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Lunedì, 25 Luglio 2016

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Concorso a Cattedra. Servizio in scuola paritaria: si o no? Dal MIUR tacciono. Lettera

di redazione
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Sono una docente. I miei compiti sono quelli di una docente: tra gli altri, progettare attività didattiche, insegnare, essere responsabile delle classi in cui entro, esprimere delle valutazioni, e poi, a fine anno, promuovere, e bocciare. Questo accade in ogni scuola: anche in quelle istituzioni che lo Stato dichiara “paritarie”, ovvero pari, per oneri e incarichi, a quelle dello Stato.

Si discute molto, relativamente a questo tipo di istituzioni: ciò non toglie che io, come i miei colleghi, lunedì mattina entrerò in classe e farò il mio mestiere. Che è quello di insegnare.

Un'interpretazione del comma 114 b della legge 107/2015 (si veda per questo la pagina web del sindacato Cisl Scuola, in una nota del 16 marzo 2016), che nella tempesta mediatica con cui tale legge è stata approvata forse è sfuggita a molti, nella valorizzazione di titoli in relazione al bando del prossimo Concorso, definisce che “limitatamente al predetto bando sono valorizzati, fra i titoli valutabili in termini di maggiore punteggio: [...] b) il servizio prestato a tempo determinato, per un periodo continuativo non inferiore a centottanta giorni, nelle istituzioni scolastiche ed educative di ogni ordine e grado.”

Sembra conseguirne che gli anni di lavoro come docente con contratto a tempo indeterminato in una scuola paritaria potrebbero non essere valutati come quelli dei miei colleghi precari della scuola Statale, o come i miei colleghi a tempo determinato della scuola paritaria. Bastano 180 giorni continuativi per far valere un intero anno di servizio: quindi, un collega impiegato da sei mesi nella mia stessa scuola ottiene un punteggio che a me, per un intero anno di lavoro, stando alla legge, non spetta.

L'Italia, forse, è una repubblica democratica fondata sul lavoro. O forse no? Qualcosa si è rotto, in questo principio fatto di belle parole: se il mio lavoro improvvisamente diventa diverso, non valutabile, perché rientrante in un tipo di contratto che lo Stato (che, ricordo, obbliga le scuole paritarie ad assumere a tempo indeterminato, dopo un anno, i docenti abilitati come me) improvvisamente non riconosce come tale.

La burocrazia ministeriale (la stessa che, all'aggiornamento delle Graduatorie di Istituto, valuta in modo equivalente il servizio prestato, senza distinzioni di contratto, nelle scuole di ogni ordine e grado), creerebbe allora una nuova specie di “precari”: potremmo chiamarla “precarietà normativa”: quella che definisce, in ogni occasione, come valutare LO STESSO LAVORO.

Mi sono laureata con il massimo dei voti. Ho conseguito un dottorato, un Master universitario, ho al mio attivo qualche pubblicazione, ho raggiunto l'abilitazione dopo una selezione durissima, dovendo corrispondere un non indifferente dispendio in termini di soldi e di fatica, tempo, energie. Insegno da qualche anno, ed ora voglio affrontare l'ennesima prova: ma devo anche scontare la “colpa” di aver fatto, nel frattempo, il mio mestiere, per un'istituzione che lo Stato ha dichiarato “paritaria”, e che ha avuto l'onestà di assumermi a tempo indeterminato, come richiedeva lo Stato.

In tutto questo, il Miur, l'Ufficio Scolastico Regionale di competenza, alle mie sollecitazioni per avere un chiarimento, una conferma o una smentita, tacciono. Il tempo per l'iscrizione al Concorso scade tra poco. E io sono qui seduta, ad attendere, davanti alla Legge.

Chiara Tedeschi

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