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Sabato, 23 Luglio 2016

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Per me, docente ipovedente, il concorso è rimasta l'unica possibilità di insegnare. Lettera

di redazione
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Marika - Caro Ministro Giannini, MIUR e naturalmente caro Presidente del Consiglio Matteo Renzi, scrivo questa lettera non come docente disoccupata, né come tieffeina delusa, né come ricorsista arrabbiata o qualsivoglia categoria socio professionale, bensì come cittadina, o meglio, come “persona”. Studente prima e docente poi, ho attraversato nei miei 28 anni ben quattro riforme della scuola, tutte proclamate rivoluzionarie e risolutive.

La mia è una storia come tante, o quasi.

Dall'età di 5 anni convivo con un deficit visivo tale da ridurre il mio visus ad 1/20. Nella fattispecie sono definita cieco con residuo visivo, ma potrete considerarmi semplicemente ipovedente.

Vivendo al sud della nostra penisola, e in particolare in Campania, dove l'assistenza sanitaria e sociosanitaria è voce della spesa regionale riservata ai casi di mera sopravvivenza, ottenere diagnosi corrette e ausili di sostegno allo studio è impresa quanto mai ardita!

Si può ben immaginare come l'attività di studio, abbia, fin dall'inizio della mia scolarizzazione, rappresentato una vera e propria sfida.

Eppure tra i labirinti della burocrazia italiana (pari solo a quelli del palazzo di Minosse) ho trovato lo spazio, a volte molto stretto, per aggirare e solo di rado abbattere quegli ostacoli che troppo spesso vengono posti ad un soggetto disabile nel suo percorso di formazione e realizzazione umana e professionale.

Avevo 11 anni quando mi è stata diagnosticata con esattezza la mia patologia e solo a 14 ho potuto usufruire di validi ausili per lo studio.

Quando mi iscrissi al Liceo Classico della mia città, il Dirigente scolastico di allora “premurosamente” consigliò a mia madre di inscrivere altrove la sua figliola “handicappata” . La ferma volontà di mia madre ed il mio impegno mi permisero dopo 5 anni di conseguire il diploma liceale con il massimo dei voti.

All'università pensavo e speravo di trovare un ambite ed un'assistenza più accorta e professionale, ma tra Nuovo e Nuovissimo ordinamento (riforma Moratti e Gelmini) l'esperienza fatta mi permette di testimoniare che in Italia, o almeno in alcune parti di essa, il livello di istituzione scolastica è spesso inversamente proporzionale al suo livello di sensibilità e sostegno.

Nonostante ciò ho conseguito anche in questo caso il titolo col massimo dei voti.

Per soli 6 giorni non ho potuto prendere parte al I ciclo di TFA 2012. Mi laurea l'11 luglio, il bando scadeva il 4.

Nei due anni che seguirono pensai di fare esperienza nelle scuole paritarie, in quanto essere convocata dalla III fascia, a Napoli, è un miraggio paragonabile ad un oasi nel deserto.

Ma l'universo delle scuole paritarie qui al sud, rassomiglia ad un consorzio di uniformati diplomifici, veri parcheggi del vuoto culturale e professionale, in cui lavorare equivale al semplice sfruttamento senza retribuzione. Punteggio in cambio di omertà. Ed anche in questo caso il criterio di scelta dei docenti non è la preparazione o l'esperienza piuttosto il rapporto fiduciario “per conoscenza” fondato sul tacito assenso.

Nel 2014 partecipai alle selezioni per il II ciclo di TFA. Senza aver diritto ad alcuna riserva ho svolto le preselettive con il misero ausilio di una lente di ingrandimento (chiedere ed ottenere ausili elettronici nei concorsi pubblici è più complicato di quanto si creda) e le successive prove, superandole.

Anche in questo caso ho conseguito il titolo di abilitazione con un punteggio di 99,26/100.

Successivamente ho avuto modo di scoprire che neppure in seconda fascia vi era alcun diritto di riserva per docenti disabili o quanto meno un criterio selettivo specifico.

Non avendo mai goduto di alcun “trattamento di favore” certamente non l'avrei preteso in quel momento, ma quando la propria disabilità ti rende impossibilitata materialmente a raggiungere facilmente qualunque scuola, il tuo criterio di scelta sia di Provincia sia di istituti sul territorio è inevitabilmente condizionato.

Scegliere una provincia al Nord è stata la soluzione , anche se dolorosa, di molti di noi insegnanti, ma per chi ha una disabilità come la mia non è certamente semplice.

Conoscere ed adattarsi ad un luogo nuovo richiede del tempo. Se fossi rientrata nel piano straordinario di assunzioni l'avrei fatto senza obiezioni in quanto in palio vi era la “stabilizzazione”. Ma nel 2014, quando dovetti scegliere (per di più su una piattaforma quale istanze online poco accessibile a soggetti ipovedenti) la mia unica prospettiva era una supplenza precaria pescata dalla terza fascia.

Ho dovuto così iscrivermi nella provincia in cui vivevo e vivo, ossia Napoli, e selezionare scuole meglio fornite dai mezzi di trasporto pubblico.

Per chi vive e tenta di lavorare nella scuola qui in provincia di Napoli, sa che ciò equivale al nulla.

In primo luogo le graduatorie sono ben popolate, in secondo luogo le scuole ben collegate dai mezzi pubblici sono anche le più centrali e di conseguenza le più “gettonate”. Essere convocati anche per una supplenza breve, per chi è all'inizio della sua carriera, è decisamente difficile.

E adesso?

Oggi nonostante le mille prove della mia vita, gli ostacoli e le tante traversie burocratiche, ancora una volta, mi trovo a dover sperare, a termini ormai scaduti da un pezzo, in un concorso, in un'ennesima prova di valutazione per dimostrare il mio valore e la mia professionalità.

Il concorso a cattedra infatti rappresenta attualmente l'unica possibilità di lavoro, l'unica possibilità di fare effettivamente esperienza, l'unica possibilità di “inizio”.

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