Martedì, 31 Maggio 2016

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Tema: il concorso a cattedra 2016, cosa non va. Lettera

di redazione
ipsef

I concorsi a cattedra sono organizzati dal Ministero della Pubblica Istruzione e hanno modalità di iscrizione e svolgimento che variano di volta in volta, non più con l’obiettivo di premiare i candidati migliori ma quelli più facoltosi e, sembrerebbe, che orbitino intorno a certi pseudocenacoli i cui mecenati hanno il potere di influenzare criteri e valutazioni in maniera del tutto arbitraria.

Per partecipare al concorso a cattedra 2016 bisogna aver speso minimo 3.000 euro nell’acquisto di un’abilitazione attraverso TFA o PAS. Scrivo minimo per due ragioni: la prima riguarda il costo del corso abilitante che oscilla dai 2.500 ai 3.500 euro a discrezione delle università e senza contare la ‘pecunia’ relativa ai testi e qualche volta ai viaggi e agli alloggi per frequentarli; la seconda riguarda quei docenti che hanno il desiderio e la passione di dedicarsi agli studenti con maggiori difficoltà che di abilitazioni ne devono aver prese due (sulla materia e sul sostegno) per accedere al concorso (3.000+3.000 euro).

Dopo aver affrontato in parte la discriminante economica, a completezza della mia dissertazione, è bene esaminare quella relativa alla frequenza con cui sono stati attivati questi percorsi abilitanti e le loro procedure di selezione.

Di TFA, aperti a tutti gli aventi titolo idoneo all’insegnamento e con prove d’accesso, ce ne sono stati solo due (nel 2012 e nel 2014) e, a parte la preselettiva, molti docenti sono stati scartati con criteri altamente discrezionali nella prova scritta e in quella orale (nelle stesse classi di concorso *e prove, i tempi e le procedure erano differenti da università a università ma poi si va a insegnare in tutta Itali*); gli ultimi PAS (corsi abilitanti speciali per docenti con servizio) invece prevedevano per l’accesso 540 giorni di servizio maturato però solo nelle scuole statali e paritarie, quando molti docenti però lavorano anche nelle scuole private.

Un’ulteriore beffa ai danni dei docenti che non posso permettersi questi percorsi abilitanti è la speculazione sulla loro disperazione con l’attivazione di corsi e master a prezzi un po’ più abbordabili a cui il Miur riconosce qualche punto in graduatoria d’istituto ma di fatto, senza l’abilitazione, risulta un inutile investimento.

Interessante è che per la Corte Europea l’abilitazione non è un titolo imprescindibile all’insegnamento (come da sentenza del 26 novembre 2014) ma in Italia è divenuto titolo obbligatorio per accedere al concorso (comma 110 della L. 107/2015). Nei paesi scandinavi, modello di virtù, i docenti appena laureati vengono reclutati direttamente dalle scuole senza alcuna procedura farraginosa; in Francia si accede all’insegnamento tramite concorso pubblico il cui requisito è la laurea; In Spagna l’abilitazione è un master post-laurea aperto a tutti, a cadenza annuale e a costi contenuti.

Anche in Italia si accedeva al concorso con la laurea valida all’insegnamento: dal 1999 al 2012 ci sono stati due concorsi senza l’obbligo dell’abilitazione e le SSIS (Scuole di specializzazione all'insegnamento secondario) con valore concorsuale ogni due anni, il cui ultimo ciclo è partito nel 2006. Dal 2007 al 2012 c’è stato un vuoto che ha portato al sacrificio di un’intera generazione di docenti a opera di un sistema che invece di valorizzare queste risorse umane le offende, le calpesta e le sfrutta e non ha nessuna intenzione di dare loro giustizia, imponendo sempre più ostacoli discrezionali e non tenendo conto degli ordinamenti con cui sono stati conseguiti i titoli. Attualmente si sta discutendo sulla tipologia delle prove concorsuali e sulla bozza della valutazione dei titoli. Non ci sarà nessuna prova preselettiva corretta da un computer e che avrebbe dato maggiore trasparenza e oggettività. Delle otto domande a risposta aperta dello scritto, due saranno in lingua straniera: sarà particolare l’attenzione alla conoscenza delle lingue.

Mi chiedo se sia corretto verso chi ha conseguito una laurea senza l’obblig della lingua e non ha potuto spendere soldi per frequentare un corso magari passando il suo tempo ad approfondire lo studio della grammatica latina e del Fascismo, visto che sono altre le materie che insegna. I "titoli forti" saranno le abilitazioni con procedure selettive (TFA), dottorato di ricerca e appunto certificazioni linguistiche di almeno livello C1 (propria di un nativo).

Mi chiedo se questi luminari che propongono tali criteri siano mai entrati in una classe per avere una chiara idea su quello che veramente serve agli studenti; invece ho la percezione che ogni *Signore* mandi avanti il proprio vassallo indicando criteri costruiti *ad personam*.

Attendo con curiosità la griglia di valutazione delle prove.

Purtroppo la mia Cultura Storica non ‘accademizzata’ da un po’ di anni non mi fa più dormire. Ormai la giustizia non è più un bene comune perseguito dalla collettività, ma sta nelle mani di pochi coscienziosi.

Aspasia, una docente di terza fascia G.I.

P.S. Cari colleghi spero in una valutazione ben argomentata del tema svolto, in linea con i principi di trasparenza e oggettività.

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