Mercoledì, 29 Giugno 2016

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Concorsi triennali e GAE chiuse. Salari proporzionali al lavoro svolto. Licei di 4 anni? Vediamo come va! Intervista al responsabile scuola del PD, Davide Faraone

di redazione
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di Eleonora Fortunato - “Selezione dei docenti da parte delle scuole? Parliamone. Magari con concorsi a livello di singolo istituto o di reti di istituti”. Un punto su cui occorrerà essere più chiari nei prossimi mesi. Una cosa è certa, per ridare vigore all’istruzione, la selezione e la carriera dei docenti sono nodi importanti, e la squadra di Renzi non ha paura di infrangere quelli che, almeno per la ‘vecchia’ classe docente, erano tabù. Ma ancora, liceo a quattro anni, autonomia, salari, divario Nord-Sud, Invalsi, TFA, finanziamenti alle paritarie: ecco come il nuovo PD ridisegnerebbe i contorni della scuola italiana.

Reclutamento? Smettiamo di chiamarlo così, non è mica l’esercito!”. Scherza con noi il nuovo responsabile Scuola del PD su uno dei grandi temi della scuola. La chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole era uno dei cavalli di battaglia di Matteo Renzi alle primarie PD 2012; poi alle ultime, con la paura che si trasformasse in un cavallo di Troia, più nulla. Adesso però, evitando magari di chiamarla proprio così (anche se è in questo che rischierebbero di trasformarsi i concorsi ‘locali’), si potrebbe tornare a parlarne, come si potrebbe tornare a ragionare di salari, carriere, autonomia, riordino dei cicli. Insomma, c’è aria di riforme nevralgiche nel campo istruzione in casa PD, almeno a giudicare dalle ampie e dettagliate risposte che Davide Faraone, il nuovo responsabile Scuola, ha fornito alle nostre domande. Ma, poiché il clima è quello dei confronti (la Costituente del ministro Carrozza, il tavolo dei ‘grillini’), niente imposizioni dall’alto… staremo a vedere.

Nonostante le consuete dichiarazioni sull’importanza degli investimenti nel settore dell’istruzione, si deve registrare che quasi tutti gli interventi sono dettati dalle ragioni del contenimento della spesa pubblica. Il suo gruppo intende invertire questa tendenza? Se sì, quali ipotesi sono allo studio? Con quali risorse?

“Per il PD la scuola è una priorità, un obiettivo strategico per uscire dalla crisi. Sulle azioni e le ipotesi: qualunque ipotesi o proposta di riforma questa volta verrà discussa col mondo della scuola e con gli insegnanti perché sono convinto che il mondo della scuola sia un mondo dove vige il senso della cooperazione e della relazione. Ogni imposizione dall’alto è miseramente fallita non per “spirito di conservazione dei docenti”, ma perché non erano proposte condivise. In genere so che i docenti quando si tratta di cooperare sono entusiasti di innovare, purché l’obiettivo sia l’interesse degli studenti. In passato la logica seguita dal terribile trio Gelmini-Tremonti-Brunetta è stata quella dei tagli lineari punitivi nei confronti di una categoria che considera ostile. Pensare di fare riforme contro gli insegnati è inutile prima che ingiusto. La nostra sarà la stagione dell’ascolto e della condivisione delle proposte con tutti i portatori di interessi: gli insegnanti, i dirigenti, gli studenti e le loro famiglie, ma anche gli enti locali, le imprese, le associazioni professionali e quelle che operano sui territori. Nella scuola bisogna investire, spendendo meglio che in passato e questo può avvenire solo responsabilizzando tutti”.

Come pensa che dovrebbe avvenire il reclutamento delle nuove leve di insegnanti? Vi pronuncereste per una entrata a regime dei corsi di TFA? Ma soprattutto, si può pensare al futuro senza prima dare una risposta alle istanze delle varie categorie di docenti (abilitati e non abilitati) che si aspettano un riconoscimento del loro merito o del loro operato? Sarebbe favorevole a una riapertura delle graduatorie a esaurimento?

