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Sabato, 30 Luglio 2016

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Riflessioni sul concorso e le sue prove. Lettera

di redazione
ipsef

Spettabile redazione, sono un insegnante abilitato tramite TFA. Scrivo in merito al concorso a cattedra che dovrebbe essere bandito “a breve”.

Il concorso segue l’azione di forte riduzione delle GaE, che ha permesso la stabilizzazione di circa un centinaio di migliaia di colleghi. Le procedure di assunzione e di scelta delle scuole si sono dilungate molto e, visto che le persone assunte stavano già lavorando altrove, le si è dovute sostituire (a volte nominando fino a fine gennaio) con supplenti provenienti non solo da II, ma anche da III fascia, creando nuove aspettative per persone non abilitate e quindi producendo altro precariato.

Il fatto che si sia reso indispensabile supplire a dei colleghi già impegnati significa che i posti di lavoro nella scuola ci sono (e significa anche che ogni anno si riescono comunque a trovare i soldi per pagarli).

Il concorso è aperto ai soli abilitati, cioè a persone che hanno acquisito le competenze necessarie a svolgere il proprio lavoro tramite il PAS o il TFA. I primi hanno potuto abilitarsi perché entro una certa data avevano la gran fortuna di avere al proprio attivo un certo numero di giorni di servizio in ambito scolastico, mentre i secondi hanno dovuto superare tre prove selettive di ammissione basate sui programmi dei precedenti concorsi a cattedra.

Durante entrambi i percorsi abilitanti i candidati hanno seguito gli stessi corsi e sostenuto, nonché superato, lo stesso tipo di prove acquisendo le stesse competenze (si precisa che i cosiddetti “tieffini” hanno anche dovuto svolgere un tirocinio pratico per ovviare alla ridotta esperienza di servizio).

A questo punto, come poter trattare equamente persone abilitatesi nella stessa maniera, ma ammesse differentemente al percorso abilitante?

La bozza del bando di concorso indica due prove, una scritta e una orale, basate su programmi che prevedono una parte di didattica, una parte normativa e una nozionistica specifica per ciascuna disciplina. Nel dettaglio, la prova scritta consterebbe di otto domande aperte (di cui due in lingua straniera), il che andrebbe contro ogni logica delle regole di docimologia insegnateci durante TFA e PAS. Sappiamo benissimo, infatti, quale possa essere la variabilità delle valutazioni di fronte a una richiesta aperta che preveda una risposta altrettanto aperta (dobbiamo forse rammentare lo studio di Piéron sulle valutazioni dei temi del baccalauréat del 1936 che abbiamo dovuto studiare per l’esame di docimologia?).

Non sarebbe meglio standardizzare la prova e proporre un unico test a scelta multipla?

Si tratterebbe di un doppione di ciò che noi tieffini abbiamo già sostenuto, ma, per lo meno, non dovremmo dubitare dei punteggi ottenuti per la stessa prova in regioni diverse della penisola. La correzione di quesiti aperti, infatti, necessiterebbe di un esercito di correttori, ciascuno dei quali avrebbe una propria scala valoriale (nonostante l’uso della stessa griglia di valutazione). La correzione di un test (comprendente anche alcune domande in lingua straniera, se così si vuole) avverrebbe tramite un lettore ottico, che sarebbe quindi imparziale e rapido.

Per ciò che riguarda la prova orale, si tratterebbe di un vero doppione per tutti gli abilitati, perché tutti noi abbiamo già sostenuto questa prova a conclusione del nostro percorso abilitativo (sia TFA sia PAS).

Oltre a non poter essere giudicati due volte per lo stesso reato, bisognerebbe introdurre una legge che vieti di valutare due volte un candidato per le stesse nozioni e competenze.

Infine, giungo alla questione dei punteggi per i titoli e per i servizi. E’ basilare che i criteri di attribuzione del punteggio in base ai titoli sia equa e bilanciata, al fine di premiare da una parte le competenze acquisite tramite l’esperienza (anni di servizio), come pure quelle dimostrate mediante una selezione concorsuale (ammissione al TFA), oppure fatte proprie durante dei corsi formativi (master, dottorato, corsi, esperienze di ricerca, pubblicazioni, ecc.).

Sebbene ogni anno la scuola italiana continui ad avere una grande necessità di supplenti (o meglio, di insegnanti per cattedre di fatto), mi domando per quale motivo si debba per forza spendere denari pubblici per selezionare persone che sono già state formate (e hanno anche esperienza da vendere)? E se non è possibile bandire un concorso per soli titoli, perché allora non selezionare con un mega test a scelta multipla (pur con alcune domande in lingua straniera) accoppiato al punteggio per titoli?

Chi vivrà vedrà. Speriamo solo che il M.I.U.R. e il Governo in generale tengano in considerazione le persone che non saranno assunte tramite questo concorso, ma che hanno già inscritto nell’insegnamento la propria professionalità e la propria carriera.

Cordialmente,

Alessio Sillo.

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