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Lunedì, 25 Luglio 2016

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L’82% degli insegnanti è donna, ma con sempre meno diritti: assunte over 40 lontano da casa, con scarse possibilità di tornare, stipendi mini e pensioni-miraggio

di admin
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Alla primaria coprono oltre il 96% delle cattedre e all’infanzia sono il 99,3%. Se si includono anche le altre categorie professionali, nella scuola risultano 1.038.606 dipendenti, di cui 821.144 donne e 217.462 uomini.

Con il piano straordinario della Buona Scuola, il contingente femminile è stato numericamente rafforzato, ma la qualità del lavoro è in caduta libera.

Marcello Pacifico (presidente Anief): nel 2015, migliaia di precarie sono state assunte fuori provincia. Sinora,  tante hanno potuto beneficiare della supplenza annuale, valida come anno di prova, ma con il nuovo anno saranno costrette ad abbandonare genitori, coniugi e figli. E aderire al nomadismo professionale andando a finire nei mega-ambiti territoriali, passando da precarie a docenti transumanti. E malgrado svolgano un lavoro sempre più esposto a rischi di malattie professionali, dovranno lasciarlo alle soglie dei 70 anni, per percepire un assegno di quiescenza che già oggi per quasi la metà delle donne non arriva a mille euro al mese.

La scuola pubblica italiana parla al femminile. Quasi l’82% degli insegnanti sono donne: ben 610mila su 751.563. E le circa 87mila nuove cattedre assegnate con il piano straordinario di assunzioni della Buona Scuola, suddiviso in quattro fasi, ha confermato questa tendenza, sempre più tipica della nostra penisola. Basta dire che in Spagna, complessivamente, le docenti si fermano al 63 per cento e negli Stati Uniti al 74 per cento. In Europa, solo un Paese, l’Ungheria, conta una presenza maggiore di insegnanti “rosa” (peraltro leggerissima, visto che tocca l’82,5 per cento).

A livello di scuola primaria, la maggioranza delle maestre italiane diventa pressoché totale: coprono oltre il 96% delle cattedre (mentre in Spagna il 75 per cento, nel Regno Unito l’81 per cento, in Francia l’82 per cento), lasciando ai colleghi di sesso maschile appena 8.193 posti su 224.124. Nelle scuole dell’infanzia, le maestre raggiungono la ragguardevole percentuale del 99,3, mentre gli uomini sono appena 590 su oltre 93mila (quindi 1 ogni 153 maestre). E anche se alle superiori la presenza di insegnanti donna scende al 65%, c’è poco da preoccuparsi. Perché in Germania sono quasi 20 punti in meno: il 46,2%.

Anche includendo tutti i lavoratori della scuola – ad iniziare dal personale Ata – il quadro non cambia: gli ultimi resoconti nazionali, riguardanti il 2014, indicano che “nella scuola risultano un totale di 1.038.606 dipendenti, di cui 821.144 donne e 217.462 uomini. Sono solo 17.078 i lavoratori che hanno conseguito un titolo post laurea e sono quasi esclusivamente donne”. Se si allarga il quadro su scala nazionale, oltre al comparto scuola, il risultato non cambia: basta dire che le donne lavoratrici laureate in Italia sono 3,5 milioni, mentre gli uomini si fermano a quota 2,9 milioni. Eppure, poi, sul fronte lavorativo questi risultati si invertono.

I motivi di tale fenomeno di prevalenza femminile dietro le cattedre italiane è dovuto a diversi fattori: dallo stipendio ridotto degli insegnanti italiani (i docenti spagnoli percepiscono fra i 32mila e i 45mila euro lordi l'anno; i tedeschi tra i 46mila e i 64mila; gli italiani si fermano tra i 24mila e i 38mila euro), con le donne che percepiscono pure un ulteriore 7 per cento in meno, sino alla lunga attesa per essere immesse in ruolo (in prevalenza attorno ai 40 anni, con diversi casi anche dopo i 50 e in alcuni pure over 60). Anche le decisioni politiche degli ultimi anni, che sulla scuola hanno agito con il machete, hanno influito. Perché, con i 200mila tagli di posti negli ultimi anni, il loro reclutamento è diventato sempre più complicato: i precari sono stati tagliati del 25%, i prof di ruolo sono scesi del 6%. E i tempi di attesa per il ruolo si sono allungati.

“La Legge 107/2015 – aggiunge Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief - ha concluso l’opera: diverse migliaia di precarie sono state infatti assunte a centinaia di chilometri da casa. Sinora il fenomeno è stato marginale, perché quasi tutte hanno beneficiato della conferma della supplenza annuale utile anche come anno di prova. Ma, da settembre, in tante dovranno abbandonare genitori, coniugi e figli. E presto, come tutti gli immessi in ruolo con le fasi B e C, dovranno aderire al nomadismo professionale, per collocarsi su dei mega-ambiti territoriali. Ormai, sempre più consapevoli di essere state trasformate da docenti precarie a docenti transumanti: ogni tre anni, potrebbero infatti pure cambiare area di ‘pascolo’, con l’algoritmo ministeriale che deciderà per la loro vita, spiegando i motivi della scelta con mesi di ritardo. Anche in futuro il destino si pone fortemente dubbioso: scendere o salire dalla Sicilia al Veneto, oppure dalla Liguria alla Sardegna diventerà una vera scommessa”.

A far accrescere la rabbia è che decine di migliaia di posti da docenti continuano, ancora oggi, a non essere considerati liberi: trasformando tutti questi posti vacanti in supplenze annuali 30 giugno, non utili per le immissioni in ruolo. Ecco perché anche quest’anno, pure dopo le assunzioni della Buona Scuola, abbiamo assistito alla stipula di oltre 100mila contratti a tempo determinato. Non meravigliamoci se poi l’ultimo rapporto annuale Eurydice ha evidenziato che l’8,2% dei docenti francesi ha meno di 30 anni, mentre da noi sono appena lo 0,4%. Inoltre, se in Spagna il 29,3% dei docenti ha oltre 50 anni, in Italia superano il 60% (nel 2009 erano il 52%). E con la riforma Monti-Fornero, che ha colpito in modo maggiore guarda coso proprio le donne, la pensione di vecchiaia nel 2018 sarà equiparata, con l’uscita dal lavoro per tutti alle soglie dei 68 anni. Che per oltre l’80 cento dei casi saranno donne. Quelle che sino a poco tempo fa lasciavano il lavoro mediamente 10 anni prima.

“Senza dimenticare – continua Pacifico - che per più di quattro pensionati su dieci l'assegno non arriva neppure a mille euro al mese. Con oltre la metà di pensionati (il 52%), rappresentato proprio da donne. A nessuno interessa se poi la correlazione tra stress prolungato da insegnamento e patologie è stata scientificamente provata, visto che lo studio decennale ‘Getsemani Burnout e patologia psichiatrica negli insegnanti’ ha detto che l’insegnamento è la professione che di più conduce verso patologie psichiatriche e inabilità al lavoro. E che, ad essere stressati per il lavoro logorante, sono a vario titolo, il 73 per cento degli insegnanti. Tre su quattro – conclude il presidente Anief - sono donne”.

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