“Innanzi tutto smettiamo di chiamarlo reclutamento: non è mica l’esercito… TFA: la materia è complessa anche perché in questi anni si sono alimentate troppe aspettative spesso contrastanti tra loro e sedimentati troppi metodi di formazione iniziale e assunzione in servizio, non mi sembra sensato mettere in discussione il TFA adesso e inventarsi qualcosa d’altro. In generale, le posso dire che ci devono guidare due principi: primo, vanno contemperate le legittime aspettative di tutti i soggetti: precari storici e neolaureati che aspirano ad abilitarsi e ad insegnare; secondo, si deve lavorare per ridurre al minimo il contenzioso amministrativo: non può più essere che siano i TAR a decidere come lo Stato forma seleziona e assume chi dovrà insegnare. Per il primo obiettivo, riaprire le GAE non è auspicabile: piuttosto si dia cadenza triennale a concorsi radicalmente innovati nelle modalità e riservati ai soli abilitati e al contempo sia garantita ogni anno quanto meno la copertura del turn-over, togliendo al MEF il potere di veto che ha su questa materia. Per il secondo obiettivo, il Parlamento deve approvare norme meno contraddittorie e ambigue, ma si deve agire anche su un altro fronte: basta fomentare guerre tra poveri e prosperare sul contenzioso permanente, ma soprattutto serve un patto chiaro che dia una risposta e tempi certi e ragionevoli a tutti”.

Restituire prestigio sociale agli insegnanti: per il segretario del suo partito Matteo Renzi questa sembra essere una priorità assoluta. A quali interventi mirati state lavorando per riuscire in questa impresa? E’ solo demagogico in questo momento pensare che si possa o si debba ripartire dai salari?

“Su questo ho le mie idee e voglio confrontarmi con i docenti medesimi.  Alcune considerazioni. La prima, l’articolo 36 della Costituzione recita "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.”. Parlare di giusto salario non è un segno di debolezza ma di forza. E credo che sia stato un fattore di debolezza per i docenti non battersi, ma insieme a questo vorrei definire meglio coi docenti qual è la “durata massima della giornata lavorativa” di un docente, perché mi pare che il contratto, cioè la legge, non corrispondano esattamente alla realtà: ci sono docenti che lavorano 24 ore al giorno, ma non tutti. Ci sono docenti con due lauree, dottorati e che si aggiornano con fatica e a proprie spese e altri, anche in questo caso pochi, che non lo fanno. E allora chiarire e regolare queste condizioni insieme ai docenti, con l’ausilio e non l’impedimento, delle parti sindacali, sarebbe utile a restituire quel prestigio perso, perché poi sono i difetti dei pochi che hanno influito a rovinare la reputazione dei più. In sede di contrattazione aprirei anche la questione della formazione in servizio per reperire le risorse necessarie a renderla obbligatoria per tutti”.

Il suo partito come imposterebbe la carriera dei docenti? Quali criteri per differenziare i salari?

“Torniamo alla domanda di prima. Ci sono tanti modi per differenziare i salari, io credo che sarebbe utile differenziare le carriere e definire dei criteri obiettivi, il meno discrezionali possibili, per valutare le competenze, la formazione e il lavoro di un docente. In tutto il mondo si cerca di definirli e credo che con la collaborazione dei docenti lo si possa fare anche da noi: in modo quantitativo con il numero delle ore effettivamente “lavorate” a scuola oltre le ore di lezione, con il numero degli alunni, con la definizione dello status di scuole a rischio, con la qualità certificata di formazione in servizio. Un dottorato ad esempio non è certamente equiparabile a un corso generico di aggiornamento. E’ necessario stabilire insieme i criteri, in questo modo la valutazione e i meriti saranno definiti in modo condiviso. Per quel che riguarda la parte quantitativa, il tutto deve avvenire su base volontaria e responsabilizzando i dirigenti su chi coinvolgere in queste attività aggiuntive: avviso pubblico e selezione interna tra coloro che si offrono. È comunque un tema da affrontare in sede di contrattazione, assieme alla necessaria revisione dello stato giuridico e al superamento di alcune rigidità del contratto nazionale non sempre compatibili con l’autonomia scolastica. Serve un confronto franco e aperto, non preordinato: si può partire con la prossima contrattazione”.

L’autonomia delle scuole è ancora un tema chiave per il PD? L’autonomia potrebbe o dovrebbe riflettersi anche a livello di gestione delle risorse umane, come avviene in molte esperienze internazionali?

