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Giovedì, 28 Luglio 2016

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Prof da giovane ruba CD, dimentica di dichiararlo: licenziato

di Vincenzo Brancatisano
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Un altro professore licenziato per una multa non dichiarata. Un altro ancora, in lacrime, chiede aiuto al sindacato: da ragazzo aveva rubato un cd ma da anziano s’è poi dimenticato di comunicarlo alla scuola che lo aveva assunto.

Nel primo caso si tratta invece di un insegnante di ruolo che all’atto dell’assunzione aveva omesso di barrare la casella indicante le eventuali condanne penali subite e di indicare i dati relativi all’autorità giudiziaria e alla sanzione subita. Il docente era stato condannato negli anni ’90 a pagare una multa di 600 mila lire a seguito di un incedente stradale con un ferito che aveva riportato lesioni lievi e in occasione del quale peraltro l’insegnante si era comportato da bravo cittadino soccorrendo l’altro e senza che ci fosse la prova della sua responsabilità nell’accaduto. La vicenda sembra kafkiana. Secondo alcune ricostruzioni il ferito avrebbe proposto al docente di far figurare la responsabilità a carico del docente che invece si è rifiutato di prestarsi. Poche settimane dopo gli è però arrivata la notizia di una querela per lesioni personali da parte del legale dell’altro con l’avvio di un procedimento nel corso del quale il docente avrebbe accettato di chiudere la vertenza pagando una multa di 600 mila lire. […] Il caso è tra quelli citati dalla Flc-Cgil di Bergamo, patria del caso del professor Rho, divenuto celebre dopo il suo licenziamento per avere omesso di indicare, all’atto della sua assunzione in ruolo, di avere riportato una condanna a una multa per aver fatto la pipì in un cespuglio. Secondo la Flc, a Bergamo i casi sarebbero moltissimi.

“Sono già almeno 20 i casi di licenziamento per questo tipo di ‘dichiarazione falsa’ registrati in provincia di Bergamo dall’inizio di quest’anno scolastico”, ha spiegato Elena Bernardini, segretario generale provinciale della Flc di Bergamo. “Chi ha detto che nel pubblico impiego non si licenzia mai nessuno? La realtà è ben diversa. Ci sono casi, ad esempio quello di una multa inferta dal giudice per un incidente stradale con feriti lievi (è questo il caso citato) in cui accade che, quando l’interessato chiede al Tribunale il Certificato penale del Casellario giudiziario, gliene venga rilasciato uno dove non si fa cenno a condanne che godono del beneficio della non menzione. Dunque nell’autodichiarazione al Ministero finisce per non risultare alcuna condanna in capo al lavoratore. Tuttavia, quando a richiedere il Certificato del Casellario giudiziario, in fase di verifica, è la Pubblica Amministrazione, queste condanne lievi compaiono. Ed ecco che l’incongruenza viene giudicata ‘dichiarazione falsa’”. Già in passato il sindacato aveva assistito i propri iscritti in casi simili presso l’ex Provveditorato locale. Ma se la cavava con poco “Non era mai successo – secondo la Flc – che si giungesse a misure così drastiche. Lo scorso anno è intervenuta in materia la Corte dei Conti, chiedendo di applicare rigidamente le regole. Da qualche mese, dunque, per dichiarazione falsa scatta il licenziamento. È inaccettabile la sproporzione tra la misura adottata e l’errore formale d’origine. Tra l’altro, si colpisce il lavoratore per questioni che non avrebbero per nulla inciso né sul diritto all’assunzione né sulle graduatorie, insomma penalizzando persone che hanno tutte le carte in regola per lavorare”. Per questo – insiste la Flc – facciamo appello a giudici e parlamentari: si interessino del caso del prof. Rho e di riflesso dei casi di tutti coloro sono stati colpiti così duramente per un’inesattezza procedurale”. Del presunto caso Bergamo si sta occupando il Miur. Durante la trasmissione Ballarò il sottosegretario alla pubblica amministrazione Angelo Rughetti, annunciando l’intenzione del Miur di non costituirsi nel processo avviato dal professor Stefano Rhò per ottenere il reintegro a scuola, ha confermato di essere a conoscenza della situazione bergamasca, dove la normativa sulle sanzioni da applicare in caso di dichiarazioni mendaci sarebbe applicata con particolare severità, il governo non si presenterà come parte in giudizio. “Diamo un segnale abbastanza esplicito, sia politico che amministrativo. Quelle norme vanno cambiate, vanno tolte”, ha annunciato Rughetti. Ma torniamo alla fase dell’assunzione e al momento in cui si instaura il rapporto di lavoro a tempo indeterminato. A che cosa occorre stare attenti? La Gilda di Sassari ricorda che nel momento in cui si stipula il contratto di lavoro a tempo indeterminato, in base al DPR 445/2000 il docente non è più tenuto a presentare alcun documento di rito (es. certificato di nascita, di cittadinanza italiana, ecc.). Sono sufficienti le dichiarazioni contenute nelle domande di partecipazione alle procedure di reclutamento a suo tempo presentate dai candidati inseriti nelle graduatorie del concorso ordinario per esami e titoli o nelle graduatorie permanenti provinciali (C.M. 65/2003). Le modifiche normative introdotte dalla legge 183/2011 (art.15 c. 1) hanno previsto il rilascio di certificazioni da parte della Pubblica Amministrazione in ordine a stati, qualità personali e fatti solo nei rapporti fra privati. Su tali certificazioni da produrre ai soggetti privati è apposta, a pena nullità, la dicitura: “Il presente certificato non può essere prodotto agli organi della pubblica amministrazione o ai privati gestori di pubblici servizi”. Le Amministrazioni pubbliche e i gestori di pubblici servizi sono tenuti ad acquisire d’ufficio le informazioni oggetto delle dichiarazioni sostitutive di cui agli articoli 46 e 47 del Dpr 445/2000 previa indicazione da parte degli interessati degli elementi indispensabili per il reperimento delle informazioni. Saranno le istituzioni scolastiche pertanto a dover procedere all’acquisizione dei documenti di rito del personale neo assunto in ruolo, attivando tutte le necessarie operazioni relative al controllo della regolarità delle dichiarazioni autocertificate. La Gilda ricorda invece che in in esecuzione di una direttiva europea, con il D. Lvo 39/2014 è stato introdotto il certificato antipedofilia per tutti i lavoratori dipendenti, assunti dopo il 6/4/2014, che per la loro attività abbiano contatti diretti e regolari con minori. Per i dipendenti della scuola è previsto perciò che, all’atto dell’assunzione e su delega dell’interessato, il dirigente scolastico richieda il certificato penale per accertarsi che il lavoratore non sia stato condannato per reati contro i minori. “In attesa del documento – è il parere della Gilda – lo stesso dirigente potrà accettare un’autocertificazione in cui il dipendente dichiara di non essere stato condannato per reati contro i minori. Sull’obbligo di tale adempimento, comunque, si attendono dal Miur ulteriori chiarimenti e una specifica regolamentazione”.

