Lunedì, 30 Maggio 2016

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SERVIZI
SPECIALI ESPANDI

Mettersi in discussione, imparare a trasmettere, accettare la frustrazione: questo è il vero merito. Lettera

di redazione
ipsef

Gentile redazione, Vorrei inserirmi anche io nel dibattito di quello che è il merito a scuola, oggi.

Vi ringrazio per lo spazio offerto e vi riassumo brevemente la mia storia ed il mio punto di vista.

 Mi laureo con lode ormai otto anni fa, all’Università di Torino. Il Professore che mi ha seguita, sia in triennale che specialistica, mi paventa la possibilità di partecipare al prossimo dottorato della sua disciplina, anche perché a suo dire quello era l’anno in cui sarebbe “entrato qualcuno dei suoi”; all’epoca, ma non sarà sempre stato così e non per tutti ovviamente, la spinta del Professore era necessaria per intraprendere la carriera universitaria che oggi pare che il concorso valuti come dieci anni di professione. Io, però, volevo insegnare, volevo farlo da sempre, da quando costringevo i miei fratellini a seguire le mie fantalezioni da bambina.

Così scelgo la strada più dolorosa, lascio l’ambiente universitario, la città che adoravo e dove avevo costruito relazioni di amicizia importanti e, soprattutto, una storia d’amore, che fortunatamente ha resistito al mio sacrificio. Inizio a lavorare, macinando chilometri su chilomentri (un anno ho fatto anche 140 km al giorno), sulla classe di lettere, diciamolo, un po’ tronfia della mia carriera universitaria, convinta di sapere già molto. Ecco.

E’ stata la prima volta che mi sono accorta di come l’Università, i suoi “eccellente”, i suoi “30 e lode”, non c’entrassero nulla con il merito in classe. Ho passato anni duri, sia personalmente che professionalmente. Con umiltà sono ripartita da zero. Ho imparato che non basta era specialisti in storia, ad esempio, per appassionare una classe; ho imparato che non basta adorare Ungaretti perché gli alunni in difficoltà lo capiscano; così come ho imparato che non basta aver chiaro il quadro geopolitico perché gli alunni che eccellono capiscano quanto sia fondamentale la geografia. L’ho imparato a mie spese e a spese dei ragazzi, perché purtroppo non esiste altra maniera. E questo, se vogliamo proprio dirlo, il mettermi in discussione, l’imparare a trasmettere, la forza di accettare la frustrazione, quando c’è stata, è il vero merito.

Qualche anno dopo il ministro Profumo propone due percorsi abilitanti diversi: uno con il tirocinio in classe, l’altro senza. Non ha mai detto che uno sarebbe stato per i meritevoli, l’altro per le capre. Forse la politica avrebbe dovuto essere più chiara e onesta, invece di giocare oggi con le nostre vite, mettendoci gli uni contro gli altri. Scelgo di non fare il tirocinio, che mi pareva di aver abbondantemente svolto in classe. Però, ammetto, non conoscevo le regole, i punteggi gonfiati, le discriminazioni che ne sarebbero nate. Mi abilito sostenendo otto esami scritti e orali, gli stessi identici che sosterranno i miei colleghi del TFA che inizieranno i corsi tre mesi dopo di me. Alcuni sostenuti da noi PAS sono stati anche più perfidi, perché non essendo stati “testati” in entrata alcuni professori, non tutti,  hanno preferito farlo in sede di esame. Ricordo, ad esempio, lo scritto di Didattica della storia, che alla faccia di tutte le indicazioni, era costituito da due pagine di eventi da riordinare cronologicamente e da una serie di definizioni relative al lessico storico da completare. Insomma, il percorso, a parte il tirocinio per i TFA e qualche cattiveria nei confronti dei PAS è stato identico: stessi professori, stessi esami, stessi testi, forse solo una modalità di esame finale leggermente diversa. Il presidente e i commissari, però, sono stati gli stessi. Personalmente mi sono abilitata con un 98, sudato. La mia tesi è piaciuta talmente tanto alla docente di storia da chiedermi di parlarne in una delle sue lezioni universitarie. Il perché? Perché ripresentava un progetto didattico innovativo che avevo realmente svolto in classe, raccontava seriamente cosa volesse dire insegnare storia, in una classe vera, con problemi affrontati seriamente e con una spinta forte all’innovazione. Anche questo merito non mi è calato dal cielo, avevo faticato molto per strutturare durante l’anno precedente quel lavoro, anche questo merito deriva dalla mia esperienza!

Quello che voglio dire, anche se so che non troverà tutti d’accordo, è che l’essere o meno un buon docente si IMPARA, con umiltà, con sacrificio, con studio, con impegno, ma soprattutto scendendo nell’arena, affrontando le classi. I miei titoli di studio, di cui posso fregiarmi come tanti altri, hanno sicuramente costruito la persona che sono e quindi l’insegnante, ma dove ho imparato davvero è stato nell’ambiente scuola. Nulla di quello che mi hanno insegnato nel mio percorso di studi, mi ha davvero preparato a  insegnare, al massimo mi ha dato spunti di riflessione e sfido chiunque ad affermare il contrario.

Credo che la prova più selettiva sia il servizio, perché quello dell’insegnante è un lavoro che misura molto più di quanto sembri, perché non è vero che a scuola ci possono stare tutti.

Se fossimo onesti e preparati, noi precari, saremmo tutti favorevoli alle proposte del MIDA, che vuole un concorso per titoli in cui la vera prova, il passaggio al ruolo, sia valutato sul campo, in classe, tra i nostri studenti.

Capisco che per molti è più facile sperare nella fortuna di un concorso a domande aperte, combattendo per avere qualche punticino in più. Capisco quanto possa essere più difficile scendere dal piedistallo che ci si è creati perché si è stati studenti brillanti e farsi valutare per quello che valiamo in classe. La scuola, però, ha bisogno di docenti, seri e capaci.

Orlanda Migliori

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