Venerdì, 27 Maggio 2016

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A chi pensa che i compiti facciano male. Lettera

di admin
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Marina Di Guida - Il cervello umano ha bisogno di un esercizio lento , costante e cospicuo per maturare, elasticizzarsi e per acquisire capacità che servono per gli studi superiori e per la vita relazionale. Sono un’insegnante e ho due figli, uno di 22 anni e l’altra di 13. Ho sempre ringraziato tanto le loro insegnanti per aver dato compiti tutti i giorni, per aver sostenuto quotidianamente e con equilibrio quella che per loro è una fatica mentale e fisica, ma non ho mai vissuto il loro stare tante tante ore sui libri ( spesso anche DOPO CENA) come uno sfruttamento, né lo hanno vissuto i miei figli che sono sereni e affettuosamente grati all’opportunità data alla loro formazione interiore dai loro docenti, che riconoscono come i loro nemici naturali , secondo la regola ….Chi di noi non ha desiderato una gamba rotta a qualche proprio insegnante e si è sentito onnipotente in giorno in cui la sorte lo ha favorito?

Studiare fino alle 19? Signora mia…..Un ragazzo di media capacità studia anche fino alle 22 quando è necessario e magari approfitta per uscire con gli amici quando il giorno dopo ha l’assemblea di istituto…Il sabato e la domenica si esce SE non si deve studiare e, se non si esce, si trova il tempo per sparlare degli insegnanti e dei compiti tramite cellulare….Anche questo aiuta. Se la telefonata non avviene i problemi sono altri, non certo dei compiti!

Imparano gli uni dagli altri come ci si organizza. Non dico che sia semplice e qualche volta c’è bisogno dell’aiuto e del sostegno psicologico dei genitori, ma se i genitori si occupassero di altro e lasciassero i figli (quando non si evidenziano problemi particolari, è chiaro) liberi di IMPARARE COME SI IMPARA, forse crescerebbero. Se notano problemi, possono fare come è successo a me: farsi aiutare da un esperto. L’essere umano cresce quando impara ad adattarsi. Cosi’ lei pretende che non imparino ad adattarsi e non fa loro un favore. Imparare significa scernere cosa richiede più tempo e cosa ne richiede di meno, quali materie sono più complesse e quali necessitano di sintesi, e soprattutto significa imparare a gestire le ansie di inadeguatezza. Ecco perché, per inciso, il liceo classico credo sia formativo in modo particolare, perché aiuta a imparare meglio come gestire le frustrazioni.

Insegno al liceo classico materie letterarie e ogni giorno sento di ragazzi che vogliono mollare e andare via perché Dicono di non farcela. Il vero problema poi si scopre che è la loro (e delle loro famiglie) incapacità di sapere aspettare che arrivino dei risultati, che si cambi metodo di studio, che sappiano fronteggiare la frustrazione di non saper tradurrre, per un tempo più o meno prolungato. Arriva il debito? E allora? Vuol dire che è necessario un po’ di aggiunta di riflessione, non è una condanna a morte, è un’occasione per imparare a gestirsi meglio.

L’imparare è una faccenda lenta…..Per qualcuno di più e per qualcuno di meno, ma comunque lenta…..E noi insegnanti sbagliamo non quando diamo compiti in modo sostenuto, anche quantitativamente, ma quando noi stessi non tolleriamo la frustrazione di notare che alcuni hanno bisogno emotivamente di più tempo.

L’errore lo si fa a monte : noi docenti acritici, perché spesso ci comportiamo da impiegati di un’amministrazione e non da educatori con diritto di pensiero e parole e anche scontro, accettiamo tutte le iniziative non educative che da anni ci propongono, anzi, ci obbligano a fare, e che favoleggiano di velocità meccaniche, di lingue moderne da imparare subito come se i cinesi entro due mesi dovessero invadere l’ Europa….Mentre la vita umana si allunga.

Un genitore non dovrebbe colludere con la corsa alla velocità che fra poco diventerà materia scolastica ( Italiano, ;Matematica, Enigmistica e Velocità)ma notare con pazienza se il figlio mediante lo sforzo continuo matura, cresce. Se il figlio pretende di metterci tre ore per imparare anche 7 pagine di storia, c’è un problema di come approccia il libro, forse ne ha tanta paura o pretende di padroneggiarlo imparando a memoria: il contenuto perde di importanza.E questo anche grazie a qualche genitore che va nel panico se il figlio non sa tutti i particolari mnemonici della pagina, o che trasmettono la LORO STESSA PASSATA PAURA dei LORO insegnanti di quando erano ragazzi e che non hanno mai superato.

Non so questa madre che difficoltà possa avere , ogni caso è a s’è, ma il problema non puo’ essere generalizzato .Ci sono insegnanti ossessionati dalle quantità di assegni, pressati da dirigenti ed efficientismi ministeriali (ai quali non corrisponde niente di concreto e di utile: spesso, è solo fumo…, specchietti per le allodole) e ci sono genitori in apnea per la paura che i figli poi non ce la facciano o che si stanchino troppo, e che trasmettono inevitabilmente ai figli paure e senso di inadeguatezza invece che sprone a forzare allegramente se stessi. Allegramente, si: lo sforzo scolastico deve essere preso con un po’ di ironia, un po’ di distacco, tanta curiosità e desiderio di complicità con i compagni (mal comune mezzo gaudio) e una puntina, ma giusto una puntina, di competizione. Con se stessi, naturalmente. Ah….spruzzare il tutto con un po’ di capacità di autoperdonarsi e autogiudicare la realtà quando le cose non vanno nel verso desiderato.

Ma se non sanno farlo i genitori, non potranno farlo i figli… Se mia figlia porta un tre a casa , io evito il panico perché è energeticamete dispendioso, mi faccio raccontare, spiegare, le offro qualche cosa di buono da mangiare perché è già abbastanza mortificata di suo visto che studia, poi si vede il modo migliore di recuperare: condividere con la classe, studiare insieme e leggere quello che nemmeno io capisco, ripetere intervallando con due risate per sdrammatizzare, consolarla perché magari quel pomeriggio non è potuta andare a giocare dalle amiche per studiare, e recuperare,e ricordarle che si insiste finchè non ci si riesce.

Naturalmente poi cerco di parlare con l’ insegnante per capire meglio come deve studiare. Ma non do la colpa alla quantità di assegno. E sa perché? Mi fido della sanità mentale della maggior parte degli insegnanti (con qualche rara eccezione) e soprattutto della loro COMPETENZA. Quando farà lei l’insegnante, SUL CAMPO , vedrà quanto è meglio assegnare in base alle condizioni della sua classe. Io sono insegnante, ma posso stabilire per le MIE classi, non per quelle dei miei figli nelle quali non vivo… Spero che non le sia sembrata arrogante come risposta. Vorrei solo che lei avesse un altro punto di osservazione del problema. In bocca al lupo.

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