Domenica, 29 Maggio 2016

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Spesa per istruzione. ANIEF: al termine di cinque anni di tagli storici, l’Italia si aggiudica la maglia nera per investimenti nella scuola

di redazione
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ANIEF - L’Italia è sempre più il Paese delle contraddizioni: secondo Eurostat, pur spendendo molto più di altri Paesi per la protezione sociale, nel 2014 ha investito meno di tutti nell’UE per percentuale di spesa pubblica destinata all'educazione (7,9% nel 2014 a fronte del 10,2% medio Ue). Passando dal penultimo all’ultimo posto per investimenti nell’educazione, il nostro Paese è diventato quello dell’Unione Europea meno prodigo a formare i propri cittadini. Peccato che il record negativo giunga al termine di un quinquennio di forti e ineguagliabili tagli alla scuola. 

Attraverso la politica di spending review, attuata sulla scuola soprattutto a partire dalla Legge 133 del 6 agosto 2008 Tremonti-Gelmini, il comparto dell’Istruzione pubblica è risultato il più colpito del pubblico impiego, con il 75% dei tagli di tutta la PA: basti pensare alla riduzione di un sesto del personale e dell’orario degli studenti, di un terzo dei dirigenti e delle scuole autonome, l'utilizzo perpetuo del precariato al fine di evitare il pagamento degli scatti di anzianità ora precluso anche ai neo-assunti. Per non parlare dell’università, che ha visto cancellata la figura del ricercatore e prorogato il blocco del turn-over al 2018.

In dieci anni la spesa pubblica italiana dedicata all’istruzione, già di per sé l’80% di quella destinata dagli altri Paesi Ocse, è scesa del 10%, in controtendenza all’aumento seppur modesto del 3% registrato sempre negli altri Paesi, così da abbassarsi al 67% rispetto a livelli intermedi. Se nel 2000 già l’Italia spendeva -2,8% della sua spesa pubblica rispetto alla media OCSE (Italia 9,8% - Ocse 12,6%), dieci anni dopo si ritrova in controtendenza sempre all’ultimo posto persino tra i Paesi G20 (32° posto) con un -4,1% (Italia 8,9% - Ocse 13,0%). Né la situazione è migliorata in rapporto al P.I.L., - 0,9% nel 2000 (Italia 4,5% - Ocse 5,4%) e -1,6% nel 2010 (Italia 4,7% - Ocse 6,3%), dove ci siamo ritrovati collocati al terzultimo posto (31°). Ora, se guardiamo solo all’Unione Europea siamo diventati buoni ultimi. 

“Quel che fa rabbia – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario confederale Cisal – è che abbiamo raggiunto questa dimensione vergognosa, nonostante la Legge 190/2014 abbia stanziato 3 miliardi per la scuola e l’università per il triennio successivo: in realtà, per lo Stato non si è trattato di spendere nulla, perché quei soldi sono stati finanziati da ulteriori tagli. Come Anief ha ampiamente denunciato, vale per tutti quel decreto interministeriale Miur-Mef del giugno 2014, che ha introdotto la nuova dotazione organica del personale Ata per l’anno scolastico 2014/15, che aveva a sua volta recepito la riduzione del 17% della consistenza numerica determinata per il 2007/08 (applicando la Legge 133/2008): il testo del decreto stabiliva che i criteri di individuazione del contingente Ata si sarebbero dovuti ridefinire periodicamente, sempre dal Miur, di concerto con il Mef, previo accordo con la Conferenza unificata delle Regioni incaricata del dimensionamento scolastico. 

È di questi giorni la discussa approvazione dello schema di regolamento, in Parlamento, sulla riduzione di oltre 2mila unità di personale Ata a seguito proprio di quella legge. Come fa parte di quest’anno scolastico, l’avvio dell’utilizzo dell’organico potenziato dei docenti, per garantire i tagli alle supplenze brevi e agli esoneri e semiesoneri dei vicari. Sono tutte operazioni approvate dalla solita logica pluriennale del risparmio a testa bassa, attuate nei confronti di vari “pezzi” dei comparti pubblici, anche laddove non avevano motivo di essere ridimensionati.

Sempre seguendo questa logica, continuano ad essere assegnate migliaia di reggenze per i Direttori dei servizi generali e amministrativi, che attendono da oltre vent’anni un concorso pubblico, dopo che 30 mesi fa era stata data dal Miur per imminente una selezione per assumerne 450 su tutto il territorio. E come non dimenticare l’ultima Legge di Stabilità, che ha confermato i divieti sulle supplenze fino a 7 giorni, introdotti con la Legge 190/14 art. 1, che ha introdotto l’obbligo, salvo casi particolari, di nominare i supplenti del personale Ata solo dall’ottavo giorno di assenza? 

Il risultato è che oggi rimane scoperto il servizio in tutti i casi di assenza di assistenti amministrativi e tecnici, all’interno di scuole che con l’autonomia e ora con l’applicazione della Legge 107/15 hanno un carico di lavoro e responsabilità enorme rispetto solo a pochi anni addietro. A poco è servita la nota n. 2116 del 30 settembre 2015, con cui il Miur ha dato facoltà ai presidi di nominare supplenti anche “per i primi sette giorni di assenza” per il solo “profilo di collaboratore scolastico”. Intanto, il personale scolastico, che non fa carriera e veste pure la maglia nera per gli stipendi più bassi (meno di 30mila euro lordi annui), può contare su un rinnovo di contratto per il quale il Governo ha pensato bene di mettere sul piatto ben cinque euro di aumento a lavoratore. Con la prospettiva di vedere sfumare pure gli scatti di anzianità. L’ennesima conferma di come si riesce a spendere meno di tutti in Ue in fatto d’istruzione pubblica, a discapito di chi vi lavora per formare le nuove generazioni.

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