Le due contraddizioni della Buona Scuola: docenti deprivati del diritto alla pensione e potenziatori senza cattedra. Lettera

di redazione
ipsef

Franco Di Giorgi – Non occorre la lente d’ingrandimento per accorgersi di una delle più evidenti contraddizioni generatesi con l’attuazione della “Buona Scuola”: l ’assurda sovrapposizione di docenti di lungo corso deprivati del diritto di pensione da una parte e di giovani assunti solo come “potenziatori”, ossia di insegnanti senza cattedra dall’altra.

Franco Di Giorgi – Non occorre la lente d’ingrandimento per accorgersi di una delle più evidenti contraddizioni generatesi con l’attuazione della “Buona Scuola”: l ’assurda sovrapposizione di docenti di lungo corso deprivati del diritto di pensione da una parte e di giovani assunti solo come “potenziatori”, ossia di insegnanti senza cattedra dall’altra.

Da un lato il ministero dell’Istruzione sbandiera orgogliosamente le ultime assunzioni come un successo dell’azione di governo; dall’altra, però, visto che esse non servono affatto a rilevare (ma solo a sostituire in caso di assenza) i docenti con età pensionabile, questa compresenza di professori in potenza e di professori in atto non fa altro che rendere ancora più confusa e tutt’altro che risolta l’eterna questione della scuola italiana.

L’odioso nodo irrisolto, infatti, resta ancora e sempre quello del tanto atteso e necessario ricambio della classe docente. Un problema che non si può pensare di risolvere nella maniera poco onorevole che è sotto gli occhi di tutti, dal momento che si sta cercando una quadra indolore per riuscire a rubare ai docenti i contributi che per molti anni essi hanno versato e che ora, secondo quanto recita la Costituzione all’art. 38, dovrebbero riottenere sotto forma di pensione. Vero nella media è che, da un lato, aumentando subdolamente gli anni di lavoro si costringono gli insegnanti a ricorrere all’orario ridotto, sperando così di diminuire le uscite da parte dello Stato.

E in effetti quasi la metà dei docenti in età pensionabile, per ragioni di resistenza psicofisica, ricorre al part-time, percependo logicamente uno stipendio inferiore. E ciò tuttavia a fronte del continuo aumento degli impegni scolastici e para-scolastici richiesti ad essi da una scuola che è ormai boccheggiante sotto il peso della burocrazia, ulteriormente appesantita dalle ultime trovate ministeriali come l’alternanza scuola-lavoro anche nei licei.

Ma è altrettanto vero che, a dispetto dell’austerità, quella compresenza di docenti non fa che aumentare la spesa per lo Stato, senza risolvere comunque il problema alla radice.

Come possa economicamente reggere il tutto a fronte di una simile contraddizione resta un miracolo, giacché ci si affida a una politica dei tagli tutt’altro che organica e lungimirante. Non basta infatti tagliare un po’ da una parte e un po’ dall’altra per trovare il giusto equilibrio nel settore dell’istruzione.

Anche i nuovi assunti, peraltro, pur di avere il posto apparentemente fisso, debbono rinunciare agli scatti di anzianità, sia a quelli eventualmente pregressi sia a quelli via via maturati. E sono pertanto costretti a sopravvivere con uno stipendio minimo che, non venendo ovviamente indicizzato, non li mette al riparo dall’inflazione.

Al di qua comunque di ogni illusione e al contrario di quanto si possa credere, la loro resta ancora in realtà un’assunzione solo a tempo determinato. Nel senso che il contratto di questi potenziatori neo-assunti scade al 30 giugno di ogni anno. E ciò rientra perfettamente nella logica del jobs act, per il quale la precarietà e l’occasionalità del lavoro possono essere economicamente gestite con i buoni vaucher, non più con i contratti lavorativi collettivi previsti dalla nostra Carta costituzionale (art. 39).

Con tanti saluti quindi per i progetti che i (non più tanto) giovani docenti accarezzano per la loro vita. Ma al di là di tutto ciò, a chi interessa sostenere queste nuove leve di insegnanti italiani? A chi importa poi dei docenti più attempati, il cui rapporto con gli allievi, nonostante la passione e la vocazione, si va facendo naturalmente sempre più asincronico, vale adire difficile e alla lunga poco fruttuoso e stimolante?

Inoltre, se non per le solite ragioni di facciata, a chi sta veramente a cuore l’effettiva preparazione degli alunni? Chi vede più nella conoscenza critica il fine ultimo dell’istruzione? Anche a cercare con il lumicino, non si trova nulla di tutto ciò nel lungo articolato della riforma. La quale ha assunto come suo centro propulsore il «pensiero computazionale».

