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Domenica, 31 Luglio 2016

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Oggi non si studia più. E sul banco degli imputati c'è anche la scuola. "Una passione ribelle" il libro di Paola Mastrocola

di Vincenzo Brancatisano
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Immagine Paola Mastrocola

Oggi non si studia più. E invece, “chi studia è sempre un ribelle”. Uno “che si mette da un’altra parte rispetto al mondo e, a suo modo, ne contrasta la corsa.

Chi studia si ferma e sta: così, si rende eversivo e contrario. Forse, dietro, c’è sempre una scontentezza: di sé, o del mondo. Ma non è mai una fuga. È solo una ribellione silenziosa e, oggi più che mai, invisibile.

A tutti i ribelli invisibili è dedicato questo libro”. Il libro è “Una passione ribelle”, Ed Laterza, 151 pagg. L’autrice è Paola Mastrocola, insegnante e scrittrice piemontese, per anni docente di Lettere al Liceo Augusto Monti di Chiari in provincia di Torino e appena andata in pensione come lei stessa racconta in uno dei pochi passaggi autobiografici del volume.

Un volume di facile e coinvolgente lettura che andando in profondità su uno dei temi culturali e sociali più stringenti, si traduce in una sorta di Grande Elogio dello Studio.

“Oggi non si studia più”, scrive Mastrocola. È da predestinati alla sconfitta. Lo studio evoca Leopardi che perde la giovinezza, si rovina la salute e rimane solo come un cane. È Pinocchio che vende i libri per andare a vedere le marionette. È la scuola, l’adolescenza coi brufoli, la fatica, la noia, il dovere. È un’ombra che oscura il mondo, è una crepa sul muro: incrina e abbuia la nostra gaudente e affollata voglia di vivere nel presente. Lo studio è sparito dalle nostre vite. E con lui è sparito il piacere per le cose che si fanno senza pensare a cosa servono”.

Non è la prima volta che Paola Mastrocola si lancia in invettive non certo infondate contro il sistema scolastico degli ultimi decenni. In altri volumi, come “La scuola raccontata al mio cane”, o “Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare”, entrambi editi da Guanda, nel 2004 e nel 2011, l’autrice aveva affrontato con ironia tagliente i temi dell’insegnare e dello studiare, del diritto allo studio e dello studio che non esiste più.

Un fenomeno sempre più pericoloso: “Lo studio è sparito dalle nostre vite”, è l’incipit del volume. “ Nessuno studia più. Se ne può fare a meno. E non ci piace, né per noi né per i nostri figli. Lo studio sa di muffa, è passato, è vecchiume”. Già “solo la parola ci suscita un malessere, un’avversione”.

E nei capitoli successivi: “Chi studia non ci piace. Lo chiamiamo secchione. Abbiamo coniato questa parola strana per esprimere i nostri sentimenti più incoffessabili di fastidio, disapprovazione sociale ai limiti del dispregio e dello scherno”.

Di contro, “agili Pc, smartphone, lucine a led, schermi giganti, megabyte. Musica, velocità, divertimento. Giovani che si trovano di notte, piazze gremite, birre, chat perennemente on line, apericena”.

Si perde in partenza, insomma, se si combatte la battaglia dello studio, in favore dello studio. E “la cosa più incredibile – osserva Mastrocola – è che non importa a nessuno”.

L’abbrutimento culturale è un fenomeno sociale di larga portata, una delle più plateali manifestazioni di una evidente mutazione antropologica che non può avere un solo responsabile.

Eppure sul banco degli imputati non può che essere trascinata ancora una volta la scuola, definita come “il tempio della finzione dello studio”: gli insegnanti non sono esigenti o lo sono assai meno di un tempo e un'interrogazione alla quale un tempo sarebbe seguito un 4, oggi viene valutata con una sufficienza. Non studia più nessuno, scrive la Mastrocola, che poi si corregge, si autointerpreta: “Quando dico nessuno ovviamente esagero, dovrei dire pochi”.

