Martedì, 31 Maggio 2016

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Giorgio Israel: “Invalsi istituto fuori controllo. Prof state in guardia: potreste diventare semplici passacarte. Impossibile stabilire l’unità di misura per competenze e abilità”

di redazione
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foto di Giorgio Israel

di Eleonora Fortunato - All’indomani dello svolgimento delle prove Invalsi di terza media torniamo a parlare di misurazioni standardizzate degli apprendimenti con Giorgio Israel, che in questa lunga intervista ci propone una dura requisitoria contro la pretesa oggettività dei test, specie se vengono tirate in ballo le scienze sperimentali.

Il noto studioso di matematica professore alla Sapienza di Roma e membro dell’Académie Internationale d’Histoire des Sciences non si limita però a considerazioni di carattere esclusivamente metodologico, ma avanza dubbi sulla serietà di un ente in cui il clima di lavoro è tutt’altro che sereno, fino a  farci balenare il più amaro degli scenari: “se si passasse alla valutazione degli insegnanti mediante i test Invalsi, il controllo sarebbe totale e l’insegnante sarebbe ridotto a un passacarte delle prescrizioni dell’Invalsi: potrebbe limitarsi a fare addestramento a superare i test con i libercoli che già sono in giro, talora confezionati dagli stessi collaboratori dell’Invalsi, e sperare che i propri allievi superino bene i test in modo da essere ben valutato e ottenere aumenti di stipendio”.

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Professore, in un suo intervento di qualche giorno fa comparso sul quotidiano Il Mattino ha scritto di essere rimasto a bocca aperta di fronte all’affermazione, fatta da una collaboratrice dell’istituto Invalsi, secondo cui i loro strumenti di misurazione sarebbero simili a quelli delle scienze sperimentali.  Quali sono, invece, i limiti più evidenti?

Chiunque abbia un minimo di cultura storico-scientifica sa che il problema del trasferimento dei metodi usati dalle scienze sperimentali e fisico-matematiche nel contesto dei fenomeni inanimati ai fenomeni della vita o della sfera umana ha suscitato riflessioni di estrema complessità che si protraggono da più di due secoli e sono tutt’altro che concluse. Affermare con tanta leggerezza che l’Invalsi avrebbe apprestato strumenti di misurazione di fattori immateriali quali le competenze o le abilità, analoghi a quelli in uso in un laboratorio di fisica, è indice di un’ignoranza tanto profonda quanto irresponsabile per la ridicola arroganza che l’accompagna. Non posso certamente qui mettermi a fare un trattato sulla tematica suddetta, di cui peraltro mi occupo e su cui ho scritto da più di trent’anni.

Dico soltanto che la misurazione nelle scienze sperimentali riguarda grandezze che sono definibili almeno in termini operativi in modo oggettivo e indipendente da variabili ausiliarie (altrimenti, neppure la temperatura sarebbe una grandezza misurabile). Pertanto esiste una definizione (ripeto, anche solo operativa) delle grandezze fondamentali della fisica, che è il fondamento di procedure di misurazione esatte e di valore intersoggettivo (entro i limiti della teoria degli errori). “Grandezze” come la competenza o l’abilità non sono suscettibili di alcuna definizione condivisa e quindi nessuno saprebbe indicarne l’unità di misura. Oltretutto, non è affatto detto che siano rappresentabili mediante un solo numero, bensì (ammesso e non concesso che siano di natura numerica) appare ovvio che abbiano un carattere multidimensionale, senza che nessuno abbia la minima idea di come identificare queste dimensioni. È una situazione del tutto analoga a quella che si ha in economia matematica con il concetto di “utilità”: esso è suscettibile di rappresentazioni numeriche, ma nessuno ha la chiave per eliminare le funzioni ausiliarie che intervengono nella sua definizione per renderlo “oggettivo” e comunque  si badi bene – limitatamente all’utilità di un singolo soggetto: posso dire che, per una data persona, l’utilità di una banana è maggiore dell’utilità di un cetriolo, ma è impossibile confrontare le utilità di due persone diverse.

