Giovedì, 30 Giugno 2016

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"Educatori e Pedagogisti cambia tutto: in arrivo la nuova legge!" Ma non è vero, preoccupazioni e attese dei professionisti

di redazione
ipsef

Nel quadro di riferimento associativo siamo sui generis. Siamo una non-associazione, un gruppo numeroso di pensiero ed azione che si batte dal 2012 per il pieno riconoscimento professionale, per l'abbattimento del doppio corso universitario formativo della professione, per l'istituzione dell'Ordine Nazionale, per il rispetto dei contratti di lavoro;

ma anche contro l'abusivismo educativo di professioni dotate di ordini professionali che occupano invece posti di lavoro dedicati agli educatori professionali (psicologi, assistenti sociali, infermieri e addirittura OSS) e l'abuso di coloro privi di titolo universitario o con altri titoli professionali, che è tipico nei servizi dove tali soggetti sono cooptati dalle cooperative sociali e associazioni.

Il nostro gruppo conosciuto su Facebook con il motto (che gli da anche il nome) “EDUCATORI LAUREATI IN SCIENZE DELL'EDUCAZIONE..UNIAMOCI TUTTI INSIEME!” richiama all'unità degli Educatori Professionali Italiani.

Siamo preoccupati dalla propaganda sui media nazionali e sui social network che accompagna la proposta di legge prima ancora del suo voto in VII° Commissione Cultura ci preoccupa, è tendenziosa perché la proposta su “educatore professionale”, “educatore professionale sanitario” e “pedagogista” è scorretta.

Tipico della metodologia all'italiana quello di sancire la “distrazione” legislativa delle istituzioni. Si sta costruendo un consenso per “appesantire” la proposta di legge che se dovesse reggersi solo grazie alle associazioni pro-ddl ne raccoglierebbero uno molto basso; invece, le associazioni di riferimento ed il gruppo Facebook da cui questo articolo nasce, ben più concentrate sui temi, sulle questioni di merito e su rilevanze oggettive, che quadruplicano il consenso sui contenuti proposti, se li vedono rigettare in spregio al concetto di democrazia perché non condivisi dalle proponenti associazioni di minoranza. Una vera battaglia che si sta consumando come fossimo ai Giochi Senza Frontiere con la differenza che qualcuno non sta rispettando le regole ed il cui esito finale sarà fondamentale perché è intimamente connessa alla qualità dei servizi di riabilitazione, abilitazione, formazione nei quali si fa educazione.

Noi raccomandiamo, suggeriamo, invochiamo gli emendamenti di senso compiuto e di onestà intellettuale, che sappiamo sono appoggiati anche da una vasta ampia platea di educatori professionali e di pedagogisti raccolti in associazioni rappresentative e di riferimento che si ritrovano pienamente nei contenuti che vorremmo la Commissione Cultura faccia propri.

La legge all'esame in commissione doveva risolvere il problema che le istituzioni pubbliche, a loro volta, hanno creato con i titoli di laurea non omologati, contravvenendo così alla legge nazionale di riforma universitaria e alla normativa europea. Il problema resta invece irrisolto! Norme che - pare proprio sia andata così - le Istituzioni Universitarie Italiane, magari forse abusando della loro autonomia, nonché il MIUR, hanno disatteso (L. 341/09, DM 509/99 e DM 270/2004).

Siamo molto preoccupati, molto, ed è per noi motivo di forte sofferenza civile soprattutto perché siamo quotidianamente impegnati nei territori dove vediamo cose che raccontate farebbero rivoltare nella tomba chi per la Repubblica, la Democrazia, la Legalità e i Diritti ha donato e dedicato la sua Vita! Diremo allora che sono morti per niente? Quello che non desideriamo è la frammentazione della nostra professione che non necessita di due percorsi universitari ma uno!