E gli insegnanti studiano? “No”, si legge a pag. 32. “Gli insegnanti, cioè coloro che fanno un lavoro che proprio di studio dovrebbe nutrirsi, non studiano più. Magari alcuni vorrebbero farlo, ma non possono. Ne sono scoraggiati, e impediti. Vien loro richiesto altro, quindi ad altro si dedicano”.

Lunghe riunioni e commissioni, offerte formative, “salute, uscite didattiche, orientamento in entrata, orientamento in uscita, bisogni educativi speciali detti BES, e centomila altre faccende che con i libri non hanno un becco di niente a che fare”. Consigli di classe, Consigli d’Istituto, Collegi dei docenti. “Devono seguire i corsi di aggiornamento on line (sulle competenze, sulla sicurezza nelle scuole e sulla scuola rovesciata, non certo su Dante!)”. Prove comuni, griglie di valutazione, test, simulazioni, “i giudizi, le certificazioni, i verbali (non certo un nuovo studio sui Sepolcri di Foscolo!). Fare corsi di sostegno, corsi di recupero, correggere le prove Invalsi che non si capisce mai chi deve correggere e, novità delle novità, approntare i criteri dell’autovalutazione e quindi autovalutarsi”.

Gli insegnanti quasi assolti, dunque? Non è loro la responsabilità? Non fanno che riunirsi e confrontarsi tantissimo con percorsi burocratici a ostacoli, pochissimo con i libri.

“Infatti non è raro trovare, tra di noi, gente che non legge neanche un libro”. E un insegnante che non legge libri “mi sembra, come posso dire?, un pesce a cui non piace nuotare. Mi fa tristezza”.

Il fatto è, ricorda l’autrice, che ai prof non è richiesto di leggere e studiare. A nessuno viene in mente di pretendere tanto perché, scrive Mastrocola, a nessuno interessa che un insegnante “studi o non studi, legga o non legga, scriva o non scriva”. Ai prof la scuola chiede solo di esserci. E in tanti, aggiungiamo noi, oggi, in epoca di potenziamento dell’offerta formativa. Non studiano i politici (“gli spettacolanti”), perennemente impegnati in studi televisivi a utilizzare il proprio tempo prezioso. Non studiano i ricercatori, costretti a fare didattica. Le biblioteche, affollate di studenti universitari che vanno a studiare per gli esami perché non sanno dove altro piazzarsi. Non studiano gli studenti. Appunto. Che “se li interroghiamo a sorpresa, è una strage”.

Ma senza nessuna vergogna, nessuna scenata, nessun pianto. Quelli che studiano si sentono come si sentiva Gaspare Torrente, protagonistra di un altro fortunato libro di Paola Mastrocola, “Una barca nel bosco” (Guanda, 2004). Figlio di pescatore e aspirante latinista, approdato a Torino da una piccola isola del Sud Italia, un ragazzo come lui che a tredici anni traduce Orazio e legge Verlaine, deve volare alto, deve fare il liceo. E allora eccolo al liceo, dove non trova grandi maestri ma insegnanti impegnati a imbastire compresenze, eccolo accanto ai compagni, con le scarpe sbagliate e la felpa senza cappuccio. È fuori moda, fuori tempo, fuori posto: un pesce fuori dalla sua acqua, una barca in un bosco”.

Quella di Paola Mastrocola, tuttavia, non vuole essere una mera descrizione di quel che succede. L’autrice prende posizione: “A me sembra un male che lo studio sia sparito. Inutile che finga indifferenza”. Sì, “a me un mondo in cui non si studia più sia peggiore di un mondo in cui si studia”.

E pensare che siamo in preda a un paradosso. Non si studia ma sembra che lo studio sia preso in grandissima considerazione dalla società: “Ne affermiamo da ogni parte il valore, e con grande convinzione; ci battiamo perché cresca la percentuale dei diplomati e laureati, per migliorare i risultati dei test internazionali”, “ci occupiamo di scegliere la scuola migliore per i nostri figli, li seguiamo fianco a fianco nei compti”, lezioni private, colloqui con i prof, ricorsi al Tar, partecipiamo ai talk show sui libri, la lettura, ci battiamo per l’istruzione e per la scuola….

E allora? Solo un gran parlare, spiega l’autrice, ma “nessuno” studia più.

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