Sabato, 28 Maggio 2016

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Riflessioni su un episodio di bullismo in una scuola media di Pordenone. Lettera

di redazione
ipsef

Mazzeo Fernando - Il caso della ragazza dodicenne di Pordenone, vittima di bullismo, ha scatenato una serie di polemiche e di interventi da parte di politici, mondo dello spettacolo, esperti e uomini di cultura. Ognuno ha fatto una serie di proposte, quasi tutte riconducibili ad una maggiore attenzione ed a specifici interventi all’interno della famiglia e dell’istituzione scolastica.
In particolar modo, Pittoni della Lega, ha detto: “L’efficacia della lotta al bullismo rientri nella valutazione delle scuole. Serve un sistema di rilevazione dei risultati dei progetti e delle attività messe in campo contro il bullismo”.
Orbene, fermo restando la validità delle varie proposte, che tra l’altro si ripetono da anni, va ribadito che il problema del bullismo dipende da una molteplicità di fattori che, direttamente o indirettamente, chiamano in causa situazioni culturali, sociali, ambientali e familiari, ha radici antiche e, più volte, a livello ministeriale, si è cercato, senza successo, di mettere in atto interventi, con un notevole investimento di risorse umane ed economiche, per cercare di arginare il fenomeno.
In pratica, parlando di problematiche educative di una certa rilevanza,  non si può, sempre, comunque e a prescindere,
delegittimare la scuola, assegnarle compiti e attribuirle responsabilità che hanno come unico obiettivo quello di determinare situazioni di conflittualità e incomunicabilità. In questi casi, sarebbe più saggio partire  dalle condizioni culturali, sociali e istituzionali, ma, soprattutto, dalla complessa costellazione di valori che orienta e guida le scelte educative della famiglia, della scuola e della società.
Famiglia e scuola, le prime ad essere chiamate in causa appaiono, oggi, sempre più disorientate dalle tante sollecitazioni e pseudo forme educative di una società sempre più complessa ed egoista, nella quale hanno sempre più peso l’ egoismo, l’ individualismo, il denaro, il potere, la forza, il successo personale ecc., mentre la solidarietà,  l’amore, la disponibilità ad ascoltare,  la moralità, l’ interiorità, la dedizione all’altro, l’accoglienza, il rispetto ecc.,
hanno un ruolo marginale.
In questa prospettiva, fatica ad emergere quell’ amore educativo, quella saggezza educativa, quel rigore morale, quella sapiente e incisiva autorità genitoriale, in altri tempi certamente assai più visibile e premiata da figli più buoni, meno capricciosi, più generosi e, soprattutto, più disponibili al dialogo, all’aiuto educativo, alla
relazione affettiva.
Oggi, pertanto, sembra più  difficile trovare opportuni equilibri e adeguati compromessi, tra  tradizione e  modernità, fra idee e atteggiamenti sempre meno caratterizzanti la formazione del pieno sviluppo della persona umana e sempre più corrispondenti a principi-valori conformi alla società del potere, del benessere e del tutto subito e ad ogni costo.
Si può dire che nel mondo dei figli del consumismo, delle relazioni e delle comunicazioni virtuali ,vi è una vera e propria emergenza educativa, avvertita anche sotto diversi aspetti da psicologi, filosofi, economisti, sociologi.
La demotivazione, la paura del fallimento, l’ansia del successo, del potere, dell’affermazione di sè, costituiscono le ragioni profonde delle incomprensioni educative delle inefficienze comunicative che, spesso, avvolgono famiglia, scuola e società, in oscuri sensi di colpa, in una preoccupante rassegnazione e in una deleteria solitudine educativa.
Tale atteggiamento dimissionario caratterizza, purtroppo, tante nostre comunità e fa sì che anche gli sforzi buoni e i sacrifici fatti, non abbiano la forza incisiva che nasce dalla convinzione di avere in mano una chiave educativa valida, di possedere uno strumento educativo formidabile: l’amore.
In un tempo in cui educare sembra diventato più difficile, occorre non ignorare i problemi e rendersi conto che l’educazione è sempre un fatto possibile, che il cammino educativo non ha mai uno svolgimento tranquillo, ma è segnato dalla resistenza, dalla ribellione, dall’insuccesso, dal fallimento.
Appare chiaro che i contesti formativi – non solo la scuola - necessitano di una concezione dell’educazione nuova, che faccia da collegamento tra due realtà che si vanno sempre più allontanando l’una dall’altra, quella dell’economia e quella della  formazione.
Le logiche di mercato non devono distogliere  dalla certezza che le fondamentali dimensioni dell’educazione non affondano le loro radici nel potere economico e politico – che genera odio, violenza gratuita, sopraffazione - , ma nel volere il bene, nel rendere l’uomo autore del proprio e dell’altrui bene.
Punto fondamentale dell’impegno educativo è agire con la tenacia, la pazienza e l’amore della madre saggia. Chiunque ama non ha paura di rimproverare o di correggere.
Bisogna , dunque, riscoprire e riproporre antichi e sempre nuovi orientamenti educativi che hanno il loro fondamento nella pedagogia dell’accoglienza, nella pedagogia dell’amore, nella pedagogia dell’umiltà, nella pedagogia del giusto momento.

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