Lunedì, 27 Giugno 2016

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Compiti a casa, lo sfogo di una mamma: sono troppi, mio figlio non sa più cosa vuol dire andare al parco a respirare. I docenti si organizzino diversamente

di Vincenzo Brancatisano
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“Sono una mamma di un ragazzo di 16 anni che fa la seconda superiore e avrei molto molto da dire. Premetto subito che mio figlio è studioso e gli piace studiare ma molti professori non capiscono che per un ragazzo non esiste solo lo studio”.

Inizia in questo modo lo sfogo di una signora, mamma di uno studente alle prese con i compiti a casa. Stando alla sua denuncia, che abbiamo raccolto e che richiama il contenuto di proteste sempre più diffuse inscenate da genitori di alunni, primarie o medie non fanno differenza, il carico di compiti da svolgere a casa sarebbe eccessivo, talvolta al limite dell’abuso.

Ecco il racconto della signora, che intende rimanere nell’anonimato evidentemente per non mettere in difficoltà il ragazzo. Un racconto che ha il linguaggio della furia e che trascriviamo per esteso per non diminuirne l’efficacia: “La settimana di mio figlio è questa: dalle 8 alle 14 a scuola. Di corsa si mangia e il più velocemente possibile lui deve andare in bagno ad espletare bisogni fisiologici. Dico di corsa e subito, verso le 14,45 si cominciano i compiti. Se è fortunato finisce alle 19,30-20. Non parliamo dei due giorni a settimana quando ha lo sport. Dovrebbe uscire alle 17,30, ritorno ore 19,30. Poi si mette a fare i compiti fino alle 21. E’ capitato fino alle 22. A volte non va a sport. Il sabato e la domenica ovviamente, essendoci due giorni, i compiti aumentano. Così si passa il week end a studiare e il lunedì si ricomincia. E questo succedeva anche alle medie.

Io ho sempre parlato con tutti i professori dicendo loro che i compiti sono troppi, non mi ascoltano, ognuno pensa per la sua materia, mi rispondono che mio figlio deve velocizzarsi. Ma come si fa a velocizzarsi se ogni giorno deve fare 5-6 materie che portano via minimo 45 minuti ognuna?

Ed io lo controllo costantemente, quindi so. Ah, ovviamente anche durante le feste natalizie e pasquali ha da fare compiti. Scusate dell'espressione, mentre vi scrivo è in gabinetto con il libro di storia in mano. Volete sapere il risultato? Mio figlio e molti della sua classe mostrano sintomi di stress, ogni tanto piange come altri in classe.

C'è chi sviene. Ditemi chi è che lavora dalle otto del mattino alle 20-21-22, senza un giorno di pausa, senza un'ora di svago. Mio figlio non sa più cosa vuol dire andare al parco a respirare, a giocare con i suoi amici. In realtà non lo ha mai saputo, visto che si va avanti dalle elementari. Ripeto che è così anche per i suoi compagni. A proposito: ci tengo a sottolineare che sta sulla media del 7, non è che in questo modo si prenda 9, intendiamoci.

I professori corrono con il programma, se i ragazzi non capiscono qualcosa, non importa, si va avanti, tanto ogni settimana ci sono verifiche su verifiche e se qualcosa non si è capito la verifica va male. Io non dico che i compiti non debbano essere dati, ci mancherebbe, ma che senso ha dare pagine e pagine di esercizi che verranno per forza di cose fatti male pur di finirli o altrimenti si studia 5-6 ore di pomeriggio? Non è colpa dei nostri ragazzi se le classi sono di 30 alunni, mi dispiace, i professori devono essere in grado di organizzarsi diversamente. Molti di loro dovrebbero farsi un bell'esame di coscienza: alcuni professori danno da studiare pagine e pagine, verifiche su tre-quattro capitoli di storia tutti insieme, questa è la dimostrazione che non si guarda sul registro per vedere cosa è stato assegnato da altri professori.

Avremo generazioni di ragazzi a cui passerà la voglia di studiare. Mio figlio voleva laurearsi in ingegneria aeronautica, nel giro di 7-8 mesi ha deciso che farà lo chef. Grazie ai professori”. Il problema è sempre lo stesso. Bambini e ragazzi in preda a una crescente mole di compiti a casa, famiglie alle prese con ripetizioni casalinghe (se i genitori hanno tempo e competenze) o lezioni private (per chi se lo può permettere). Pomeriggi colmi di impegni, vacanze che di vacanza hanno solo il nome, spesso anche quelle estive: come se non fossero stati promossi, molti bambini delle primarie sono costretti a dedicare due mesi d’estate a compiti e letture imposte. Non è peraltro dimostrato che all’enorme sforzo richiesto corrisponda una maggiore preparazione in uscita dei nostri studenti. Anzi. E non è neppure dimostrato che chi è sottoposto a un minore impegno domestico risulti meno preparato alla fine del percorso. Intanto cresce il movimento contro i compiti a casa, cresce pure la contrapposizione tra docenti e famiglie.

