Martedì, 31 Maggio 2016

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Il voto serve ma non per valutare il bambino, ma l'acquisizione di una conoscenza. Lettera

di redazione
ipsef

Ada - Penso che i nostri figli siano valutati già nel grembo materno.

Eh … sì.

Già quando i genitori fantasticano sul loro piccolo, esprimono dei giudizi: “Sarà bello, simpatico, intelligente”; “Avrà il tuo naso, i miei occhi”.

Poi nascono ... e inizia, per alcuni, la competizione: è una corsa a chi partorisce il figlio più “lungo” e  “grande”, e in culla si continua con i giudizi dei parenti e dei passanti: “Bello come la mamma”; “Simpatico come il papà”; “Meraviglioso”; “Uno spettacolo”.

Giudizi negativi? Nessuno! O almeno non espressi.

Di seguito, al nido, alla scuola dell’infanzia, nello sport … si manifestano costantemente giudizi positivi e negativi, espliciti ed impliciti, che incidono profondamente sull’idea che il bambino sviluppa di sé.

In questa fase e in alcune circostanze, i commenti fra bambini diventano giudizi severissimi, ma sinceri. In questi casi, i destinatari devono essere “aiutati” a trovare il modo di reagire, magari con una battuta o facendogli esprimere a loro volta un giudizio.

Insomma, è necessario fornire delle piccole strategie per consentire al bambino di fronteggiare la situazione che, in qualche modo, gli crea imbarazzo, rabbia e sconforto.

Racconto un episodio accaduto a mio figlio: aveva otto anni, una bambina gli disse, a scuola, che era brutto. Lui rimase male, malissimo. E quando tornò a casa me lo raccontò in lacrime. Mi strinse il cuore, ma poi gli risposi con una battuta … “Nemmeno lei scherza!” Lui mi guardò e sorrise.

Nella scuola primaria questi giudizi si traducono in voti numerici.

E qui, apriti cielo! Diventano tutti pedagogisti, psicologi, insegnanti, educatori.

Pare che, per la prima volta, si esprima un giudizio o per meglio dire si valuti il pargolo …

Eh no! Dissento … eccome se dissento …

Mi spiego meglio. E’ importante fin da subito spiegare, chiarire ai propri alunni che il voto espresso a scuola dagli insegnanti non è mai rivolto alla persona, ma solo ed  esclusivamente all’acquisizione di una conoscenza o di una abilità; quindi è riferito ad un processo di insegnamento/apprendimento che coinvolge certamente l’alunno, ma anche gli insegnanti, la famiglia ecc.

A volte il voto mette in crisi tutti: alunni, insegnanti e genitori.

Lo capisco! Ma non è abolendoli, come spesso sento dire, che si educa. Molto spesso i voti non vengono accettati dai genitori perché non corrispondono alle aspettative; altre volte gli insegnanti li esprimono con leggerezza e rimangono vittime del ben conosciuto “effetto alone”; inoltre ciascun insegnante dovrebbe valutare se stesso e il proprio lavoro, prima di valutare i propri alunni.

Qualche volta, da mamma, mi è capitato di chiedere il perché di un voto agli insegnanti dei miei figli e talora le risposte sono state sconcertanti: “Non so, devo chiedere alla collega” (si trattava del voto del comportamento); oppure “Io avrei voluto mettergli di più, ma le colleghe non hanno voluto”. La mia richiesta non voleva esprimere un disappunto, volevo soltanto capire, collaborare, aiutare mio figlio.

Del voto degli alunni è indispensabile risponderne personalmente e collegialmente, cercando, laddove necessario, di spiegare il come ed il perché di un determinato giudizio.

Ecco, vorrei che la valutazione fosse vissuta da tutti, adulti e bambini, con più professionalità e maggiore consapevolezza e naturalezza. Saper affrontare un brutto voto o gestire un dieci senza sentirsi degli eroi è importante, aiuta senz’altro a crescere.

Certa di non essere condivisa dai più …

maestra Ada Muscari

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