 

La multa è una pena. Infine, è utile un chiarimento in ordine ai concetti di “multa”, carichi pendenti e reati estinti o prescritti. La multa, a differenza di quanto si crede normalmente, è una vera e propria pena prevista per la categoria dei delitti (la pena detentiva per i delitti è la reclusione) e con coincide con la sanzione per le violazioni amministrative, volgarmente definita multa: tanto per intenderci, se si parcheggia in divieto di sosta o se si passa con il rosso non scatterà una multa, a differenza di quanto si crede e si dice, ma una sanzione amministrativa, analoga a quella che scatta qualora si fumi in classe a scuola. La sanzione amministrativa peraltro è irrogata dalla stessa pubblica amministrazione danneggiata e non da un giudice come nel caso della multa. La multa non va neppure confusa con l’ammenda, anch’essa prevista come pena per i reati minori, quelli che vengono definiti “contravvenzioni”. La pena detentiva per le contravvenzioni è l’arresto, da non confondere con la custodia cautelare, che non è una pena ma una misura preventiva. Dunque, non ci si sorprenda alla notizia che un lavoratore all’atto dell’assunzione avrebbe dovuto dichiarare la condanna pregressa a una multa poiché trattasi di sanzione penale irrogata da un giudice a seguito di un processo penale.

 