Molte di loro e in molti casi dovrebbero in realtà provare a ridurre le attività sportive, agonistiche, musicali, religiose alle quali sottopongono quotidianamente i propri pargoli stressandoli oltremisura, ma il problema compiti è reale. La riduzione del tempo scuola legata ai tagli degli ultimi 15 anni ha trasferito sulle famiglie buona parte dell’offerta formativa, ciò che amolifica le discriminazioni sociali tra famiglie disagiate e abbienti, che la scuola pubblica dovrebbe invece contribuire ad appianare. Il problema è complesso, poiché studiare è sempre un valore e non è pensabile che si possa imparare se non si studia anche casa. Un tempo, almeno, era così. Peraltro esistono anche genitori che lamentano una carenza nella quantità di compiti assegnati. Abbiamo chiesto di commentare lo sfogo della mamma al professor Paolo Ferri, docente di Teoria e tecnica dei media e Tecnologie per la didattica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, nonché dirigente del Laboratorio informatico di Sperimentazione Pedagogica. Autore di recente del libro “I nuovi Bambini”, Bur Editore, Ferri è firmatario della petizione “Basta compiti” lanciata dall’ex dirigente scolastico Maurizio Parodi.

Professor Paolo Ferri, lo sfogo di questa mamma è un bell’atto di accusa. Che cosa ne pensa?

“In generale, come non dare ragione a questa mamma? Parlo anche da genitore di un figlio che frequenta la seconda media. Siamo tutti nella stessa situazione, un incubo. Bisogna stare attenti però, non bisogna scadere nel muro contro muro tra genitori e insegnanti. Ma obiettivamente la mole di compiti da svolgere a casa è priva di senso anche sul piano pedagogico”.

Non è sempre stato così?

“No, in Italia non è sempre stato così. La scuola si è molto riepiegata su se stessa e la colpa è dei tagli. Una volta c’era il tempo prolungato. Si stava a scuola fino alle sedici. Negli ultimi 15 anni la scuola ha subìto 9 miliardi di tagli, con riduzione del tempo scuola. Sono state create varie esperienze di compiti al pomeriggio, a scuola, ma si tratta di interventi di scarsa qualità. Certo, meglio di niente, ma chi può li evita e spesso sono dei ghetti per chi non ha nessuno che si occupi dei figli. Negli ultimi 15 anni, insisto, c’è stato un arretramento metodologico anche a causa delle prove Invalsi o per meglio dire a causa di come sono gestite”.

Le prove Invalsi?

“In tutta Europa esistono queste prove dell’OCSE-PISA, ma in altri Paesi vengono considerate come valutazione del sistema scolastico. Succede che, se per tre anni la scuola rimane sotto lo standard, vengono presi dei provvedimenti spesso anche contro il dirigente ma la scuola sotto standard riceve fondi per un potenziamento. L’interpretazione governativa morattiana è stata invece quella di controllare e punire. I professori da parte loro hanno pensato che fosse una valutazione del proprio lavoro. Da qui la spinta a correre, si è stressata la situazione individuale, si è tornati al voto, si è regrediti insomma alla scuola gentiliana d’elite con un’impostazione politica che ha spostato l’attenzione sulla prestazione e i professori si sono arroccati aumentando a dismisura i compiti: le buone pratiche che esistevano nella scuola fino agli anni ’80 (attività di gruppo, visite, amore per il sapere, curiosità, apertura dei mondi) si sono trasformate in una corsa ai programmi, spesso priva di senso”.

Faccia qualche esempio.

“Che ne so? in geografia invece di studiare le migrazioni, i ragazzi sono chiamati a studiare la struttura radiale delle città del Benelux: una verifica sul Benelux? Che senso ha una verifica sul Benelux? Spesso non c’è nessuna correlazione tra quel che si studia e la realtà. Un altro esempio? Ieri pomeriggio, poiché s’è rotta la stampante, sono stato al supermercato per riprendere quattro immagini, come da consegna: bistecca, frutta, pesce e fuoco, da allegare a una ricerca. Non si capiva a che cosa servisse questa roba. Sono cose che tutti sanno ma non si sa perché andavano allegate alla ricerca”.

