Domenica, 26 Giugno 2016

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Quanto poco conta nell’insegnamento la ricerca scientifica. Lettera

di redazione
ipsef

Si fa un gran parlare negli ultimi giorni dell’imminente pubblicazione del bando per il prossimo concorso scolastico e nel merito ho trovato interessante e assolutamente condivisibile l’obiettivo del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, di selezionare solo il corpo docente migliore. Secondo indiscrezioni, tale scelta sarebbe garantita dalle modalità concorsuali: 8 quesiti a risposta aperta che andrebbero a verificare le conoscenze nozionistiche nell’ambito della materia di insegnamento. Non discuto sulla “levata di scudi” di chi si sente indignato di dover dare, ancora una volta, prova delle proprie competenze ma ciò mi spinge ad altra riflessione. È dunque questo l’unico modo di valutare i docenti più bravi? Sembra di si dal momento che titoli come dottorato di ricerca, post-doc e affini, nella carriera di un docente valgono davvero molto poco.

Serve forse ricordare che il dottorato di ricerca è l’ultimo, e più alto, livello di istruzione di cui disponiamo, tre anni di alta formazione in Italia e all’estero, di studi, ricerche, didattica e pubblicazioni scientifiche. Un percorso spesso integrato da esperienze successive che approfondiscono e perfezionano il profilo dello studioso. Peccato, però, che le persone (e in Italia sono tantissime) che hanno intrapreso una carriera parallela fra scuola e università non siano, evidentemente, abbastanza “brave” né per il Presidente del Consiglio né per il Ministro dell’Istruzione. Nel calcolo del servizio pre-ruolo possedere un dottorato di ricerca (della durata di tre anni) in Italia equivale ad aver insegnato per 180 giorni, le esperienze post dottorato non valgono nulla. E pensare, invece, che in molti concorsi per l’ammissione ad assegni di ricerca l’esperienza di insegnamento a scuola valga, e anche tanto.

È mortificante sapere che il periodo di congedo di un anno (ovviamente e giustamente senza retribuzione) che ho chiesto a scuola per svolgere un assegno di ricerca nella mia materia di insegnamento, non conti nulla, zero, niente, non è valutabile ai fini della continuità didattica, non è valutabile in sede di mobilità. Per il Miur è come se utilizzassi questo periodo di tempo per svolgere un lavoro che non ha alcuna attinenza con l’insegnamento, l’istruzione, la formazione professionale. Credo, invece, che aprirmi a questo tipo di esperienze sia un privilegio, fa di me un insegnante migliore, più “bravo” (in riferimento all’affermazione di Renzi «vogliamo solo i docenti più bravi») e in grado di mettere a disposizione dei miei studenti un ventaglio di competenze più ampio.

Grazie al costante impegno di alcune associazioni di categoria, dottorato e post dottorato saranno probabilmente considerati titoli valutabili nell’accesso al prossimo concorso, ma il percorso di valorizzazione in Italia è ancora lungo. Scuola e ricerca sono, purtroppo, due percorsi paralleli che stentano a trovare punti di incontro, come se MIUR non fosse l’acronimo di Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, come se non fossero due facce della stessa medaglia.

Daniela De Lorentiis

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