I carichi pendenti, il Casellario giudiziale e il Casellario dei carichi pendenti. E veniamo all’altro punto. Poiché al di là delle condanne penali occorre anche dichiarare i carichi pendenti di cui si sia a conoscenza, ci si chiede quando scatti l’obbligo. Basta essere stati querelati o denunciati? Basta essere stati identificati dalla polizia a seguito di una denuncia? No. Il carico pendente coincide con l’avvio di un procedimento penale a carico di una persona, nel momento della chiusura della fase delle indagini preliminari, dal momento cioè in cui il soggetto si può definire “imputato”. Secondo quanto stabilisce l’art. 6 del Testo unico sul casellario giudiziale (Dpr 14/11/2002 n 313) “nel casellario dei carichi pendenti si iscrivono per estratto: a) i provvedimenti giudiziari di cui all'articolo 60, comma 1, del Codice di procedura penale, il provvedimento di revoca della sentenza di non luogo a procedere, il decreto di citazione di cui all'articolo 636, comma 1, del codice di procedura penale, i provvedimenti giudiziari di cui all'articolo 3 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274; b) ogni altro provvedimento giudiziario che decide sull'imputazione, emesso nelle fasi e nei gradi successivi”. Secondo il citato art. 60 del Codice di procedura penale, assume la qualità di imputato la persona alla quale è attribuito il reato nella richiesta di rinvio a giudizio, di giudizio immediato, di decreto penale di condanna, di applicazione della pena a norma dell'articolo 447 comma 1, nel decreto di citazione diretta a giudizio e nel giudizio direttissimo. La qualità di imputato si conserva in ogni stato e grado del processo, sino a che non sia più soggetta a impugnazione la sentenza di non luogo a procedere, sia divenuta irrevocabile la sentenza di proscioglimento o di condanna o sia divenuto esecutivo il decreto penale di condanna.

Se l’indagato non è imputato. Spesso il termine “imputato” viene confuso con il termine “indagato”. Ma l’indagato è semplicemente una persona sottoposta ad indagini preliminari, concluse le quali il Pubblico ministero potrà chiedere il rinvio a giudizio, qualora emergano elementi per procedere, dandone comunicazione all'interessato, invitato di conseguenza a nominare un difensore di fiducia, o potrà chiedere l’archiviazione. Nel certificato del citato casellario dei carichi pendenti risulta “nulla” fino a quando non si acquista formalmente la qualità di imputato. L’obbligo di dichiarazione. Molti dichiarano il falso. Se si sa di essere imputati o se ci sono state condanne a carico è obbligatorio dichiararlo all’atto dell’assunzione in servizio. Succede spesso, come osservava già nel 2010 l’Avvocato dello Stato Lorenzo Capaldo sulla rivista Dirigere la scuola, “che, in sede di controllo su quanto autocertificato nel modulo di domanda per l’inserimento nelle graduatorie del personale supplente, l’amministrazione, a seguito dell’accesso alla banca dati del casellario giudiziale, riscontri che l’interessato abbia dichiarato circostanze non rispondenti al vero”. Per esempio, “dichiara di non aver riportato condanne penali e di non essere a conoscenza di essere sottoposto a procedimenti penali pendenti”. Da qui le sanzioni, che, come la cronaca ci insegna, possono condurre molto spesso al licenziamento in tronco del lavoratore. Molto spesso. Anche negli ultimi giorni, come abbiamo scritto sopra. “Mi ha appena chiamato in lacrime un insegnante che sta per essere cacciato per non avere segnalato una condanna per il furto di un cd fatto da ragazzino - racconta Loris Colombo, del sindacato Snals al Corriere della sera - Stiamo seguendo venti casi: ci sono una guida con foglio rosa a 18 anni, un alcol test positivo del 2008, una bolletta del gas non pagata con denuncia per frode allo Stato, ma anche uno spaccio di droga a vent’anni e una violenza domestica seguita però da una condanna della moglie per calunnia”. Ma facendo un giro nei forum giuridici del web si trova di tutto. Anche l’insegnante condannato per atti di libidine che chiede al legale se potrà insegnare o chi ha commesso reati la cui pena irrogata non è stata mai eseguita perché intervenuto l’indulto. Anche in questi casi va dichiarato tutto. Basti dire che il modello allegato ai bandi per l’aggiornamento delle graduatorie del personale scolastico recitano che “nel caso in cui l'aspirante abbia riportato condanne penali e/o abbia procedimenti penali pendenti la dichiarazione deve indicare la data del provvedimento e l'autorità giudiziaria che lo ha emesso. Devono essere indicate anche le condanne penali per le quali sia stata concessa amnistia, indulto, condono o perdono giudiziale”.

Non solo professori. Anche gli Ata devono stare attenti. Anche loro sono stati colpiti dal licenziamento da dichiarazione mendace. Nel 2011, a Pordenone, furono licenziati un bidello e un docente per dichiarazione mendace. “Ci sono bidelli che autocertificano un casellario giudiziale senza macchia”, spiegò la Flc locale al Messaggero Veneto. “Ma basta una domanda, per fare cancellare i reati dal proprio casellario: non bisogna, invece, dichiarare il falso”. Negli anni successivi sempre a Pordenone il licenziamento per analoghi motivi toccò a un’altra collaboratrice. Ma temiamo che il problema delle dichiarazioni mendaci circa il casellario giudiziale e i carichi pendenti sia spalmato sull’intera penisola.

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