Allo stesso modo, non esiste alcun modo per confrontare le competenze (rappresentate in numeri) di due soggetti diversi. So bene come vengono “scavalcate” queste difficoltà: fornendo definizioni puramente formali dell’“oggettività”, delle “variabili” in gioco e anche della nozione di misurabilità e quindi facendo dipendere tutto da un modello matematico-statistico di cui peraltro si dice esplicitamente che non è suscettibile di verifica empirica… Questo è un gioco formale. Ognuno si diverte come può, ma appendere le sorti della scuola italiana a questi giochetti nel vuoto – che ben conosce chi abbia frequentato la modellistica matematica – non è responsabile, tanto meno se ci si rifiuta categoricamente di mettere in discussione il proprio operato e ci si limita a presentarlo come una verità rivelata.

Se i test di cui si serve l’Invalsi non possono, per loro limiti oggettivi, misurare la qualità degli apprendimenti, di conseguenza non sono efficaci nemmeno per valutare la qualità dell’insegnamento?

Se i test Invalsi venissero apprestati con ambizioni esattamente opposte a quelle sventolate in quella sfortunata intervista, e cioè se avessero ambizioni minimali, di verifica di competenze o conoscenze assolutamente imprescindibili a un certo livello di scolarità, potrebbero essere assai utili. Un buon insegnante di matematica può stendere facilmente un elenco di ciò che si richiede a uno studente di quinta elementare o di terza media, e così un insegnante di italiano sa quali sono le competenze grammaticali imprescindibili a un certo livello, ed entrambi saprebbero come preparare dei semplici test per verificare l’esistenza di queste competenze.

Se ne potrebbero ricavare utili indicazioni. Il grottesco inizia quando si pretende di costruire marchingegni che dovrebbero valutare aspetti complessi e quando si mira a sostituirsi al giudizio articolato dell’insegnante o del consiglio di classe (o di dipartimento). Qui non ci siamo proprio. Ammesso, e non concesso, che dai test Invalsi esca una valutazione indiscutibilmente oggettiva – il che potrebbe essere soltanto al livello minimale di cui dicevo prima – questo non autorizza a esprimere un giudizio sull’insegnante. Se questi opera in una realtà “facile” può risultare bravissimo pur non dovendo fare molti sforzi per migliorare la qualità degli apprendimenti, mentre un ottimo insegnante che opera in una realtà sociale disastrosa risulterà un incapace.

L’unico modo di valutare gli insegnanti è quello diretto: mi sono già soffermato su questo tema in una precedente intervista. Vorrei aggiungere che in uno dei rarissimi confronti avuto con i sapientoni dell’Invalsi mi è stato significato che quando loro parlano di “oggettività” non si riferiscono affatto al significato classico nell’epistemologia scientifica e filosofica (e che poi è trapassato nel senso comune, o piuttosto è derivato da questo…) bensì al fatto che gli esiti dei test sono valutati con procedure standardizzate che non consentono l’intervento del correttore, che si limita ad applicarle, e quindi in tal senso sono “oggettivi”. Non so se questa sia una via di fuga dettata dall’imbarazzo, ma di certo se questo fosse il significato limitatissimo di oggettività, il raffronto con le scienze sperimentali sarebbe senza senso. Si ha la netta impressione di trovarsi di fronte a un gioco delle tre carte: secondo le circostanze gli esperti dell’Invalsi si presentano come i Galileo della valutazione delle qualità o come dei modesti artigiani di semplici tecniche statistiche.

Molti docenti condividono le sue critiche, così ‘subiscono’ le prove Invalsi come un’amara medicina a cui non ci si può sottrarre. Altri, però, li utilizzano come uno strumento di verifica del loro lavoro. Che cosa avrebbe da dire a questi ultimi?

