Mercoledì, 01 Giugno 2016

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Indagini con le telecamere: il rischio di emettere sentenze sommarie sulla base di un trailer

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Tutte le volte che accadono episodi di (presunti) maltrattamenti su alunni e bambini si è indotti a pensare che l’uso di telecamere nelle indagini sia indispensabile poiché dirimente.

La dinamica degli eventi che si succedono in sequenza è arcinota: conferenza stampa dell’Autorità Giudiziaria, denuncia del colpevole, linciaggio mediatico dell’insegnante, confezionamento del “mostro” da servire in pasto a un’opinione pubblica inferocita. Eppure le cose sono decisamente più complesse. Per cercare di comprendere la questione ci avvaliamo del recente caso di cronaca in cui una maestra d’asilo di 52 anni è stata controllata attraverso una telecamera nascosta che avrebbe ripreso schiaffi, strattonamenti e insulti alla giovane utenza. L’indagine era stata avviata in seguito alle denunce di genitori che avevano indotto i Carabinieri ad iniziare le ricerche, mentre il dirigente scolastico e le colleghe si erano dichiarate totalmente ignare dei metodi educativi usati dall’indagata.

La prima domanda che dobbiamo porci è se il comportamento della maestra era abituale o sporadico. Dare la risposta non è assolutamente facile perché non esiste un criterio oggettivo e universalmente condiviso per poter ricorrere al giusto aggettivo (una volta al mese? Una a settimana? Una all’anno?). L‘articolo parla di comportamenti abituali, ma si guarda bene dall’esplicitare la frequenza degli scoppi d’ira della docente con annessi maltrattamenti. Tantomeno ci dice se la frequenza degli episodi aumenta nel tempo. Conoscere questi particolari ci aiuterebbe a capire se il comportamento della maestra è figlio di una situazione determinata da elevato stress psicofisico oppure se è dovuto a una sua indole violenta e prevaricatrice. In ambedue i casi sono necessarie ulteriori valutazioni. Vediamo di vagliare le due ipotesi formulate:

  1. Comportamento violento scaturito da elevato stress psicofisico della maestra. Per legge (art. 28 DL 81/08) sono previsti il monitoraggio e la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato dei docenti nelle scuole, proprio per impedire fatti incresciosi. Ambedue le attività – se ben eseguite – servono a intercettare docenti a rischio, le cui manifestazioni potrebbero ricadere anche sull’utenza. Un magistrato accorto dovrebbe pertanto chiedersi in primis se il dirigente scolastico abbia adempiuto ai suoi doveri in materia di tutela della salute dei lavoratori per poi comportarsi di conseguenza. Asserire di non sapere niente ed essere totalmente ignari dell’accaduto – come hanno fatto dirigente e colleghi dell’indagata – fa insorgere il sospetto di atteggiamenti omertosi.
  2. Comportamento indotto da indole violenta e prevaricatrice dell’insegnante. In questo caso sarebbe verosimile aspettarsi che la natura violenta della maestra si sia manifestata più volte nell’arco della carriera professionale e non solamente una volta varcata la soglia dei 50 anni (che comunque sappiamo rappresentare un’età critica per la donna). Il dubbio sul comportamento omertoso del dirigente e dei colleghi diviene quindi ancora più imbarazzante, fino a trasformarsi in sospetto di connivenza. Anche in questo caso il magistrato ha di che riflettere.

Delle due ipotesi è certamente più probabile la prima, perché difficilmente sarebbe passata inosservata per 30 anni (anzianità di servizio della lavoratrice) un’insegnante di indole violenta. Se anche la preside e i colleghi non si fossero accorti dei rudimentali metodi educativi della maestra, questi non sarebbero di certo sfuggiti agli attenti genitori (come in effetti accaduto in questa circostanza).

Approfondiamo dunque la prima ipotesi e vediamo cosa non funziona nel sistema di tutela della salute dei docenti. La legge, come abbiamo detto, esiste ed è buona (DL 81/09), tuttavia ha il grave limite di non essere stata né finanziata, né tantomeno applicata. La prevenzione ha un costo e non si possono caricare i dirigenti scolastici di incombenze senza dare loro i mezzi per affrontare importanti questioni medico-legali. Se la politica non trova fondi ad hoc, gli Uffici Scolastici Regionali non formeranno i dirigenti che a loro volta non metteranno in guardia i loro docenti sulle malattie professionali, sugli strumenti per affrontarle, nonché sulle modalità per prevenirle. Anche questo passaggio è bene che sia noto agli inquirenti per non far ricadere tutte le colpe sull’ultimo e più fragile anello della catena, rappresentato appunto dal docente.