Colpa dei tagli e colpa dei docenti..

“No, non è colpa dei professori, che peraltro sono i meno pagati d’Europa. Guardi, io ho firmato la petizione ‘Basta compiti’ ma il corpo docente non dovrebbe essere demonizzato, anzi andrebbe aiutato perché è stato vessato per tanto tempo. Ora è il momento di stabilire un rapporto non conflittuale tra scuola e famiglia. Occorre convertire la giusta disapprovazione dei genitori in qualcosa di positivo e costruttivo altrimentui si alza il muro e si creano situazioni devastanti. Pensi che ci sono i genitori fuori di testa che dicono che i compiti sono pochi. Ripeto, non bisogna gettare la croce sugli insegnanti, questa situazione è stata causata dai tagli, dall’impianto sempre più nozionistico, dalla reintroduzione del giudizio nella scuola primaria e anche alle medie, dove addirittura si deve dare un giudizio di orientamento per le superiori. Nella primaria, eliminando le compresenze, le maestre non hanno tempo di fare altro. Se lei chiedesse un parere a chiunque si occupi di pedagogia, le risponderebbero che queste sono le ultime cose da fare. E’ difficile mantenere nella testa degli alunni l’idea che ci sia qualcosa di divertente nell’acculturarsi. Se uno legge i processi di apprendimento redatti a Lisbona si accorge che sono contrari al nozionismo. Oggi la scuola ha un compito sociale diverso, quello di formare cittadini che sanno di vivere dentro un contesto internazionale e quello di premiare la creatività, non le nozioni. Ma abbiamo avuto per quindici anni ministri che hanno remato nella direzione opposta”.

Il problema riguarada solo la primaria e le scuole medie di primo grado?

“No. Ad esempio nei licei classici è ancora peggio, quasi un massacro. Tanto nozionismo con docenti vecchi. Invece che essere ridotte, le materie sono aumentate mentre sono state ridotte le ore. Il risultato è che non vi si iscrive più nessuno. Il greco non ha più senso studiarlo. Meglio il cinese, apre a una cultura diversa. Avrebbe senso semmai imparare la letteratura greca. Il latino: transeat, apre alla grammatica italiana. Ma a che cosa serve tradurre il latino e il greco – peraltro a bassissimo livello – quando ci sono lingue vive come arabo e cinese che sarebbero da preferire. E infatti la gente non è stupida e va via. Comunque, riducendo le ore e aumentando le materie, i compiti a casa sono aumentati e mentre in altre parti il tempo scuola è aumentato, in Italia, regnante Gelmini, s’è ridotto”.

Professor Ferri, lei insegna Tecnologie per la didattica. In che modo le nuove tecnologie potrebbero aiutare la scuola a sostenere i ragazzi?

“Oggi abbiamo strumenti tecnologici che consentirebbero di fare in modo che i professori riprendessero in mano i compiti, proseguendo il lavoro a casa e liberando i genitori dal compito di cercare le immaginette al supermercato. Ma invece di investimenti abbiamo avuto dei tagli. E’ a livello metodologico e tecnologico che il gap tra la scuola italiana e quelle più avanzate è davvero elevato. I nostri insegnati sono molto preparati ma lavorano all’interno di un sistema che presenta elementi di radicale inefficienza, rispetto a quelli dei nostri cugini Ocse. Io credo che molte di queste difficoltà potrebbero essere superate elevando drasticamente il tasso di digitalizzazione dell’infrastruttura scolastica. Per fortuna c’è una luce. La Buona scuola ha messo 4 miliardi sulla scuola. Ripristina solo in parte i tagli, ma questi miliardi messi sul piano digitale fanno ben sperare, quindi io non escludo che in futuro la situazione possa migliorare”.

Torniamo ai compiti. E’ provato che a una grande mole di compiti domestici corrisponda un aumento del livello di preparazione dei ragazzi?