È semplice. Di recente, ho condotto, assieme ad alcuni colleghi (universitari e insegnanti di scuola) un lavoro protrattosi parecchi giorni con un paio di scuole, per l’aggiornamento, l’innovazione e la ricerca didattica. È stata un’esperienza davvero utile ed entusiasmante da entrambi i lati. Ci siamo trovati di fronte a insegnanti (e dirigenti) di alto livello attivi e profondamente coinvolti. Il modo più sintetico per esprimere la convinzione che quegli insegnanti e quelle scuole operano a un livello di autentica eccellenza è che non avremmo esitazioni ad affidare loro i nostri figli. Quale è stata la sorpresa nell’apprendere che si trattava di scuole e di insegnanti che avevano avuto un pessimo esito nei test Invalsi... e che, poveretti, stavano affrontando il tentativo di capire se qualcosa andava cambiato nel loro modo di insegnare.

Ora, se qualcuno mi venisse a dire che un giudizio non solo mio, ma di parecchie persone, unanime e non incerto e a mezza strada, ma deciso nel senso dell’eccellenza, è sbagliato perché lo dicono i test dell’ente, sarebbe come pretendere di convincere che l’erba è rossa perché risulterebbe da certi esperimenti dichiarati “oggettivi”. Se i collaboratori dell’Invalsi avessero un minimo di spirito scientifico, la prima cosa che dovrebbero fare è di verificare sul campo se certi esiti negativi risultanti dai loro test non cozzino contro l’evidenza, e in tal caso dovrebbero mettere in discussione i metodi usati. Se un esperimento fisico predice qualcosa che contraddice fatti ovvi e acclarati, un ricercatore serio non nega o ignora i fatti, ma mette in discussione l’esperimento e riesamina i metodi usati da cima a fondo. E si badi bene: basta un solo esito clamorosamente non credibile (uno solo!) per imporre di mettere tutto in discussione: questo è metodo scientifico. Brutalizzare la realtà con test e modelli è un comportamento da moderno don Ferrante.

Posso anche citare il caso di una maestra che si è rivolta a me disperata, poiché la sua classe aveva avuto un cattivo esito nei test Invalsi di matematica e mi ha sottoposto i suoi metodi, i testi usati ecc. Dopo attento esame ho sentito il dovere morale di rincuorarla in tutti i modi perché mi sono trovato di fronte a una vera ingiustizia. Non basta: esistono molti casi opposti – e di cui ho diretta conoscenza – e cioè di studenti con un rendimento scolastico pessimo, sempre in matematica, nel corso di tutta la scuola media, che hanno avuto un esito trionfale nei test Invalsi all’esame di licenza, e poi al liceo hanno ricominciato a prendere gravissime insufficienze. Visto che si trattava di insegnanti diversi non viene il dubbio di trovarsi di fronte a elementi di valutazione assai più “oggettivi” del test di terza media?

In conclusione, consiglio gli insegnanti che mettono in discussione i loro metodi sulla base degli esiti dei test Invalsi di andarci piano: non dico di non considerarli, ma di inserirli in un contesto molto più ampio, con molta razionalità e molto spirito critico, perché potrebbe darsi che quegli esiti dicano qualcosa, ma – anche in casi negativi – potrebbero costituire una conferma della bontà dei metodi seguiti e persino di suggerire l’opportunità di proseguire sulla via già seguita, approfondendola e migliorandola. Soprattutto non debbono cascare nella trappola gli insegnanti che continuano a fare didattica ordinaria evitando giustamente di fare “teaching to the test” perché sono sistematicamente penalizzati rispetto agli insegnanti che si comportano in modo opposto.

Perché secondo lei l’Italia ha intrapreso la strada delle prove oggettive standardizzate? Per le forti pressioni internazionali? Per l’incapacità di elaborare un modello alternativo di monitoraggio sul sistema di istruzione più adatto alla nostra storia culturale? Per un’insana tendenza all’ipertrofia istituzionale?