“L’autonomia ha messo in salvo la scuola italiana negli anni bui delle Gelmini e dei Tremonti. Il poco che si è salvato dell’esperienza del tempo pieno lo si deve all’autonomia. Non oso immaginare come sarebbero ridotte le nostre scuole medie (già considerate da molti studi un anello debole del sistema) senza quel minimo di spazi di manovra concesso loro dall’autonomia. Le poche esperienze di flessibilità del curricolo alle superiori o di maggiore collaborazione con il mondo del lavoro si devono all’autonomia. E potrei andare avanti. Ciò detto, però, l’autonomia è anche la grande incompiuta del nostro sistema di istruzione e formazione. È per molti aspetti ancora da applicare perché fino ad oggi, per assenza di risorse, si è attuata una finta autonomia che spesso si traduce in uno scarica barile di responsabilità su diversi livelli. Sulla gestione delle risorse credo che una scuola debba autogestirsi in base alle esigenze e ai bisogni degli allievi. Mentre sulla selezione delle risorse il dibattito è aperto. Credo che la certificazione delle competenze dei docenti, cioè le abilitazioni, debbano avere un percorso più chiaro, certo e rigoroso cercando di mettere in campo un metodo unico e un bagaglio definito di competenze necessarie alla docenza. Non basta più il percorso classico. Alcuni, lo so, sarebbero per dare un ruolo alle scuole nella selezione dei loro docenti. Parliamone. In certi contesti funzionerebbe ma in altri, dove le logiche e le dinamiche di scelta seguono sempre vie molto discrezionali potrebbe essere un boomerang che provocherebbe dequalificazione non qualificazione. Una cosa è certa: nessuna chiamata diretta, ma eventualmente concorso a livello di scuola o di rete di scuole”.

Qual è la sua opinione sulla riduzione del percorso di secondaria di secondo grado da cinque a liceo quattro anni?

“È in corso una sperimentazione, vediamo come va prima di lanciare proclami a favore o contro. Mi sembra un atteggiamento coerente con il metodo scientifico... Delle preoccupazioni espresse dai detrattori ne condivido una in particolare, quella di chi è preoccupato possa essere un ulteriore taglio. Se la sperimentazione va a regime si libera il 20% dell’organico: noi pretendiamo che non sia messo a risparmio ma utilizzato nella scuola. Le attività che si possono fare sono le più diverse: compresenze, attività di potenziamento e di recupero, orientamento, ricerca educativa, flessibilizzazione del curricolo, attività pomeridiana e nei mesi estivi e tanto altro… Aggiungo però una cosa: se di sperimentazione si tratta, va fatta con tutti i crismi della comparazione scientifica. Due esempi. Primo, mi piacerebbe che il Ministro vincoli le scuole che stanno sperimentando a collegarsi tra loro, scambiarsi informazioni, relazionare periodicamente in particolare sugli esiti in termini di dispersione e rendimento. Secondo, se il tema è ridurre di un anno il ciclo di studi, va sperimentato anche il 7+5, agendo così sulla fascia d’età tra i 9 e i 14 anni, un’età complessissima da ogni punto di vista e in ogni contesto territoriale o geografico e che è quella che soffre di più dell’attuale scansione dei cicli scolastici.

Molte ricerche, i dati e le problematiche segnalano questa fascia come coincidente con l’ “inizio dei guai”, non credo nemmeno che sia la scuola media in sé il problema perché poi non si risolve nel biennio superiore. Credo che sia proprio da ripensare l’approccio, come diceva anche Renzi".

L’ultimo rapporto Pisa-Ocse mostra ancora un importante divario tra Nord e Sud  per quanto riguarda la qualità dell’istruzione. In alcuni Paesi europei si incentivano gli insegnanti più bravi a spostarsi, almeno per un periodo della loro carriera, verso le scuole ‘di frontiera’. Lei che soluzioni concrete metterebbe in campo?

“I divari dei livelli d’istruzione risalgono all’800, sono mali che ci portiamo dietro da un secolo. Non credo che basti spostare “gli insegnanti più bravi”. Anche perché in genere i docenti di scuole a rischio, e io ne conosco parecchi, sono bravissimi. Il tema è l’attuazione di politiche e di azioni compensative nelle aree deboli del Paese. Il docente più bravo non può contrastare problemi come il tempo scuola esiguo (in Sicilia ad esempio il tempo di 40 ore alla primaria è attivato solo nel 3% delle scuole mentre in Lombardia copre fino all’85 %;  o gli asili, fondamentali per il successo scolastico, che nelle aree dove i rendimenti sono più scarsi, non esistono proprio) e l’assenza di azioni a supporto delle conoscenze implicite, che invece sono presenti in aree più benestanti e che tanto influenzano i rendimenti complessivi (contesto familiare, teatri, cinema, sport,..). Mi lasci aggiungere che le indagini OCSE-PISA - ma anche il lavoro di Invalsi - servono proprio a questo: consegnare a chi ha responsabilità di governo e alle istituzioni scolastiche i dati che consentano di intervenire. Aver diffuso negli anni passati l’idea che invece servissero a fare classifiche e consegnare medagliette è servito solo a fermare la diffusione di una cultura della valutazione tra i docenti italiani, che sono stati indotti a preoccuparsi quando non se ne sentiva proprio la necessità. Altra enorme responsabilità della destra berlusconiana”.

