eurodeputata Erminia Mazzoni, esponente del Pdl, che ha denunciato questa ennesima «svista» della riforma Fornero, insieme ad altre illegittimità, in sede di Commissione Europea, auspicando che la questione possa essere posta con urgenza al prossimo Governo nazionale.

I giuristi insegnano che una norma generale non può prevalere su una norma speciale – in base al principio Lex specialis derogat generali – e che una legge generale, destinata a una generalità indifferenziata di casi, viene sempre derogata da una legge speciale che tiene conto di situazioni particolari, meritevoli di una disciplina ad hoc. Se così non facesse, la legge generale sarebbe viziata da irragionevolezza e illogicità e quindi incostituzionale. È singolare che il Comparto Scuola, che è sempre stato oggetto di una disciplina speciale in materia previdenziale, venga fatto rientrare nella disciplina generale dalla riforma Fornero senza che nulla sia stato modificato rispetto al passato. Se una legge, come quella che regola il pensionamento del settore scolastico, ha attribuito a un soggetto un diritto soggettivo, un diritto che è entrato a far parte del suo patrimonio giuridico, una legge successiva non glielo può togliere perché si tratterebbe di una situazione sostanzialmente equiparabile ad un esproprio.

È importante sottolineare che il personale scolastico in questione, fra i 60 e i 62 anni, sempre più demotivato e stanco, appare del tutto inadeguato, considerata l’età, a far fronte alle nuove e gravose sfide richieste da un sistema scolastico in continuo divenire. Il pensionamento di questi 3.500 lavoratori dell’istruzione di ruolo consentirebbe di sistemare altrettanti lavoratori precari che attendono da anni di entrare nei ruoli professionali.

Un segnale d’intesa in tale direzione è venuto dal Pd negli ultimi mesi. La responsabile Scuola di questo partito, Francesca Puglisi, oggi senatrice della Repubblica, dopo aver incontrato una delegazione del Comitato Civico «Quota 96», che rappresenta questo mini-popolo del mondo dell’educazione, ha promesso formalmente di impegnarsi in prima persona per sanare l’ormai ben nota ingiustizia qualora il suo partito dovesse formare un governo. L’impegno assunto metterebbe la parola «fine» a una storia estenuante fatta di continui e sordi dinieghi governativi rispetto a ciò che non può né deve essere considerato un privilegio. La rappresentante democratica, inoltre, per avvalorare formalmente quanto promesso, ha inserito fra gli otto punti del programma governativo del Pd il riferimento testuale ai lavoratori interessati, quelli che hanno maturato, nell’anno scolastico 2011-2012, la cosiddetta «Quota 96» (o i quarant’anni di anzianità) utile ad uscire dal lavoro secondo le norme antecedenti alla riforma Fornero.

Anche Francesco Boccia, riconfermato nelle fila del Pd alla Camera, tornando più volte a parlare dei lavoratori cosiddetti «esodati», che costituiscono la conseguenza macroscopica di una pessima riforma delle pensioni, ha affiancato ad essi i pensionandi della scuola, ossia i lavoratori in questione cui è stato imposto che l’anno scolastico termina non il 31 agosto bensì, incredibilmente, il 31 dicembre. Anche lui ha ribadito che l’errore tecnico che ha impedito a questi ultimi di andare in pensione con le vecchie regole dovrà essere corretto dal prossimo Governo nazionale. Ecco le sue emblematiche parole: «Una riforma pensionistica che è intervenuta su un sistema che era già sostanzialmente in equilibrio nel lungo periodo (parola del Presidente dell’INPS Mastrapasqua), innalzando bruscamente di cinque-sei anni il limite per l’accesso alla pensione e il passaggio immediato al sistema contributivo, senza prevedere alcuna forma di graduale avvicinamento a tali obiettivi, non poteva non produrre guasti sociali e gravi problemi per intere categorie di lavoratori ormai prossimi ai requisiti per il pensionamento. Da qui il “mostro esodati” e il balletto delle cifre sulla loro reale entità. Fra i tanti paradossi che si celano dietro le aride cifre, sicuramente si annovera la vicenda dei cosiddetti “Quota 96” della scuola, lavoratori rispetto ai quali non si è voluta nemmeno prendere in considerazione l’elementare constatazione della peculiarità dell’inizio e termine dell’anno scolastico di riferimento, ovviamente non coincidente con l’anno solare Non è mancato provvedimento che avesse attinenza con il tema delle pensioni nel quale il Pd non abbia tentato, con appositi emendamenti, di porre rimedio a questo evidente errore. Ma, da parte del governo, non c’è stata mai la disponibilità ad accoglierne la sostanza, nonostante l’evidenza del problema. La complessiva soluzione del tema esodati è la pesante eredità che il governo uscente lascia al prossimo esecutivo. Ci auguriamo di essere chiamati dal popolo italiano a ricoprire tale ruolo e, in coerenza con la battaglia sostenuta nel corso di tutta la legislatura, porteremo avanti tutti quei provvedimenti che sanino le ferite lasciate aperte dalla riforma Fornero. Tra questi, certamente, c’è quello che riguarda i “Quota 96”».

La responsabilità del contenzioso – se non si voglia rimandare la palla alle decisioni dei Tribunali, che pure ne sono stati investiti – passa ora nelle mani del Parlamento. Di positivo c’è che alcuni quotidiani nazionali, fra cui «Il Fatto quotidiano» e «Il secolo XIX», stanno finalmente portando alla luce il dramma di questi lavoratori i cui diritti sono stati calpestati da un governo arrogante e ostile.

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