Per lo stesso conformismo che, sotto lo slogan falso “l’Europa lo vuole” (all’estero si fa così, ecc.) ha indotto a introdurre all’università la disastrosa riforma universitaria del 3 + 2, e a costruire due enti di valutazione, l’Anvur  e l’Invalsi, rispettivamente per l’università e la scuola. Si noti che in Francia l’Anvur è stato praticamente soppresso e in numerosi paesi sono state eliminate le valutazioni bibliometriche della ricerca (ovvero basate sul calcolo delle citazioni). Mi diceva un collega di recente incluso nel gruppo di valutazione del sistema di ricerca francese, che il gruppo ha ricevuto la perentoria indicazione di astenersi da valutazioni bibliometriche. Invece da noi queste metodologie impazzano indisturbate.

Non solo: un ente come l’Anvur, che doveva – secondo tutte le promesse – limitarsi a fare una valutazione ex-post della qualità del sistema universitario e della ricerca, è riuscito a prendere in mano tutto e di fatto è diventato il totale controllore del sistema, tagliando fuori il Ministero e il Consiglio Universitario Nazionale, e inondando l’università di un complesso di deliranti prescrizioni che la stanno trasformando in un sistema in cui, come si è detto, tra poco due ricercatori che verranno sorpresi a scambiarsi lavori scientifici verranno puniti per essere “improduttivi”. L’Invalsi, al momento, è ancora ferma alla funzione di valutazione del sistema, ma con il test che fa media all’esame della scuola secondaria di primo grado, ha già messo un piede nel controllo diretto della valutazione.

Il passo successivo è l’introduzione del test Invalsi all’esame di maturità, o addirittura (come qualcuno ha detto esplicitamente) la soppressione di questo esame e la sua sostituzione con un test Invalsi. In tal modo, si passerebbe alla progressiva eliminazione della valutazione da parte dell’insegnante. Se poi – come è stato già prospettato, anche dall’attuale ministro – si passasse alla valutazione degli insegnanti mediante i test Invalsi, il controllo sarebbe totale e l’insegnante sarebbe ridotto a un passacarte delle prescrizioni dell’Invalsi: potrebbe limitarsi a fare addestramento a superare i test con i libercoli che già sono in giro, talora confezionati dagli stessi collaboratori dell’Invalsi, e sperare che i propri allievi superino bene i test in modo da essere ben valutato e ottenere aumenti di stipendio.

Una prospettiva squallida… Ho citato l’Anvur perché a livello universitario l’“opera” distruttiva è più avanzata e indica chiaramente cosa attende la scuola. Ipertrofia istituzionale? Direi piuttosto un’attrazione fatale verso il predominio delle forme di controllo burocratico-amministrativo: del resto, in questi tempi non si ripete continuamente che per salvare il paese occorre liberarlo dalla stretta della burocrazia? È una triste eredità della nostra storia: la sintesi tra dirigismo di tipo fascista (la scuola è stata governata da personaggi del clan Bottai per lunghi anni dopo la fine della guerra) e costruttivismo didattico-pedagogico sedicente “progressista”.

Nel suo affondo ha scritto anche di non fidarsi della qualità del lavoro dell’ente e che, come tutti del resto, resta in attesa di conoscere quale sarà l’orientamento programmatico del nuovo Presidente. Quale sarebbe a suo avviso la cosa più saggia da fare in questo momento? Posto che l’Invalsi c’è e che difficilmente verrà smantellato, quali correttivi dovrebbe apportare per rendere i suoi interventi in qualche modo più razionali e utili?

A parte tutte le critiche che ho avanzato prima, insisto sul fatto che quel che è estremamente grave è che si sia creato nell’ente un gruppo inamovibile di collaboratori che si rifiuta di accettare qualsiasi confronto aperto. Proprio di recente sono stato coinvolto nel tentativo di un siffatto confronto e alcuni di questi collaboratori hanno enunciato un elenco di condizioni sotto le quali esso poteva verificarsi che praticamente lo rendevano inutile e umiliante per chi vi avesse partecipato. Voglio ancora ricordare un fatto scandaloso di qualche settimana fa: un collaboratore ha inviato un articolo anonimo a un quotidiano in rete criticando aspramente il presidente per aver osato dire che vanno evitati i test a trabocchetto ed ha asserito, sulla base della sua parola anonima, che il presidente aveva chiesto scusa ai collaboratori dell’ente…