L’uso di alcune cautele iniziali, nel ricorso a telecamere nascoste per indagini giudiziarie, dovrebbe col tempo evolversi fino a divenire un vero e proprio regolamento. Vediamo alcuni dei punti critici più evidenti:

  1. Va innanzitutto ricordato come il ricorso alle videocamere sul luogo di lavoro è materia delicata e disciplinata nell’ordine: dall’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori; dalla Normativa sulla Privacy; dall’Autorità Garante. In particolare il legislatore riconosce il rischio che l’uso di strumenti tecnologici di controllo a distanza si presti all’utilizzo improprio e possa potenzialmente ledere il diritto dei lavoratori alla riservatezza. Nel 2000 il Garante ha redatto un provvedimento generale (29.11.2000) con il quale ha dettato il decalogo delle regole per non violare la privacy, e al punto n. 5, ha espressamente richiamato la necessità di rispettare il divieto di controllo a distanza dei lavoratori e le garanzie previste dall’art. 4 della l. n. 300/1970. Ciononostante capita di leggere denunce degli stessi PM che fanno uso improprio delle immagini registrate (controllo a distanza del lavoratore) contestando all’indagato, oltre agli episodi oggetto di indagine, anche l’efficienza nel suo lavoro.
  2. Tempi di registrazione da contingentare: più è lunga la videoripresa maggiore è la possibilità di documentare un gesto d’ira o di stizza per poi assumerlo/spacciarlo per un comportamento abituale di un’indole criminale. L’identikit così tracciato diviene l’ideale per scatenare un’opinione pubblica inferocita. Dobbiamo invero pensare che se a ciascuno di noi venissero posizionate di nascosto in casa delle telecamere per un mese o un anno, assai probabilmente verrebbero registrate delle sequenze sconvenienti che, qualora diffuse sui media, creerebbero come minimo un danno alla nostra immagine. Dovrebbe dunque essere preventivamente stabilito un lasso di tempo (es. da un minimo di 15 giorni a un massimo di un mese) in cui effettuare le riprese, nel quale il presunto maltrattamento videodocumentato è ritenuto “sporadico” se commesso una sola volta, mentre è considerato “abituale” se commesso due o più volte.
  3. Le estrapolazioni di pochi fotogrammi compromettenti (es. strattonamenti e urla) da una lunga registrazione distorcono la realtà: si potrebbe scambiare, del tutto erroneamente, uno sporadico scatto d’ira per un atteggiamento assunto quotidianamente, se non addirittura per un metodo educativo consolidato della persona. Il filmato è dunque equiparabile a un trailer che ci mostra le scene più incalzanti, ma è ben lungi dal garantirci che tutta la pellicola sia altrettanto incalzante. Per questo motivo assume fondamentale importanza l’esplicitazione della periodicità e della frequenza nel tempo degli episodi contestati. Tutto ciò al fine di comprendere se i comportamenti contestati sono abituali o sporadici e soprattutto se sono figli di un’indole violenta, piuttosto che il frutto di uno stress psicofisico elevato che magari nasce e ricade sul lavoro. Pochi fotogrammi dunque si prestano a interpretazioni e inferenze fantasiose, proprio in virtù della decontestualizzazione da cui traggono origine. Valga su tutte come esempio il caso denunciato a Pisa il 4 febbraio scorso in cui il GIP scrive che la maestra rea dei maltrattamenti sui bambini tiene: “una condotta abituale chiaramente indicativa dell’esistenza di un programma criminoso animato da una volontà unitaria di vessare i soggetti passivi e, in particolare, di sottoporre consapevolmente questi ultimi, piccoli in tenerissima età, a una duratura condizione di soggezione psicologica e di sofferenza. La pericolosità dell’indagata è resa evidente, in particolare, dalla pervicacia con cui infierisce nei confronti delle persone offese mediante le suindicate azioni vessatorie, le quali sono chiaro indice di una personalità sprezzante delle più elementari regole di comportamento”. La denuncia del GIP introduce più dubbi di quanti ne risolva. Che la maestra fosse un delinquente matricolato, intento ad ordire “un progetto criminoso animato da una volontà unitaria di vessare i piccoli in tenerissima età”, è poco verosimile: non esisteva un progetto volto ad avvelenare o eliminare in altro modo i bambini. Sembra pertanto trattarsi di una ricostruzione noir figlia di un eccesso creativo del GIP perché, se così fosse realmente, verrebbe il dubbio di trovarsi di fronte a un caso psichiatrico e dunque di competenza medica più che legale. Ci sarebbe poi da chiedersi perché allo stesso GIP sono occorsi due mesi di videoregistrazioni per denunciare comportamenti vessatori così evidenti. Non si poteva davvero abbreviare il periodo di tortura di quei bimbi inermi, tanto più che doveva aver avuto inizio da tempo? Verranno infine mai indagate le responsabilità del dirigente della struttura per non essersi accorto dei maltrattamenti o peggio per averli nascosti?
  4. La visione dell’intero filmato (sbobinatura) deve essere operata da professionisti nel campo dell’educazione, affinché non si prendano lucciole per lanterne. Pensiamo ad esempio agli insegnanti di sostegno che hanno rapporti “fisici” con disabili gravi: doverosi contatti energici, imposti all’educatore da particolari necessità di contenimento di alcuni allievi possono essere erroneamente scambiati per casi di maltrattamento da parte di un non addetto ai lavori. Infine un ultimo dubbio: di quasi due mesi di filmato, quanto ne ha visto in prima persona il GIP? Si è limitato a visionare il trailer o ha scorso la pellicola per intero? Nel primo caso viene da chiedersi come abbia potuto scrivere quanto sopra a fronte di pochi, seppur significativi fotogrammi. Nel secondo caso sarebbe anche opportuno valutare i costi di siffatte indagini per trovare soluzioni più pratiche ed economiche anche col solo fine di snellire gli arretrati dei nostri tribunali.
  5. I filmati non devono essere consegnati ai mass media prima della emissione di un verdetto di colpevolezza, al fine di evitare un ingiusto linciaggio mediatico del lavoratore. E’ invece prassi comune la barbara usanza di postare sul web le sequenze contestate non appena la persona è sottoposta a custodia cautelare o rinviata a giudizio.
  6. In più di un caso il via alle indagini è stato dato dalla denuncia di colleghi della stessa struttura dove il clima relazionale con il dirigente e tra insegnanti stessi è spesso conflittuale. Certamente più difficile si fa la situazione dell’indagato se il PM sembra voler dimostrare una tesi preordinata ritenendo credibili solo i testimoni a carico e reticenti quelli a favore.
  7. Forse a fronte di tutto quanto esposto varrebbe la pena di introdurre telecamere fisse in tutte le aule con cartelli recanti la dicitura “zona sottoposta a videosorveglianza”. Anche a tutela degli stessi insegnanti.