Per il PD la scuola deve essere inclusiva o selettiva?

“Davvero potete fare una domanda simile a un deputato del Partito Democratico? Scherzo… Inclusiva, chiaramente. Ma altrettanto chiaramente le dico che oggi così non è. Siamo di fronte a uno dei sistemi scolastici più classisti del mondo. A confermarlo i dati sull'abbandono scolastico resi pubblici di recente da Istat: siamo al 17,6%, una vera emergenza sociale. Non per colpa dei docenti o di chi opera nella scuola, ma per precisa responsabilità di chi non vuole vedere i ritardi che ancora scontiamo e non fa nulla per superarli”.

E’ giusto per il nostro Paese ridare propulsione al sistema dell’istruzione professionale, che negli ultimi anni è stato depredato di risorse importanti? Se sì, in che modo?

“E’ uno dei nostri chiodi fissi: ridare dignità e senso alla formazione professionale. Innanzitutto osservando i sistemi vincenti di altri paesi, a cominciare da quello tedesco che funziona molto bene. Adattando al nostro tessuto produttivo le esperienze migliori, ma tenendo sempre presente che ciò che funziona altrove non è mai esportabile sic et simpliciter e dunque qualunque azione va adeguatamente sperimentata e monitorata. Alcune linee guida possiamo darle: innovazione, legame con le realtà territoriali e produttive e agire nell’interesse dei ragazzi che si vanno a formare, non dei formatori. Aggiungo che il problema della maggiore vicinanza tra mondo del lavoro e sistema di istruzione non è un tema che riguarda solo la formazione professionale, anzi. Il PD vuole abbattere il muro che separa istruzione e lavoro e agirà in tal senso”.

La legge di stabilità di quest’anno destina circa 220 milioni di euro alle scuole paritarie, senza però avere la garanzia né della qualità dell’offerta formativa (su cui l’ultimo rapporto PISA-OCSE avanza qualche dubbio, almeno a confronto con l’istruzione pubblica) né della libertà di insegnamento. Come intende muoversi in questo campo il suo partito?

“Il tema è delicato, anche perché si tende a mettere insieme cose che insieme non stanno. Un conto è la scuola dell’infanzia (dove senza i privati il sistema statale e comunale salterebbe), un conto il primo ciclo, un conto il secondo ciclo. Ma le voglio dire che ci sono due tipi di discussione che dobbiamo assolutamente evitare: quella tutta quantitativa e quella tutta ideologica. Se ne discutiamo in termini quantitativi, lo Stato con la scuola paritaria ci guadagna visto che spende per un alunno di scuola paritaria da 1/10 a 1/6 di quanto spende per gli alunni delle scuole a gestione statale. Va anche evitato l’approccio ideologico e questo vale per entrambe le parti in causa. I pasdaran dell’una e dell’altra fazione non ci portano lontano: affrontiamo la questione con concretezza e pragmatismo e una soluzione condivisa si troverà certamente. Io le dico ad esempio che il tema che mi sta a cuore è esattamente quello sugli standard. La legge di parità prevede che scuole paritarie debbano rispettarne di molto rigidi in termini di non discriminazione in entrata (penso in particolare ai disabili) e di assunzione dei docenti. Qualora ciò non avvenga non dovremmo esitare a togliere lo status di paritaria a quelle scuole. Questo sì che andrebbe a garanzia di una maggiore qualità di tutto il sistema pubblico”.

In generale un giudizio sulla linea Carrozza-Letta.

“Si può fare molto di più. Occorrono molte azioni strutturali per la scuola italiana e per me anche un’ora in più di italiano nella primaria o un anno di asilo obbligatorio per tutti sono azioni strutturali, come anche l’innovazione didattica, come anche la ridefinizione dell’organizzazione del lavoro docente”.

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