È un clima sano questo? È sano il clima di un ente in cui un collaboratore rilascia un’intervista in cui delinea le linee guida dell’ente (con asserzioni ridicole come quella di cui abbiamo parlato all’inizio), invece di attendere la fine dell’attuale ciclo di test e lasciare la parola al presidente? È sano il clima di un ente in cui non esistono procedure chiare di reclutamento dei collaboratori, un termine al loro contratto, ovvero una sana rotazione, verifiche di qualità del loro lavoro, in cui non si sappia come vengono scelti i 250 professori che collaborano al lavoro biennale di preparazione dei test? Vengono scelti con il criterio dell’“amico” e dell’“amico dell’amico”, e perché un collaboratore anziano dice che sono bravi? Un ente del genere può accampare la pretesa di valutare “oggettivamente” l’intero sistema dell’istruzione? Quindi, intanto vanno chiariti tutti questi aspetti, e poi occorre ragionare seriamente sul tipo di test da proporre, se continuare con il sistema censuario piuttosto che con quello campionario, e soprattutto aprire l’ente alla ricerca didattica. Aprire, aprire le finestre… L’ente deve diventare una casa di vetro, e aiutare la scuola a migliorarsi in modo discreto e senza dirigismi da paese totalitario.

Cambierebbe qualcosa nel suo giudizio se l’Invalsi fosse veramente indipendente dal Miur e se rispondesse soltanto al Parlamento?

Ma l’Invalsi è già indipendente da tutto per le ragioni che ho elencato. Non c’è controllo sulle modalità di reclutamento dei suoi collaboratori, sulla qualità del suo lavoro, sul suo operato. È persino indipendente dal suo presidente… Il controllo del Parlamento è insufficiente se si riduce a qualche seduta di commissione contrassegnata dall’assenteismo, in cui il presidente svolge una relazione per respinge tutte le critiche senza che vengano ascoltati gli argomenti tecnici dettagliati di coloro che le hanno avanzate. È quel che si è visto di recente nel caso dell’Anvur.

Gli enti di valutazione possono essere dotati di autonomia a tre condizioni:

  1. di avere uno statuto assolutamente limpido che preveda rotazioni dei consulenti ed escluda la possibilità che singoli o gruppi si aggrappino all’ente come patelle a uno scoglio;
  2. di non avere alcun potere di guida e di controllo del sistema dell’istruzione, ma soltanto una funzione di valutazione ex post dello stato generale del sistema;
  3. di essere assoggettato a controlli periodici del proprio operato da parte di altri organismi tecnici che forniscano materia di valutazione al Parlamento. Sia ben chiaro: la caratteristica della democrazia è di essere basata su un sistema di pesi e contrappesi, per cui nessun organo può detenere un potere esente da qualsiasi forma di controllo incrociato.

Nel momento in cui un’istituzione assume una siffatta posizione irresponsabile, è la fine della democrazia. Non a caso, il potere illimitato dell’Anvur ha significato la morte dell’autonomia universitaria, a meno che non si cambi radicalmente la situazione. Speriamo che non accada la stessa cosa per la scuola e che l’autonomia (strombazzata a ogni pié sospinto) muoia assieme alla libertà dell’insegnamento: l’intrusione dei test Invalsi nella valutazione degli studenti e il Tar che decide se uno studente deve essere promosso o no sono sintomi chiari in questa direzione. Il che non significa – ripetiamolo, a scanso di equivoci – che un insegnante non debba essere valutato. È impensabile che mentre si parla di responsabilità civile dei giudici non esista quella dell’insegnante di operare bene. Ma la valutazione deve essere una cosa seria, condotta sui contenuti e non mediante i test Invalsi.

Appello internazionale contro i test OCSE-PISA

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