Felice - Oggi mi sono stupito di non aver sentito parlare dello sciopero generale di domani, 27 gennaio. Di solito ascolto molta radio nel tragitto quotidiano che percorro in auto da Vogogna a Trobaso; li per lì ho pensato che la scuola dove io insegno, negli ultimi anni, con l'uscita di scena di alcuni colleghi storici, è ancor meno solita aderire agli scioperi, anzi col passare degli anni tra i colleghi vi è sempre maggior disinteresse e qualunquismo (per un usare un termine un po' obsoleto) o una sorta di repulsione verso il verbo scioperare. Alla domanda "scioperi domani?" l'80% degli insegnanti dichiara di non voler rimetterci denaro.
Io che vengo da anni di insegnamento con contratti co co co - verso onomatopeico della gallina - ma in particolare a prestazione occasionale, che mi hanno sempre ricordato i servizi delle meretrici, con tanto rispetto per il loro lavoro -alla base del quale vi è sovebte sfruttamento e violenza, - con la differenza che a loro il cliente almeno paga subito a servizio concluso, mentre coi contratti voluti dalla legge Biagi, quando va bene, passano diversi
mesi prima di vedere un centesimo.
Sono pertanto convito che gli insegnanti sono una classe privilegiata, se alle spalle si hanno anni di lavoretti saltuari con stipendi radi, ma non per i due mesi di vacanze estive -come si sente dire da chi non è dentro la scuola-, e neanche per le 18 ore alla settimana -dato che è enorme il monte ore di lavoro da svolgere a casa tra preparazione e correzione di verifiche consigli, collegi, colloqui ecc...(certo questo per chi ama il proprio lavoro e ancora, credendoci, si mette quotidianamente in discussione rinnovandosi e cercando di trasmettere ai ragazzi il meglio di sé ), ma perché considerati e chiamati fannulloni, denigrati dall'opinione pubblica ci stiamo ammalando del ma chi me lo fa fare.
Così mentre mezza Italia è paralizzata dai Tir lungo le arterie autostradali, e i tassisti, i pescatori, i metalmeccanici, i ferrotranvieri, i benzinai...protestano e scioperano (l'ex governo per fortuna non riuscì nell'azione di metterlo al bando, lo sciopero, chissà s e ce la farà questo?) nei corridoi i commenti, da parte di colleghi giovani o vecchi, precari o di ruolo, virano all'ego-individualismo, agli euri che ci rimetterebbero; finti, e a volte, meschini rapporti, le solite lamentele sui ragazzi e sui loro genitori che li viziano, sempre più sfiduciati, sempre più impauriti, noi insegnanti dico che siamo incapaci di essere orgogliosi del nostro lavoro: "Ma chi te lo fa fare, tanto non serve a niente", "ah, io quest'anno ho scelto il sostegno così sto più tranquilla" " tenere classi di trenta alunni e correggere tutte quelle verifiche... no, no" sono sempre più i commenti decisi che aleggiano per i corridoi.
Mai mettersi in discussione, chiedersi se tutto questo andare a rotoli non sia anche e soprattutto colpa nostra, mai puntare i piedi quando serve e allo stesso tempo scherzare e sorridere, i ragazzi lo sanno, lo sentono e sanno
riconoscere bene un professore che s'impegna per trasmetter loro qualcosa che non siano solo nozioni imparate a memoria negli anni, ma anche quel luccicchio che è la vita stessa. Finché non si ricomincerà a parlare con un altro tono, finché non si metteranno in disparte quelli che si vantano di aver fatto un consiglio di classe di 20 minuti (per 30 alunni!!) o che deridono i colleghi che durante i colloqui con le famiglie restano fino a tardi a cercare un confronto al fine di conoscersi meglio e poter aiutare i ragazzi invece di liquidare i genitori con le solite frasi fatte - suo figlio? Sì bene, ma potrebbe impegnarsi di più oppure le capacità ci sono, ma non studia a sufficienza- finché i dirigenti scolastici o gli stessi colleghi di ruolo non capiscono che i colleghi precari non sono di categoria B e che hanno gli stessi diritti -e non solo doveri- degli altri colleghi: eppure è prassi trovare nelle scuole capannelli di senatrici-veterane che decidono orari e iniziative senza consultare o collegi di classe piatti dove l'unica cosa che importa è finire presto per tornarsene a casa.
Poi ci sono le leggi-bandiera che sconvolgono per i loro cambi repentini e creano ancor più fratture tra gli insegnanti delle tre fasce e i diversi ordini. Pensare oggi agli insegnanti come a una classe unita solo dal disamore per il proprio mestiere? Quanti colleghi che erano vicini alla pensione solo pochi mesi fa, oggi si disperano perché dovranno continuare ad entrare nelle classi senza più stimoli, consapevoli del divario d'età tra loro e gli alunni. Eppure il nuovo governo è strano: promette che aiuta i giovani ad entrare di ruolo e contemporaneamente prolunga l'età pensionabile. Spesso ci si dimentica che a scuola non si producono bulloni, ma esseri umani e che è compito del docente insegnare loro a pensare con la propria testa.
Sono decenni ormai che il tirar annanzi di molti colleghi, stufi e sfiduciati, fa perdere occasioni di crescita individuale e di gruppo ai loro alunni che spesso, in quanto adolescenti, si appisolano e si cullano nel dolce far niente. I programmi si ridemensionano e si parla di obiettivi minimi. Poi però ci si meraviglia che loro, i discenti, son sempre più rincitrulliti e noi sempre più frustrati, ma ben pronti a dar la colpa a qualcos'altro che siano i sempre più sofisticati apparecchi tecnologici, o qualcun'altro, le famiglie che non dedicano abbastanza tempo ai loro figli. Chissà poi se tutto questo è vero.





