DIESSE - Il grido di dolore delle scuole che non hanno fondi per comprare la carta igienica si leva da ogni parte del Paese. Ai genitori (delle scuole statali) si chiede di rimpinguare il magro fondo d'istituto con una contribuzione volontaria mentre, su un altro tavolo, il Ministero P.I. conferma di voler tagliare cattedre e docenti, sulla base dell'art. 64 della legge 133/2008.
Il cortocircuito mentale è assicurato: il Ministero ha tagliato i fondi alle scuole pubbliche per finanziare quelle private.
Vediamo di ristabilire alcuni elementi di chiarezza nell'intera faccenda.
Anzitutto bisogna smentire la favola dei ministri della Pubblica Istruzione Anti-Robin Hood che tolgono ai poveri (scuole statali) per dare ai ricchi (private).
La realtà è che l'Italia possiede una legge sulla parità (L. 62/2000 del Ministro Berlinguer) che equipara giuridicamente, nell'ambito dell'unico sistema nazionale d'istruzione, le scuole statali e le scuole paritarie private e degli enti locali, ma non le uguaglia economicamente.
Di conseguenza lo Stato spendendo per i "suoi" alunni infinitamente di più di quanto non spenda per gli alunni "privati" (che comunque godono degli stessi diritti degli altri), risparmia ogni anno 6 miliardi di
euro. Inoltre, i 120/130 milioni di euro annui delle finanziarie 2009-2011 destinati alla scuola non statale sono nient'altro che fondi ripristinati, cioè prima tolti e poi restituiti.
Quanto ai tagli per il funzionamento didattico e amministrativo delle scuole, il discorso è leggermente più lungo.
La spesa dell'Italia per l'istruzione in rapporto al PIL è del 4,7 contro il 5,8 della media Ocse; sul totale della spesa pubblica è del 10% come in Germania e Giappone. Questo significa che la spesa per
studente è relativamente alta (circa 6mila euro, pari a circa 8.000 ore d'insegnamento agli studenti di età compresa tra i 7 e i 14 anni).
In effetti, il 98% delle risorse destinate alla scuola è assorbito dalla voce "personale direttivo, docente e non docente" e solo il restante 2% dai beni e servizi. Come se ciò non bastasse, la clausola di
salvaguardia introdotta dal governo Prodi, specifica che in caso di accertamento di minori economie, si provvede a ridurre le dotazioni complessive di bilancio del Ministero della Pubblica Istruzione.
Qui si inserisce la Nota ministeriale del 14 dicembre 2009, riguardante le indicazioni alle scuole per il Programma annuale per l'anno 2010 il cui intento è di limitare il ricorso alla supplenza breve. Essa, nel ricordare che i finanziamenti statali per la "dotazione ordinaria" saranno erogati in quattro rate (febbraio, maggio, agosto, novembre), precisa che le scuole non potranno aspettarsi in corso d'anno "ulteriori importi in entrata" da parte del ministero, salvo casi del tutto eccezionali. In questo caso "potranno essere attribuite altre risorse previa verifica dell'effettiva inderogabilità dell'ulteriore
fabbisogno".
Oltre a ciò, il medesimo atto prevede per i servizi di pulizia ed altre attività ausiliarie nelle scuole affidati ad esterni la conferma dei contratti in essere "nella misura massima del 75% del corrispettivo pattuito".
Il problema è che le supplenze brevi sono già sotto tiro da alcuni anni, causa il rallentamento nella erogazione dei fondi alle scuole da parte del Tesoro. Per ovviare all'inconveniente, le scuole hanno anticipato le cifre dalle proprie casse, che ben presto si sono esaurite. A questo punto, le scuole vantano nei confronti dello Stato consistenti "crediti attivi" per un miliardo di euro dovuti a supplenze brevi, esami di Stato e quant'altro (come le contribuzioni fiscali per le ore eccedenti svolte dai docenti), che non vengono onorati.
Nella riunione ministeriale del 16 febbraio u.s., i sindacati della scuola hanno strappato all'Amministrazione la proroga del termine per la presentazione del programma annuale 2010 al 1° marzo e l'impegno a riscrivere in alcuni punti la fatidica Nota, proprio riguardo alle spese per le supplenze.
E i crediti attivi? In assenza di alternative normative e programmatiche, essi, come indica la Nota, per il momento non sarebbero sanati, ma semplicemente spostati di capitolo ("L'avanzo di
amministrazione determinato da residui attivi di competenza di questa Direzione Generale, va inserito opportunamente nell'aggregato "Z - Disponibilità da programmare", fino alla loro riscossione"), salvo
l'assicurazione del centro (che qualcuno pensa non sufficiente ai fini della loro restituzione) a fornire alla periferia una "proposta esplicativa sulle somme da iscrivervi".
La questione, nella sua complessità bizantina richiama alcuni punti:
- siamo ancora lontani dall'autonomia finanziaria delle scuole che, per quanto vagamente richiamata dall'unicità dei capitoli di spesa nei bilanci degli istituti, non si concretizza, come dovrebbe, in un
budget che le scuole hanno a disposizione per le loro scelte organizzative (sic stantibus rebus, inevitabile proseguire nella logica perversa del ripiano delle spese "a pie' di lista");
- l'istituto delle supplenze è certamente da rivedere nella logica della reale necessità della scuola e della continuità dell'apprendimento degli alunni;
- il dimensionamento e la razionalizzazione dell'attuale politica scolastica devono andare di pari passo con il conferimento alle scuole di una vera autonomia, che tra l'altro porterebbe, dal basso, alla eliminazione degli sprechi.