Abbiamo necessità di scriverlo e di ribadirlo, per questo lo denunciamo pubblicamente, perché sappiamo che esistono degli emendamenti che si vorrebbero censurare. Lo diciamo perché gli elementi che caratterizzano la proposta di legge spacciati per innovativi e risolutivi, sebbene annunciati, hanno invece un'altra prospettiva. Ed ecco che strumentalizzare fatti di cronaca recentemente accaduti nei servizi di cura dedicati alla persona in ambito sociale, sanitario, scolastico, penitenziario e dell'educazione rintracciabili sui giornali nazionali e online, fatti su cui tra l'altro ci sono indagini della magistratura in corso, sarebbe come a voler dire "Ecco!  Adesso abbiamo una legge, e chi operava senza avere preparazione
e una laurea, ora non potrà più fare danni!". Un bleuf, un doppio messaggio che trasdotto consente a tutti gli enti gestori di risolvere il problema dei titoli per quei lavoratori che non dispongono di titoli adeguati per svolgere la professione di educatore professionale, ma che sono donne e uomini necessari nelle loro organizzazioni. É come dire che la nostra è una professione per tutti! Inaccettabile, letteralmente inappropriato e fuorviante.

Ma ancora siamo scettici perché vista la fragilità educativa media delle famiglie italiane, che di fronte all'infanzia, all'adolescenza ed al gioventù sono a volte più vulnerabili, la “Buona Scuola”, fra le tante cose avrebbe dovuto farne una: favorire l'inserimento di educatori e pedagogisti negli istituti di ogni ordine grado per rispondere a tutti i bisogni educativi e pedagogici, non solo speciali, ma comuni di tutti gli studenti anziché favorire l'ordine degli psicologi con il loro inserimento nelle scuole già dal 2015 in via sperimentale. Pare che lo stato anziché promuovere l'”essere umano”, la PERSONA, come primo patrimonio della Paese si preoccupi quasi di dispiegare sul territorio una risorsa psicologica poco attinente.

E dove è stata relegata la risorsa degli educatori? Alle partita IVA, tramite appalti dei Comuni e delle ex-Province, limitando pesantemente non solo un diritto quasi "naturale" contrastato paradossalmente da quello positivo ad essere presenti nelle scuole alle dipendenze del Ministero dell'Istruzione, ma colpendo anche l'aspirazione ad un inserimento lavorativo onesto e dignitoso.

Si scopre pure che nella legge sulla Buona Scuola (legge 107/2015), all'art. 1, commi 180 e 181 lettera e), l'educazione e la funzione educativa sono riconosciute dallo Stato quale quella esercitata nei Convitti ed Educandati. E le scuole di ogni ordine e grado? In sostanza il nostro Stato riconosce la necessità e l'esercizio dell'educazione in istituzioni vecchie di oltre due secoli ereditate dal Regno di “Casa Savoia”. Indubbiamente in questo ddl è sicuramente un fondamentale punto a favore di tutti noi il riconoscimento dell'educazione e delle funzioni educative attribuiti a due professionisti unici: educatori e pedagogisti.

Ma si contraddice in termini quando dice che punta sull'educazione formale in cui non può essere sufficiente un riconoscimento nominale, mancando in concreto anche le assunzioni programmate nella Buona Scuola degli educatori professionali nelle Sezioni Primavera e nelle Scuole d'infanzia che invece sono garantite agli insegnanti senza comprendere le ragioni di questa disuguaglianza ed emarginazione che ricade sugli educatori.

Si ha come l'impressione che sotto il naso ci stiano togliendo il diritto maturato ad essere inseriti nella scuola dopo che, per quasi 15 anni, siamo stati esclusi dalle Asl senza una vera ragione. La norma di legge in esame tende a riconoscere come educatori professionali anche gli “educatori generici”, cioè coloro che pur non avendo un titolo hanno solo la formazione sul campo di tre anni. Sarà loro sufficiente frequentare un solo anno universitario e ottenere il conferimento della laurea in Scienze dell'Educazione e magari poi, con un altro balzello -se resterà il doppio percorso formativo, ma auguriamoci no! - anche il titolo c.d. sanitario. L'attribuzione di scienziato dell'educazione con un anno di università è una decisione umiliante, un insulto rivolto a chi ora si è iscritto all'università per conseguire il titolo di laurea.

