Martedì, 28 Giugno 2016

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Anief: va bene reddito minimo di 320 euro, ma intanto buste paga dei dipendenti pubblici rasentano la soglia di povertà

di admin
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Anief - Le recenti stime dell’Aran hanno confermato come il contratto di 3 milioni di lavoratori statali, fermo al 2009, abbia raggiunto un potere di acquisto delle loro retribuzioni sempre più basso.

E ogni giorno che passa è sempre più chiara l’intenzione dei nostri governanti di applicare, nel nuovo contratto su cui è stato avviato il confronto all’Aran, quel Decreto Legislativo 150/09, con gli aumenti stipendiali sganciati dagli scatti di anzianità e legati invece a doppio filo alle performances prodotte nel corso del proprio servizio professionale. Nella Scuola, dove le buste paga sono inferiori in media a 30mila euro, il “merito” solo per pochi è già legge. Intanto, la sentenza della Consulta che reputa illegittimo il blocco stipendiale non trova applicazione.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): ancora una volta toccherà ai giudici sostituirsi al legislatore di turno disattento, per garantire l’adozione dell’articolo 36 della Costituzione sull’adeguata retribuzione in rapporto al lavoro profuso. Per chi si vuole opporre, il sindacato Anief ha predisposto apposito ricorso.

Finalmente dal Governo arrivano investimenti per il reddito dei cittadini: è di queste ore, l’annuncio del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, di introdurre un reddito minimo, pari a circa 320 euro al mese, per un milione di poveri, accompagnato da un piano per la loro inclusione sociale. Tale piano, che negli anni coinvolgerà 4 milioni di italiani in povertà assoluta, è già a buon punto perché, spiega la stampa nazionale, l’Esecutivo in carica “ha approvato la scorsa settimana il disegno di legge delega, entro sei mesi dal via libera del Parlamento arriveranno i decreti attuativi”.

Per il giovane sindacato si tratta di un provvedimento atteso e condivisibile, perché amplia lo stato sociale sostenendo i bisogni delle famiglie più in difficoltà. Detto questo, però, Anief-Cisal torna a ricordare che ci sono tre milioni di lavoratori pubblici con il contratto fermo da sei anni e, di conseguenza, con il potere di acquisto delle loro retribuzioni che diminuisce a vista d’occhio. La palese inadeguatezza delle buste paga dei lavoratori che operano per lo Stato al costo della vita, è stata di recente sancita dal rapporto semestrale ARAN, Agenzia per la Rappresentanza negoziale delle Pa, da cui emerge che la percentuale di inflazione dal 2008 ad oggi è stata pari al 13,6%, mentre gli aumenti contributivi dei dipendenti pubblici si sono fermati al 9,5%. Facendo registrare una differenza percentuale di oltre 4 punti che, in termini economici, si traducono in oltre 80 euro mensili. I quali, però, il Governo si guarda bene dal voler assegnare, perché attraverso la Legge di Stabilità ha messo sul piatto per il rinnovo contrattuale l’offensiva e ridicola cifra di 5 euro a dipendente.

All’aumento mensile, vanno poi aggiunti 110 euro di indennità di vacanza contrattuale, anche questi congelati da tempo e, probabilmente, sino al 2018. E soprassedere al conferimento dell’indennità di vacanza contrattuale significa non applicare la normativa vigente in materia di tutela retributiva del pubblico impiego, a partire dall’articolo 2, comma 35, della legge n. 203/2008, dalla legge finanziaria 2009 e anche le disposizioni previste dal Decreto Legislativo 150/2009.

Il paradosso è che tutto questo sta accadendo, malgrado nell’estate scorsa la Corte Costituzionale avesse reputato illegittimo il blocco dei contratti e degli stipendi della PA. Al Governo, evidentemente, non sembrano fare proprie le sentenze dei giudici, anche quelli di rango superiore, ma sono bene attenti ad applicare norme che fanno quadrare i conti a favore delle casse pubbliche, a discapito dei propri lavoratori. Perché, ogni giorno che passa, è sempre più chiara l’intenzione dei nostri governanti di applicare, nel nuovo contratto su cui è stato avviato il confronto all’Aran, quel Decreto Legislativo 150/09, con gli aumenti stipendiali sganciati dagli scatti di anzianità e legati invece a doppio filo alle performances prodotte nel corso del proprio servizio professionale.

Tale politica ha già trovato il suo compimento nella Scuola, attraverso il comma 117 della Buona Scuola, in base al quale da quest’anno il “dirigente scolastico, sulla base dei criteri individuati dal comitato per la valutazione dei docenti, istituito ai sensi dell'articolo 11 del testo unico di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, come sostituito dal comma 129 del presente articolo, assegna annualmente al personale docente una somma del fondo di cui al comma 126 sulla base di motivata valutazione”.

Poiché i lavoratori meritevoli nelle intenzioni di chi amministra la scuola non dovrebbero superare il 20-30% dei dipendenti, viene da chiedersi cosa ne sarà dello stipendio dei restanti due docenti e Ata su tre. Eppure, gli insegnanti, come gli amministrativi, tecnici e ausiliari della scuola, sono già il comparto più penalizzato della PA, con il primo decennio della carriera bloccato, con l’accordo incauto di altri sindacati, a 1.200 euro netti: possono, pertanto, rimanere ancorati su buste paga dimezzate, rispetto ai colleghi tedeschi?

Anief ha calcolato che per coprire almeno l’incremento del costo della vita degli ultimi sei anni, dovrebbe prevedere un incremento in busta paga pari a 74 euro in più nel 2015 (+ 5%). A cui vanno aggiunti 4.159 euro di arretrati dal blocco dell’indennità di vacanza contrattuale, introdotta nel luglio 2008, più 1.010 euro a partire dal prossimo anno per altri 8 euro di aumento che equivale quasi ad una quattordicesima. L’aumento di 5 euro netti, previsto dal governo Renzi, rappresenta la miseria di un +0,5%, rispetto al 9,6% previsto dall’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato per i paesi dell’Unione, il cosiddetto Ipca.

“Il nostro ufficio studi – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario confederale Cisal - ha calcolato che dal 2010 doveva essere inserita in busta paga quell'indennità, che avrebbe permesso di non far scendere man mano gli stipendi statali sotto l’inflazione, sulla base dell'Ipca, l’incremento automatico, derivante da un modello contrattuale comune, valido per il settore pubblico come per quello privato. In tal modo, l'adeguamento salariale sarebbe stato al sicuro tenendo conto dell’indice di inflazione previsionale, in sostituzione del tasso di inflazione programmata. Invece, – conclude il sindacalista – ci ritroviamo ancora una volta a rivolgerci ai giudici. Cui spetterà l’onere di sostituirsi al legislatore di turno disattento a garantire l’attuazione dell’articolo 36 della Costituzione sull’adeguata retribuzione in rapporto al lavoro profuso”.

Tutti i docenti e Ata che intendano presentare ricorso, per il recupero delle indennità di vacanza contrattuale non percepita negli ultimi anni e l’applicazione di uno stipendio maggiore, possono cliccare sul seguente LINK predisposto dal sindacato Anief.

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