“Ma no. Una recente indagine dell’Ocse rileva come gli studenti italiani siano, nel mondo, tra i più afflitti dai compiti a casa. I nostri studenti delle medie superiori trascorrono, infatti, quasi nove ore la settimana a fare i compiti contro una media Ocse di 4,9 ore. È il dato più elevato tra i paesi dell'area. Ma perché gli studenti italiani che studiano il doppio a casa di quelli finlandesi, e coreani non hanno gli stessi risultati scolastici ad esempio in matematica? Finlandesi e coreani che svettano nelle classifiche sulle competenze scolastiche, dedicano, infatti, allo studio in media meno di tre ore la settimana, meno della metà degli italiani. Anche inglesi, francesi e tedeschi hanno risultati migliori in matematica e studiano a casa molto meno dei nostri studenti. L’Ocse stessa fornisce la risposta a questo mistero della scuola italiana. Dopo circa quattro ore la settimana di compiti a casa, il tempo in più investito sui libri ha effetti trascurabili sulla performance. Nel caso dei nostri studenti cinque ore di compiti a casa sono inutili. Peraltro, se si va a verdere i figli dei migranti, spesso sono i primi della classe. Questi danno un valore allo studio di emencipazione sociale che non non diamo più”.

Peraltro, le distanze sociali rischiano di accentuarsi. Non tutti i bambini hanno genitori insegnanti o competenti.

“Siamo il paese secondo al mondo per divario tra figli avvantaggiati e famiglie svantaggiate la prima è la Cina. Se i compiti fossero gestiti dalla scuola con ore in più si abbatterebbe il divario. È del tutto evidente che se il carico ricade sui genitori il bambino resta fregato. La Costituzione parla di pari opportunità ma il nostro è il paese in cui si denota la maggiore disparità. In Italia, genitori e famiglie che hanno il tempo, la preparazione o le disponibilità ed economiche per fare studiare di più i ragazzi a casa hanno perciò figli più preparati e con più opportunità rispetto alle famiglie più svantaggiate, cosa che accade di meno in altri paesi Ocse. Inoltre c’è stato un patto leonino grazie al quale s’è eliminato il sabato a scuola ed è stata una catastrofe. I bambini sono seguiti dalla baby sitter o dai genitori invece che dai professori. Per un bambino trascorrere il sabato a scuola è meglio e non peggio”.

Guardi che spesso i bambini stanno tanto tempo a scuola. Per esempio alla scuola primaria con tempo pieno. Anche in questi casi, lamentano molti genitori, i compiti sono eccessivi e bisogna farli anche durante la settimana oltre che nel week end.

“Così non ha senso, è il modo migliore per disamorare i bambini dallo studio. Presentare la cultura in questo modo è il modo migliore perché gli studenti arrivino a un certo punto che non gliene può fregare di meno della scuola e della cultura. Peraltro, se si va a verdere i figli dei migranti, spesso sono i primi della classe. Questi danno un valore allo studio di emencipazione sociale che non non diamo più. I nostri quando cominciano a ribellarsi lo fanno nel senso di non fare più nulla e dando alla scuola il minimo per la promozione consapevoli che ‘la mia vita è altrove’. Tu mi promuovi – pensano – e io ti do il minimo. In Italia solo il 70 per cento dei ragazzi arriva al diploma, in Germania arriva il 110 per cento, con la formazione parallela. Il nostro è un sistema gentiliano d’elite”.

Com’è la preparazione degli studenti quando arrivano all’Università, secondo il suo osservatorio?

“Manca una visione integrata. Faccio un esempio: quando studiano i primi anni del Novecento, gli studenti sanno che c’era il nazionalismo, ma poi non sanno collegarlo con la Belle Epoque. Quello che si avverte all’università è la perdita di una dimensione storica. Se chiedi loro quando fu incoronato Carlo Magno ti rispondono qualunque cosa. Manca la capacità di inquadrare i fatti in un quadro sinottico, che è quello che dovrebbe insegnare fare la scuola. Manca perché c’è un nozionismo selvaggio e a compartimenti stagni. Tutto questo è negativo perché questi ragazzi non hanno la percezione storica e la capacità di fare dei collegamenti, manca una comprensione sinottica delle varie epoche e men che meno sull’epoca contemporanea perché i licei arrivano appena al Novecento. La seconda metà del Novecento manco a parlarne. Il fenomeno è complesso, la scuola è andata in automatico tra depressione dei docenti e incazzatura dei genitori. Comunque, vedo un segnale nella Buona scuola intanto perché ripara alcuni danni, con 4 miliardi che ha messo sull’istruzione e poi perché imposta i modelli didattici in maniera conforme al quadro europeo e perché investe un miliardo sull’aumento degli ambienti digitali. Vedo anche un’inversione positiva di tendenza anche sul piano del potere che si dà ai dirigenti”.  

 

Compiti a casa, lo sfogo di una mamma: sono troppi, mio figlio non sa più cosa vuol dire andare al parco a respirare. I docenti si organizzino diversamente

Pubblicato da Orizzonte Scuola su Lunedì 7 marzo 2016

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