Certo 3 o 5 anni di università non fanno uno scienziato, ma dobbiamo ancora decidere se esiste o no lo stato di diritto e di giustizia? E allora, di quale scienziato si parla? A noi pare più un insegnamento su come si raggirino le norme sugli accreditamenti dei servizi, su come si raggirino le norme sulle professioni non ordinate in albi e su come si mantenga un professione debole per favorirne altre. Avremmo potuto capire se il legislatore avesse deciso di salvaguardare l'esperienza a partire da un minimo di 10 anni continui di lavoro, con arresti lavorativi in linea con i CCNL e il D.Lg. 206/2007, per concedere un solo anno di università per tutti coloro che si trovassero già in servizio all'emanazione del DPR 14 gennaio 1997 (legge che rimanda agli accreditamenti dei servizi socio-sanitari) mentre magari per gli altri, due anni, sono più che giusti con un esame che faccia il punto sulle competenze acquisite per saltare il primo anno di università. Anche che ha raggiunto 50 anni di età non deve appunto ritenersi escluso dalla formazione. Insomma ci sono violazioni sugli accreditamenti - responsabili del fenomeno degli educatori generici - che non possono passare in silenzio.

Così, invece, si offre un premio a chi non ha rispettato le leggi sugli accreditamenti sapendo di non poter collocare personale privo di idoneo titolo togliendo il lavoro a chi quel titolo lo possedeva. E questo non è l'unico punto critico del ddl. Riteniamo profondamente ingiusto che decine di migliaia di educatori laureati con 3, 4 e 5 anni di laurea, siano stati costretti a lasciare i posti di lavoro perché secondo le Regioni, ovvero secondo i Sistemi Sanitari Regionali che dovevano concretamente gestire gli accreditamenti non erano in possesso della c.d. abilitazione all'esercizio della professione, mentre gli stessi sistemi erano compiacenti nel mantenere i soggetti senza titolo e senza abilitazione.

Per una quisquilie, un niente che per altro per la normativa italiana che regolamenta le nostre professioni era una motivazione inappropriata ma, ciononostante si è agita una pesante esclusione ed emarginazione soffocando per anni il dissenso e le giuste richieste. Infatti, alcune magistrature (ordinarie e amministrative) si sono impegnate scrivendo sentenze in favore dei laureati nelle classi L18 ed L19, di segno opposto a quanto ora il legislatore politicamente vuole invece determinare, e che trovavano nelle norme cogenti tuttora valide risposte concrete.

Dunque le firmatarie della legge (On. Iori e On. Binetti) e la relatrice (On. Santerini) comprendano che respingendo gli emendamenti contribuiranno a promulgare una legge che non solo rende legale il caos esistente, ma lo strutturerà nel tempo. Il ddl all'esame della Commissione Cultura introduce inoltre la professione di “educatore professionale sanitario” che non si ha nessuna necessità di riconoscere perché frammenta l'essenza unitaria. Esiste già una legge che riconosce l'educatore professionale (il D.M. n° 520/1998 emesso ai sensi dell'articolo 6, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502) e per questo ci appelliamo ai singoli componenti della commissione Cultura affinché approfondiscano attentamente le questioni di merito prima di procedere al voto e licenziare la norma per il passaggio al Senato.

Non serve una legge che duplica una professione per altro già esistente solo perché non si vuole uniformare la formazione di tale professione e che tenderà a mettere in conflitto i professionisti. Siamo certi che si sta procedendo a spezzare per “Ragion di Stato” una professione sociale versus sanitaria quando, già ora la legge le riassume nello stesso professionista. Bisogna dirlo! Questa proposta se diverrà legge, a prescindere dai problemi che attendono una soluzione giusta e onesta, servirà a far riconoscere (forse finalmente per alcuni!) il pedagogista quale professore universitario e non già, invece, quale massimo studioso del percorso di umanizzazione dell'essere umano, un Pedagogista che per accreditare se stesso sta sfruttando la condizione di debolezza giuridica e legislativa degli Educatori Professionali Italiani.

il portavoce Graziano Ruggiero

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