Per concludere è bene ricordare che prima di avviare una qualsiasi indagine giudiziaria nei confronti di un insegnante, l’Autorità Giudiziaria dovrebbe chiedere al dirigente scolastico se ha ottemperato ai suoi doveri di monitoraggio e prevenzione dello Stress Lavoro Correlato (DL 81/08), avendo cura di acquisire agli atti il Documento di Valutazione del Rischio e di verificare la bontà delle attività effettivamente svolte. Nell’art. 28 del suindicato decreto si chiede inoltre di tutelare la salute dei lavoratori tenendo in conto anche di genere ed età: non è infatti un caso se, nei due episodi richiamati, si tratta di donne ultracinquantenni con un’importante anzianità di servizio. Un dirigente scolastico che opera in maniera accorta in materia di tutela della salute dei suoi docenti, avvalendosi anche dell’Accertamento Medico d’Ufficio, assai difficilmente si vedrà costretto a rivolgersi all’Autorità Giudiziaria, ma riuscirà a prevenire e dunque scongiurare spiacevoli episodi per la giovane utenza. Non va infine dimenticato che assistiamo a un fenomeno largamente prevedibile a causa di scellerate riforme previdenziali (ultima tra queste la cosiddetta riforma Fornero) che non hanno minimamente tenuto conto del tipo di lavoro (helping profession ad alta usura psicofisica), della condizione di salute della categoria, della prevalenza di genere femminile e dell’età media (50 anni) con i relativi fenomeni fisiologici. E’ quindi tempo che il MIUR cominci finalmente a stanziare appositi fondi per la prevenzione delle malattie professionali nella scuola e che gli USR svolgano il loro compito di formare i dirigenti scolastici circa le loro incombenze medico-legali.

Conclusioni

La telecamera non è la panacea di tutti i mali e possiede numerosi limiti. Innanzitutto può esserne fatto un uso distorto e manipolatorio anche semplicemente interpretando i fatti videoregistrati. Attraverso la proiezione di un breve trailer si ha la pretesa di etichettare un lavoratore, assolutizzando in negativo e senza appello i tratti della sua personalità, per poi sottoporlo alla gogna mediatica addirittura prima di aver subito regolare processo.

Sarebbe troppo semplice e sbrigativo, oltreché non rispondente al vero, pensare che esistono solamente persone “cattive” meritevoli di sanzioni restrittive. Il più delle volte si tratta di maestre che hanno superato da un pezzo i 50 anni e non hanno più energie da dare. Di sicuro non possono essere giustificate, ma tra i responsabili degli incresciosi episodi vanno annoverati indiscutibilmente anche i governi che varano riforme previdenziali al buio (cioè senza la valutazione della salute della categoria professionale); la politica, che non finanzia i decreti di tutela della salute dei lavoratori; il MIUR che lascia soli i dirigenti scolastici in materia medico-legale; le Parti Sociali, che non si attivano a difesa dei lavoratori trascurando l’importanza del riconoscimento delle malattie professionali degli insegnanti.

Chissà quante telecamere nascoste sono ora accese, in asili o scuole, all’insaputa degli operatori, e chissà quante sono state le videoriprese effettuate fino a oggi per nulla. Nessuno ce lo ha detto, ma tutti hanno il diritto di sapere se possiamo ancora contare sulla categoria professionale che oggi siede sul banco degli imputati. Ad ogni buon conto ritengo sempre più sicuro affidarsi alla coscienza delle maestre di ogni ordine e grado, piuttosto che alla tecnologia delle telecamere. A tutta la categoria va la mia riconoscenza e il mio grazie con gli auguri di buon lavoro.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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