Martedì, 24 Maggio 2016

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Scuole non statali, Kaladich: chi contrasta finanziamento paritarie non è bene informato sul ruolo. Solo in Veneto 3mila docenti e 25mila studenti

di Eleonora Fortunato
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Scuola d’élite, scuola per ricchi, scuola che riproduce le disuguaglianze sociali. Oppure scuola che promuove tutti perché “tanto paghi…”, scuola che vive alle spalle dello Stato “perché siamo in Italia e c’è il Vaticano”.

Sarà capitato a molti di sentire parlare così delle scuole non statali, paritarie cattoliche comprese. Ma la Fidae, la Federazione italiana a cui aderiscono i quasi 4mila istituti cattolici presenti sul territorio nazionale, non ci sta e con la nuova Presidente Virginia Kaladich promette un triennio di lotta alla disinformazione e ai luoghi comuni.

La riluttanza dei cittadini e dei politici italiani a un sostegno finanziario certo e duraturo nel tempo alla scuola paritaria ha, come è noto, le sue origini nella presunta incostituzionalità dei contributi (‘senza oneri per lo Stato’ si legge all’art. 33 della nostra carta fondamentale) o nell’idea che a usufruire di essa sia solo una minoranza della popolazione (minoranza che a guardare bene, però, fa risparmiare allo Stato circa 6 miliardi di euro all’anno, fonte Agesc), tuttavia si nutre almeno di un dato oggettivo: come mai riescono a ottenere e a conservare i requisiti di parità anche i famigerati ‘diplomifici’?

“È vero – concorda Kaladich - quella dei ‘diplomifici’ è un’anomalia che nuoce all’identità di tutte le scuole che rientrano nel sistema pubblico di istruzione, ma mi preme ribadire che il futuro delle paritarie cattoliche dipenderà in primo luogo da noi, dalla nostra capacità di raccontare chi siamo e che cosa facciamo. Recriminare e rivendicare risorse senza creare una cultura corretta della nostra presenza sul territorio è inutile, se non dannoso. La svolta che vorrei imprimere è perciò culturale, ancor prima che politica. Quando gli italiani si dicono contrari al finanziamento della scuola non statale, dimostrano di essere non bene informati sul ruolo, sul lavoro e sugli enormi sforzi che la maggioranza di questi istituti compie ogni giorno per stare accanto alle famiglie, per assicurare loro una più ampia libertà di scelta educativa con una proposta culturale che è sintesi coerente tra fede, cultura e vita. Per portare un esempio che conosco da vicino, nel solo Veneto le scuole cattoliche danno lavoro a 3mila docenti - di cui i consacrati sono soltanto 288 - offrendo un servizio a oltre 25mila studenti”.

È, dunque, ai propri insegnanti, ai propri collaboratori amministrativi, ai propri dirigenti che la nuova guida della Fidae chiede uno sforzo di comunicazione in più. Ma come ignorare che un’ampia parte di queste stesse risorse viva la scuola paritaria come una fase di passaggio in attesa dell’agognato posto di ruolo statale? Colpa degli stipendi più bassi (solo il contratto Agidae garantisce un trattamento non troppo dissimile da quello statale), ma anche del pregiudizio che esista una scuola di serie A, quella dello Stato, e una scuola di serie B, la paritaria. “Ed ecco un altro punto su cui si misura il mancato riconoscimento del nostro ruolo di formazione e di accompagnamento dei docenti, specie di quelli più giovani - risponde Kaladich - Siamo scuola da più di un secolo, da prima che l’Italia si dotasse di un sistema nazionale di istruzione, eppure ci troviamo ogni volta a dover dimostrare o elemosinare qualcosa”.

Scuola da più di un secolo, proprio così, con i collegi dei gesuiti e dei salesiani che hanno collaborato alla scolarizzazione e al riscatto culturale di intere aree, anche molto deprivate, del nostro Paese, favorendo sviluppo e coesione del tessuto sociale. Un ruolo che fino a qualche lustro fa nessuno si sarebbe mai sognato di disconoscere, ma che paradossalmente viene messo in discussione proprio a partire dall’approvazione della legge n. 62 del 2000: da un lato la scuola paritaria entra a pieno titolo nel sistema pubblico di istruzione, dall’altro risveglia antichi rancori e pregiudizi, divenendo un pomo della discordia, un vessillo ideologico su cui i programmi elettorali marcano ancora oggi le loro identità.

“La Legge del 2000 voluta dall’allora ministro Berlinguer ha rappresentato una svolta significativa – continua Kaladich - ma l’obiettivo è ora passare dal sistema incerto dei contributi deliberati anno per anno dal Parlamento a quello di un finanziamento certo e garantito dallo Stato, come peraltro avviene in molti Paesi della stessa Unione europea. Le detrazioni fiscali a vantaggio delle famiglie che scelgono la scuola paritaria introdotte dalla Legge 107 rappresentano un buon inizio, così come il ripristino del contributo di 472 milioni, che ha la novità di aver stabilizzato i fondi per i prossimi anni (‘d’ora in poi’ c’è scritto sull’emendamento, ndr). Ma siamo purtroppo ancora lontani dai 535 milioni di qualche anno fa…” e soprattutto da soluzioni che realmente garantirebbero una equità retributiva ai docenti delle paritarie, come per esempio la presa in carico dei loro stipendi da parte dello Stato, una soluzione adottata in molti stati europei. A proposito di questo la Presidente Fidae conclude: “Un po’ di tempo fa mi trovavo a Budapest, e ho avuto modo di incontrare il ministro dell’istruzione; ebbene, la mia ospite mi ha comunicato quasi con imbarazzo che lo Stato lì da loro riesce a coprire ‘solo’ i costi degli stipendi dei docenti delle scuole cattoliche ungheresi. Si immagini un po’ il mio di imbarazzo…”.

I tempi non sono ancora maturi nel nostro Paese per un cambiamento strutturale del genere, Kaladich lo sa bene; basta pensare all’esclusione dei docenti di scuola paritaria dal beneficio dei 500 euro ad personam per la formazione, o alla rigida posizione contro il finanziamento alla scuola non statale assunta di recente da una forza politica nuova come il Movimento 5 Stelle, che dovrebbe nascere smarcato da ideologie da prima repubblica. Nell’attesa, certo, che l’antagonismo tra scuola statale e scuola non statale ceda il passo a un regime di sussidiarietà vero, dove la seconda affianca e aiuta la prima a erogare il servizio su cui più di ogni altro si misura la civiltà di un popolo.  

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