Per quanto riguarda i docenti vi si trova piuttosto il principio della competitività e della meritocrazia e per quanto concerne gli studenti quello della premialità. Cos’è poi questa pazienza del concetto che ogni umile approccio al sapere comporta? Almeno da una decina d’anni a questa parte ogni ordine e grado di scuola in Italia, compresa anche l’università, vive sulla propria pelle la distanza che gli uomini della politica (e di riflesso anche i loro elettori) hanno creato tra essi e i problemi reali dell’istruzione.

Per non parlare del responsabile discredito che essi hanno creato attorno al mondo della cultura in generale. La tanto strombettata offerta formativa nelle scuole deve essere vera non fittizia. E per essere vera deve venire seriamente e adeguatamente sostenuta. Il progetto CLIL a tal proposito può essere assunto come esempio, in senso negativo s’intende.

Ma è da anni che si raschiano ormai i fondi degli istituti. Nei momenti autarchici della nostra storia si ricorreva a dei surrogati come il carcadè, oggi paradossalmente, nel mondo globalizzato, si può dire che non abbiamo nemmeno quelli per la vita della scuola.

Sembrano muti, sordi e ciechi, per non dire indifferenti, i ministri, i segretari e i sottosegretari dinanzi ai dati statistici, i quali continuano a dirci che gli studenti italiani sono molto indietro rispetto a quelli del resto dell’Europa. Oltre al bronzo echeggiante della propria anima, l’unica cosa che i politici riescono a sentire per tentare di arginare questa débâcle culturale è la voce seducente del padrone, cioè quella delle aziende private che tentano di affrontare la crisi con la nuova manodopera libera offerta dalla scuola.

Giacché dovrebbe essere chiaro per tutti oramai che – l o si è detto in tutti i modi e con nettezza in questi anni tremendi di recessione – l’agenza della politica è dettata dall’economia. Marx docet.

Tutto ciò in ultima analisi per dire che quella della “Buona Scuola” è stata solo un’operazione propagandistica, giacché le graduatorie dei precari si sono svuotate solo formalmente o in astratto, perché di fatto il precario esiste ancora, eccome. Solo che ora è reperibile direttamente nelle scuole. Ma niente paura: tanto adesso tra un po’, pressato dallo sprone europeo, arriva l’ennesimo concorsone e così tutti i precari spariranno come d’incanto. In ogni caso, per entrambe le categorie di docenti, quelli in uscita e ben calcolato processo di rottamazione, cioè di esclusione, di marginalizzazione, di delegittimazione della cittadinanza. Un Paese dunque che si direbbe quasi morto, se non fosse per quel fiato corto e fetido chesi percepisce appena da dietro la maschera di cartapesta. Altri direbbero da dietro il sepolcro imbiancato. Si tratta comunque di un’inerzia, di un ne-cedere letale, di una fissità che ostacola sia la vera uscita che la vera entrata dei docenti dai recinti, dai cancelli dell’istituto scolastico, divenuto in tal modo per molti dei suoi abitanti – per motivi che andrebbero analizzati – da paradiso di gioiosa creatività a una sorta di Strafkolonie, di colonia penale.

In essa non si può andare né avanti né indietro. Si è presi come in una ipnosi psico-giuridico-didattica che riflette quella in cui è imprigionato e si dondola l’intero Paese, senza futuro. È una scuola senza…, che riflette un Paese senza… Dopo i famosi 80 euro in busta paga, davvero geniale infine l’idea far calare dall’alto il bonus dei 500 euro per l’aggiornamento dei docenti sotto forma di elargizione benevola da parte del governo, allorché è del tutto evidente invece che questa è solo una minimissima parte del reddito che gli insegnanti si vedono ingiustamente sottratto annualmente.

Loro malgrado, quindi, i docenti sono diventati protagonisti della solita commedia all’italiana. Si tratta infatti di una beffa, sia che la si guardi dal punto di vista degli anziani sia che la si osservi dalla prospettiva dei giovani. Beffati lo sono entrambi: i primi del loro diritto alla pensione, i secondi del loro diritto a un lavoro dignitoso. Sia gli uni che gli altri subiscono un triplo furto: di futuro, di diritti e di dignità. E mai come in questo momento, anche se continua a non piovere, il famoso luogo comune che associa la pioggia al “governo ladro” incarna tutto il suo più che legittimo valore di invettiva.

Versione stampabile
anief anief